TSO e contenzione, cosa sono e cosa succede se a soffrire è anche chi lega

“La tutela della salute fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana”

 

Questa la prescrizione della legge 833/1978 che ha sostituito all’istituto del ricovero coatto i trattamenti sanitari obbligatori (TSO). Si tratta di una procedura sanitaria che si applica nei casi in cui una persona affetta da gravi disturbi mentali rifiuti il trattamento. Solo raramente i TSO vengono applicati al di fuori dell’ambito psichiatrico – ad esempio in caso di gravi malattie infettive – e risultano di fatto come dei ricoveri forzati presso i reparti di psichiatria degli ospedali pubblici (SPDC – Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura).

Nella legge Basaglia c’è, in effetti, un cambio di paradigma rispetto alla prassi precedente. Mentre l’istituto coatto, risalente alla legge n. 36/1904, era basato sul concetto di pericolosità per sé e per gli altri e/o pubblico scandalo, nel TSO l’intervento è attuato con lo scopo di migliorare lo stato di salute del soggetto e non per diminuire la sua pericolosità sociale. La norma ha previsto inoltre una serie di condizioni tali da limitarne l’abuso*, ma contrariamente allo spirito basagliano i Tso sono utilizzati piuttosto spesso, così come risultano più frequenti quelli ospedalieri rispetto a quelli extraospedalieri, dove la persona viene obbligata alla cura ma in luoghi diversi dagli SPCD. Ad intervenire nel merito per restituire la giusta dimensione a tali trattamenti è intervenuta nel 2009 anche la Conferenza delle Regioni, producendo indicazioni e raccomandazioni in cui si è ribadito che “ogni forma di intervento sanitario che prescinda dal consenso viene considerata un’eccezione, di cui restringere la portata, salvaguardando i diritti della persona dalle limitazioni che ne derivano”.

Le tragiche cronache di quest’estate relative alla morte di Andrea Soldi e Massimiliano Malzone hanno portato all’attenzione del grande pubblico la questione, generalmente confinata in una routine silenziosa, ma nella calura estiva il dibattito è evaporato presto. Sono rimaste però le pratiche che in quella routine ogni giorno vanno in scena, cattive pratiche a volte, che coinvolgono utenti e operatori.

Chi si trova in prima linea insieme al paziente è di norma uno psichiatra del servizio pubblico, gli infermieri del 118 e i vigili. Il primo approccio dovrebbe, nel migliore dei casi, essere quello di condurre il paziente nel reparto ospedaliero coinvolgendolo nella decisione, mentre in caso di rifiuto il paziente è generalmente condotto con la forza presso il SPDC di residenza. Il ricovero, una volta convalidato dal Giudice tutelare, se non viene prorogato ha per legge una durata di 7 giorni.

A raccontarci cosa si prova a dover eseguire un protocollo che a volte non tiene conto del lato umano della situazione è Roberto, un infermiere della Croce Rossa attualmente operativo presso il 118. Il suo lavoro si svolge sul territorio di Roma e provincia, dove su 1000 interventi, ci racconta, 100 sono TSO.  La formazione degli operatori, che dalle loro ambulanze incontrano ogni giorno le più disparate emergenze sanitarie, è fatta sostanzialmente attraverso corsi di aggiornamento sui protocolli, non è prevista alcuna preparazione specifica per affrontare una crisi psichiatrica.

Cosa si prova durante un TSO?

“Emotivamente è dura, è una cosa forte. Ti trovi con un paziente che non sta bene assolutamente, ma non ha un dolore fisico o fisiologico però lo vedi. È difficile cercare di aiutarlo e cercare di contenerlo. Ci sono situazioni forti e disagiate. Ci sono molte persone giovani e fa male, ti lascia turbato”.

Cosa pensi della contenzione?

“Il contenimento è una pratica medievale, primitiva. Legare una persona non è solo toglierle la libertà, ma anche la dignità. In un modo o nell’altro, anche se è agitato e fuori di sé. Però in realtà devi comunque cercare di fare qualcosa… più che altro per lui, si può far male e può far male a te. Subentrano una serie di cose che devi comunque soprassedere e vedertele dopo. Ci sono delle cose che fanno male, ci stai male comunque… ti senti piccolo perché non puoi fare più di tanto… Il  contenimento è bruttissimo, anche se dall’altra parte a volte per il paziente è necessario. Ci proviamo ad operare bene, non sempre succede, ma non si può certo legare un paziente a faccia in giù sulla barella…”

Seguire la prassi è indispensabile, ma con sensibilità e rispetto…

“A volte viene a mancare, forse proprio per una questione pragmatica. Il paziente devi cercare di contenerlo in qualche maniera, all’inizio ci provi magari parlandoci, fino a dove puoi perché non sempre dall’altra parte c’è una reazione. Legare è una cosa che mi fa stare male, soprattutto quando sono persone giovani e ce ne sono tante, tante soprattutto in provincia”.

Cosa succede una volta accompagnato il paziente in ospedale?

“È il pronto soccorso che prende in carico il paziente che da li viene gestito in struttura. Succede difficilmente che noi operatori arriviamo fino al SPDC. Mi è capitato nei casi in cui il paziente è contenuto sulla barella della mia ambulanza… e ho visto situazioni abbastanza brutte. La prassi è che lo psichiatra di turno prende in cura il paziente, che di solito conosce già lavorando la struttura di residenza. Il nostro lavoro finisce li e  si scappa, perché comunque si soffre”.

Seconde te sarebbe utile una formazione specifica per trattare questi casi?

“Noi operatori di 118 e Croce rossa siamo formati per le emergenze, ma per questi interventi ti dovrebbero fare una formazione all’interno di un SPDC.  Tu in realtà non sai come trattare il paziente, magari lo sai perché sono dieci, quindici anni che lavori… è l’esperienza, ma ci sono scelte da fare e non si può improvvisare”.

Sono frequenti i TSO?

“Credo che su circa 1000 interventi 100 siano TSO. Secondo la mia esperienza, e comunque ci sono dei dati, sia il fattore ambientale che il fattore temporale influiscono molto. Comincia la stagione calda e aumentano i TSO, così come quando ricomincia il freddo. I momenti di crisi aumentano durante le festività, soprattutto nel periodo di Natale. O ti senti più solo, o senti la pressione di parenti e amici”.

 

* Per poter attuare un trattamento sanitario obbligatorio:

– un medico deve scrivere un certificato contenente la proposta motivata del trattamento sanitario obbligatorio quando sussistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, non accettati dall’infermo, e non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure extra ospedaliere

– un medico della struttura sanitaria pubblica deve convalidare con un altro certificato la proposta di TSO

– il sindaco, o un suo delegato, nella sua qualità di autorità sanitaria, emana il provvedimento che dispone il TSO, che deve essere notificato entro 48 ore dal ricovero al giudice tutelare, il quale a sua volta convalida o non convalida il provvedimento

– in caso di mancata convalida, il medico dispone la cessazione del TSO

– entro la scadenza dei sette giorni, il medico della struttura ospedaliera può formulare una proposta di proroga del TSO oltre il settimo giorno, indicando la presunta durata o può comunicarne la cessazione e quindi la revoca

– chi è sottoposto a TSO e chiunque vi abbia interesse può proporre al tribunale competente per territorio ricorso contro il provvedimento convalidato dal giudice tutelare, entro il termine perentorio di 10 giorni dalla comunicazione. Un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) può essere, nel corso della degenza trasformato in Trattamento Sanitario Volontario (TSV).

 

Anita Picconi
Marica Sicilia

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