Giovanna Del Giudice: con l’atto di liberazione può iniziare la cura

Giovanna Del Giudice è medico psichiatra. Nel dicembre del ‘71 inizia a lavorare nell’ospedale psichiatrico di Trieste, sotto la direzione di Franco Basaglia. Partecipa all’intero processo di deistituzionalizzazione e alla costruzione dei percorsi della salute mentale di comunità, con particolare attenzione alle questioni di genere. È stata direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Caserta 2 e di Cagliari e consulente per la salute mentale in altre regioni italiane.
Autrice di numerose pubblicazioni, coordina progetti di cooperazione internazionale sui temi della salute mentale.
È presidente dell’associazione ConfBasaglia dal novembre 2013.

Di recente pubblicazione il suo nuovo libro intitolato “E tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria” (Alpha & Beta, 336 pagine, 16 euro), diviso in due parti: nella prima sono descritte le assurde vicende che, a Cagliari, hanno portato alla morte di un paziente in contenzione, e alla conseguente lotta contro questa modalità di intervento; la seconda applica considerazioni radicali sulla contenzione nella psichiatria italiana, ieri e oggi.

978-88-7223-238-5

Partiamo proprio dal tuo nuovo libro. Da dove nasce?


Questo libro affronta la questione del legare le persone in cura che ancora oggi si applica nei servizi psichiatrici ospedalieri. Nonostante l’Italia abbia una legislazione che ci permetterebbe di fare la migliore delle psichiatrie possibili, ancora oggi nell’80% nei servizi ospedalieri italiani si incontrano corpi di persone legate. Proprio le persone che dovrebbero avere la migliore accoglienza possibile nel momento della loro crisi, della loro sofferenza e invece si risponde ancora con un gesto fortemente violento, inumano, eticamente scorretto che è legare le persone nel momento in cui c’è maggiore sofferenza e agitazione violenta.
Ma è una violenza che nasce da paure, da un dolore e che noi operatori della salute mentale dobbiamo saper accogliere. Io ho cominciato a lavorare con Franco Basaglia a Trieste nel 1971 in un’epoca in cui esisteva ancora l’ospedale psichiatrico.
Quando arrivavano negli ospedali persone in crisi, stese su una lettiga e legate con delle cinture di cuoio alte e che facevano molto male. In quell’occasione noi non potevamo che slegarle e incominciare con le persone sofferenti un rapporto di cura a partire da questo primo gesto: lo slegarle. Per restituire loro la dignità di esseri umani e non di matti da legare.

 Da qui il titolo del tuo lavoro?

Il titolo di questo libro viene da una frase di Basaglia. Quando arrivava una persona legata noi gli chiedavamo “cosa dobbiamo fare?” e lui ci rispondeva “e tu slegalo subito!”, perché con l’atto di liberazione può iniziare la cura. È passato molto tempo, non ci sono più gli ospedali psichiatrici però ci sono ancora pratiche violente e inumane bisogna trovare sempre la relazione con l’altro, l’umanità e la competenza, perché di quella relazione ha bisogno.

Hai maturato questo pensiero nella tua esperienza di lavoro?

Nella mia esperienza di lavoro a Cagliari ho vissuto la morte di un uomo legato al letto per 7 giorni nel servizio di diagnosi e cura. Ho mostrato e dimostrato che per affrontare il problema della contenzione è necessario avere uno sguardo diverso sulle persone con problemi psichici, riconoscere che anche quando l’altro entra in crisi rimane un soggetto e ha diritti, passioni e desideri e che noi dobbiamo  saper incontrare e aiutare. Ma ho anche voluto dimostrare nei fatti che è necessario organizzare un sistema di servizi nel territorio che incontrino precocemente le persone in crisi che i familiari arontano con correttezza la crisi in modo che le persone quando arrivano nei servizi psichiatrici non arrivino così sofferenti. Così è possibile farci carico di loro con più digità e rispettando i loro diritti.

Come si può intervenire nella crisi di una persona rispettandone i diritti?

Dove un’emergenza ci fosse (e ci sarà sempre) è importante che gli operatori mantengono sempre rispetto per le persone, che affrontino l’altro con serenità e con calma, mostrando loro che l’obiettivo è quello di aiutarli e non di violentarli. Bisogna riuscire a
vincere la paura dell’altro nel momento di crisi anche perché molto spessi ci troviamo davanti a persone nuove, che non conosciamo
da prima e in quel momento noi dobbiamo essere molto rassicuranti molto accoglienti e mostrare loro che siamo lì solo per aiutarli a stare meglio.
Riguardo alla contenzione farmaceutica, pensi che si possa evitare anche quella in un momento di emergenza?
Io credo di sì: è un’altra contenzione di cui dobbiamo imparare a fare a meno. Moltissimi operatori ne fanno a meno ma devono essere
disposti a stare con la persona in crisi per tutto il tempo per cui lei ha bisogno, per diminuire la sua angoscia e la sua sofferenza. Certamente non è facile ma quando noi aggiungiamo una la relazione al solo uso di un farmaco, quando stiamo con le persone, insomma, ci accorgiamo che anche le crisi si sciolgono più facilmente. Ovviamente i farmaci sono necessari, ma non bisogna abusarne e non sono l’unica risorsa d’intervento.
Poi è fondamentale che l’altro capisca che anche quando diamo i farmaci li diamo per sollevare la sua angoscia e non per soffocare la
sua storia.