Il Coronavirus e il nuovo demone della paura

Questo era il clima descritto da Bauman qualche anno fa, e lo è ancora adesso che l’OMS ha dichiarato il Coronavirus pandemia. Il “demone della paura” si fa ancora più feroce, alimentato da una minaccia globale che ha svuotato strade, scuole, uffici, negozi in uno scenario post-apocalittico alla The Walking D con ulteriori azioni difensive, rafforzando ancora di più, ahimé, la capacità della paura di autopropagarsi”.  Da quando l’Italia si è ritrovata al centro della pandemia globale di Coronavirus, ci sono almeno di un paio di comportamenti ricorrenti che si possono osservare nella società. La necessità di muoversi verso il luogo di residenza, come quando si è scatenata la fuga verso il Sud Italia dopo il primo decreto che ha definito il Nord “zona rossa”, e la ricerca di capri espiatori, come i “runner” e chiunque non se ne stia a casa h24. Contro questi, si scagliano da qualche settimana gli “haters dei balconi” (comuni cittadini che si auto-eleggono a giudici senza aver letto attentamente cosa sia consentito e cosa no tra le misure di contenimento emanate), riprendendo con foto o video i comportamenti che reputano scorretti per immortalare l’“untore” di turno e pubblicarlo sui social.  

Quello che interessa chiederci e indagare è: perché alcune persone sentono il bisogno di controllare, accalappiare, incolpare a tutti i costi i colpevoli (potenzialmente qualsiasi passante) quando è chiaro che questo comportamento non porterà a nulla di costruttivo se non ad alimentare odio, intolleranza e divisioni interne ai cittadini stessi in un momento di grave crisi su tutti i fronti? 

La risposta non può che essere una riflessione sulla paura. In situazioni di grave pericolo l’essere umano non è dissimile dall’animale che si trova davanti solo due alternative: scappare (vedi la fuga al Sud) o attaccare (vedi gli haters dei balconi, ma anche i famosi leoni da tastiera). Purtroppo l’emergenza Coronavirus non è qualcosa che si può risolvere fuggendo, tanto meno dando la caccia a un prototipo di colpevole con i propri smartphone (non è un caso che in inglese il verbo “to shoot” significhi “fotografare” ma anche “sparare”). 

La paura innesca dunque dei meccanismi psico-motori, e chissà che anche i tanto bersagliati runner, ora più che mai, non sfoghino lo stress psico-fisico attraverso una fuga anche mentale e astratta oltre al bisogno più evidente di scaricare la tensione attraverso lo sport. Che la salute fisica sia legata a quella mentale è ormai cosa assodata, ne abbiamo parlato anche tra le nostre pagine. Di certo non aiutano l’allarmismo sollevato da alcuni giornali; i mancati investimenti nella sanità per 37 miliardi nell’ultimo decennio; la rivolta fuori dalle carceri di Rebibbia e Regina Coeli; le lunghe file ai supermercati in cui il rischio di assembramento è dietro l’angolo; il cimitero saturo di Bergamo e l’immagine dell’esercito che trasporta le bare con i defunti in altre città; le ronde di autovetture ed elicotteri della polizia che intimano al megafono di restare a casa; mettono l’ansia persino gli appuntamenti televisivi con l’affascinante premier (su Facebook è nato il gruppo di ammiratrici “Le bimbe di Giuseppe Conte”) in un’atmosfera da V per Vendetta all’italiana. 

In un contesto del genere la paura è assolutamente naturale, utile alla sopravvivenza, non è nociva di per sé ma lo è ciò in cui essa può trasformarsi. Il sociologo Zygmunt Bauman affronta l’argomento nel testo Il demone della paura (2014) in cui scrive “l’intreccio di paura e azioni ispirate dalla paura, con la sua capacità di riprodursi autonomamente, è il meccanismo che più si avvicina al modello sognato del perpetuum mobile. Dall’11 settembre 2001 la minaccia terroristica si è infiltrata nel nostro quotidiano modificandolo profondamente e diventando metafora della conseguente psicosi contemporanea sempre più esorcizzata dalle arti come il cinema e la letteratura. La minaccia terroristica si somma alle ansie dell’uomo del XXI secolo come a quella generata dal “progresso” che, dice Bauman, ora è diventato “minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui”. Oggi, noi cittadini del mondo viviamo in un perenne stato di paura e insicurezza cercando “dei bersagli di riserva sui quali scaricare l’eccesso di paura esistenziale che non riesce a sfogarsi in modo naturale” attraverso elaborate precauzioni con cui tentiamo di difenderci da ogni pericolo. Tutto questo “ci fa apparire il mondo più infido e terribile, e ci spinge a ead

La psicologia della paura esposta da Bauman spiegherebbe anche il comportamento giudicante e repressivo degli haters dei balconi. Forse aiuterebbe a evitare simili atteggiamenti essere consapevoli che tra le azioni dettate dalla paura e l’emozione stessa della paura vi è una “dissociazione” che produce uno “spostamento della paura” dalla nostra condizione umana verso un ‘altrove’ che, spiega Bauman, spesso non ha nulla a che fare con la fonte originaria dell’ansia. In pratica nessuna azione, nessuno sforzo per quanto elaborato sia, avrà il potere di eliminare la fonte e calmare l’ansia. E qui torniamo al meccanismo pulsionale, nello stile del “perpetuum mobile” in cui l’azione risulta sterile, fine a se stessa, e nonostante ciò non perde forza, bensì si autoalimenta. È quel che sembra accadere nei balconi e alle finestre di chi urla offese e intimidazioni ai passanti. Siamo sicuri che in questo modo la paura passerà? Il Coronavirus è una faccia dello spettro delle paure dell’uomo contemporaneo e il runner è solo uno dei tanti “bersagli di riserva” su cui sfogare la paura incontenibile generata dall’emergenza Covid-19. 

Mai come in questo momento di grande fragilità per chiunque sarebbe utile mantenere la calma oltre che le distanze. 

Martina Cancellieri