Superamento OPG: appello per la necessaria collaborazione tra ASL e Magistratura

E’ un momento delicato e decisivo per avviare le buone pratiche che garantiscono  un deciso superamento della logica che fino a pochi mesi fa era alla base dell’invio delle persone negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (legge 81/2014) e per attuare le buone pratiche sanitarie dovute ai detenuti, in base al D.P.C.M. 01.04.2008, che vede un trasferimento delle competenze della Sanità Penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale.

Con tali riforme si prevede una diversa ‘presa in carico’ dei bisogni sanitari della popolazione carceraria e la titolarità della salute in carcere diviene competenza esclusiva del Sistema Sanitario Nazionale. Perché tali precisazioni? Per contrastare l’abitudine ancora diffusa da parte dei magistrati a ‘decidere’ sulla salute e sui progetti terapeutici delle persone a giudizio per aver commesso reato, ‘caricandosi‘ di responsabilità che non hanno più per legge e non utilizzando le competenze necessarie di chi questa responsabilità ce l’ha, al fine di istituire progettualità appropriate di carattere sanitario. Il rischio evidente è quello di ‘improvvisare‘ diagnosi ed interventi, soprattutto per l’utenza che soffre di problemi di salute mentale, che si rivelano ‘inappropriati‘ o disposti senza la necessaria e dovuta attenzione. In base, infatti, alla riforma penitenziaria del 2008 sopra citata, i magistrati non possono decidere qual’è il progetto terapeutico di un detenuto. Eppure spesso lo fanno. Forse perché non sono abbastanza chiari i protocolli di collaborazione ?

Il problema degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sollevato dalla commissione d’inchiesta del Senato presieduta da Ignazio Marino, non è e non era solo di natura igienica e assistenziale e non può essere risolto semplicemente ‘costruendo’ strutture pulite ed efficienti, come le REMS. Al contrario comporta un cambio di paradigma nella cura e riabilitazione di persone che hanno un disagio mentale e hanno commesso reato.

Con la legge 81/2014, si supera il paradigma centrato sul binomio scientificamente infondato, ma sorretto da solidi e secolari pregiudizi, malattia mentale/pericolosità sociale che vedeva nella ‘custodia’ l’unica soluzione possibile per le istituzioni. Questa legge, diversamente, istituisce progetti di cura e riabilitazione individuali da attuare sul territorio e stabilisce ‘misure di sicurezza’ diverse dalla semplice detenzione e custodia, la quale diviene un’eccezione e non la regola, come accaduto fino ad ora.

Tuttavia per attuare questa legge, va organizzato anche a livello regionale un coordinamento tra i diversi ‘attori’ che devono attuare questa svolta decisiva: Magistratura e ASL, le quali devono essere opportunamente coordinate dalle Regioni in una collaborazione necessaria per costruire percorsi in cui il superamento degli OPG diventa realtà, ponendo fine alla vergogna degli ‘ergastoli bianchi’ e rivedendo il concetto di pericolosità sociale. Pericolosità sociale spesso determinata da scelte inappropriate, dalla mancanza di cure, da condizioni di vita degradata e dall’abbandono dei servizi competenti.

Al contrario, in quella che può essere considerata una svolta culturale epocale, vanno costruiti percorsi che permettano alle persone con disagio mentale di avere gli stessi diritti/doveri di tutti i cittadini ‘normali’, da una parte recuperando il diritto di curarsi e riabilitarsi ‘veramente’ e reinserirsi nella società, dall’altra restituendo il dovere di pagare per i propri reati, senza entrare in percorsi giuridicamente diversi e alienanti.

In questa nuova impostazione la magistratura deve valutare il reato e non ‘la cura della  persona’, di cui invece devono farsi carico le professionalità dei Dipartimenti di Salute Mentale. Applicare la legge 81, implica, in altre parole, una collaborazione concreta e costantemente agita tra Magistratura e Aziende Sanitarie territorialmente competenti. Tale collaborazione diviene necessaria per raggiungere obiettivi fondamentali dell’espiazione della pena previsti dalla legge (legge 354, 1975): la riabilitazione, il reinserimento sociale, la prevenzione della criminalità.

Preoccupa il fatto che in questi mesi, ci sia stato un diffuso ricorso alle REMS da parte della magistratura, senza alcuna richiesta di consulenza e collaborazione con i Dipartimenti di Salute Mentale per una corretta e adeguata valutazione psico-diagnostica con il serio rischio di instaurare e consolidare una cattiva pratica, che vede nelle REMS, la soluzione prevalente applicata senza opportuni criteri medici e legali.

A tal riguardo riportiamo alcuni passi della lettera del dott. Carlo Saitto, Direttore Generale dell’ASL RMC, inviata ai Tribunali competenti per il proprio territorio, in quello che è un vero e proprio appello ai magistrati, “appare indispensabile, anche in attuazione delle recenti disposizioni della Regione Lazio (DCA N: U00188 del 14/055/2015), che ci sia un contatto tra il detenuto ed i nostri servizi, al fine della formulazione di un condiviso ed appropriato progetto di presa in carico che dovrebbe precedere la decisione del Magistrato, anche nel caso di un possibile inserimento in una struttura sanitaria residenziale pubblica o accreditata”. Un appello ad una collaborazione necessaria, al fine di condividere ‘i presupposti diagnostici per un’appropriata progettualità” e migliorare la qualità e l’efficacia delle risposte e del lavoro di queste istituzioni.

In definitiva, il combinato disposto della chiusura degli OPG e della riforma penitenziaria del 2008, se correttamente applicati, determinano che il magistrato debba avvalersi del progetto terapeutico deciso dalle ASL competenti.

In altre parole, la legge è uguale per tutti e dobbiamo rispettarla insieme.

dott. Edgardo Reali

dott.ssa Giuseppina Gabriele