Dixit, il gioco del paradosso infernale

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Qualche anno fa, a Poitiers, una ridente cittadina della Francia centrale, viveva lo psichiatra infantile Jean-Louis Roubira. Siamo nel 2002, e a quel tempo (ma è probabile succeda ancora oggi) il medico era solito ritagliare immagini dalle riviste per bambini da utilizzarle poi a scopo prettamente terapeutico. Durante quello stesso anno, però, una di quelle immagini cattura la sua attenzione a tal punto che finisce per chiedersi: sarei in grado di descrivere agli altri quello che sto vedendo?

Già, perché tutti siamo in grado bene o male di immaginare un qualcosa, o una storia. Ben altra cosa è invece tentare di descrivere ciò che stiamo immaginando, o ciò che stiamo vedendo. Facendoci aiutare dalla semiotica, possiamo affermare che troviamo difficoltà non tanto nel decodificare il segno che abbiamo davanti, quanto piuttosto nel descriverlo. E Roubira, che forse neanche conosce la semiotica, propone di adottare questa logica per un nuovo gioco da tavolo. Da qui nasce Dixit, un gioco di carte (e di immagini) il cui scopo è cercare di far capire ad almeno uno degli altri giocatori (ma non a tutti i giocatori) cosa abbiamo davanti.

Purtroppo la fortuna non sorride al gioco, che all’inizio non si chiama neanche Dixit. Nessuna casa di produzione dà credito al suo inventore, senza contare che Dixit è ritenuto da subito troppo intellettuale; per non parlare poi dei diritti d’autore legati alle immagini che lo psichiatra avrebbe avuto intenzione di utilizzare. Insomma, bisognava cambiare strada, e sostanzialmente assoldare un illustratore. E così una sua amica gli presenta Marie Cardouat, un’illustratrice di libri per bambini, che si mette subito all’opera. La Libellud, una casa editrice che nasce proprio grazie a Dixit, decide che questo è il gioco giusto per farsi conoscere al mondo. E non ha torto. Dixit ha un successo planetario a dir poco clamoroso. Siamo nel 2008 quando il gioco viene messo sul mercato, e siamo nel 2010 quando vince lo Spiel des Jahres, l’illustre premio che si rilascia in Germania per il miglior gioco dell’anno.

Come già accennato, Dixit sembra sfidare le leggi della semiotica, e ci mette di fronte ad un paradosso infernale: descrivere una scena facendola comprendere almeno ad una persona, ma non a tutti; a turno, infatti, ogni giocatore (detto narratore) sceglierà una delle carte che ha in mano e la descriverà agli altri. Potrà descriverla con una parola, con una frase oppure con un suono; fatto sta che una volta descritta la posizionerà coperta al centro del tavolo. Anche gli altri giocatori metteranno una delle loro carte (quella che più si avvicina alla scena descritta) nascosta al centro del tavolo. A quel punto le carte vengono mischiate ed infine girate. Il gioco ha inizio: tutti i giocatori (ad eccezione del narratore di turno che naturalmente sa già qual è la sua carta) devono cercare di indovinare la carta narrata: se nessuno, o tutti, dovessero effettivamente indovinare la carta “narrata”, il narratore non otterrebbe alcun punto. Il paradosso, che dopo questa ulteriore descrizione risulta forse ancora più evidente, è davvero infernale e diabolico.

Ma le vere protagoniste del gioco sono le carte. Le illustrazioni proposte da Cardouat sono memorabili, catturano l’occhio all’istante, coinvolgono lo spettatore, lo trascinano al suo interno. Non potrebbe essere altrimenti perché le figure sono un omaggio ai grandi dell’arte e della letteratura, da Magritte a Dalì, passando per i coniglietti – che nel gioco rappresentano i segnapunti – ispirati al Bianconiglio del capolavoro di Lewis Carroll. Inoltre, le varie immagini selezionate rispondono in tutto e per tutto anche alla sensibilità dell’inventore, perché mettono al centro il parto, la libertà, la relazione adulto-bambino, la poesia e l’amore. Temi cari e familiari a uno psichiatra infantile, e che da lui si trasmettono ai giocatori: sono questi ultimi, infatti, a creare la storia da una semplice immagine, a dar forma a un significante incarnandolo in un significato. E nessuno potrà mai contestare quelle storie e quei racconti, frutto della fantasia umana nel totale rispetto dell’applicazione delle “regole” del gioco.

Tradotto in più di una dozzina di lingue, in Corea del Sud Dixit si materializza addirittura in una sitcom locale, che ne alimenta esponenzialmente le vendite (oramai di gran lunga superiori al milione di copie). Ad ogni modo non ce ne sarebbe stato neanche troppo bisogno perché Dixit ha la capacità innata di sapersi vendere da solo: piace a grandi e piccini, di qualsiasi nazione o etnia. E, a proposito di questo, se da una parte Dixit è un gioco in cui il contesto ambientale e la proprietà di linguaggio contano tantissimo, dall’altra questo suo riuscirsi a “calare” nelle varie realtà lo rende alla portata di tutti. Unisce le persone e ne alimenta l’immaginazione al punto che lo scopo non diventa più vincere, quanto piuttosto divertirsi stando insieme.

In conclusione Roubira e Cardouat sono riusciti ad affascinarci con una semplice immagine. Esattamente come era riuscito cento anni fa a Hermann Rorschach (1884-1922) con il suo famoso test a macchie di inchiostro. A ben guardare esiste un gioco, mai tradotto in italiano, dedicato proprio a Rorschach. A lui, ma di fatto anche ad un altro che si chiama come lui e che è il personaggio di un noto fumetto di Alan Moore: Watchmen. Rorschach qui è un giustiziere, e indossa una maschera il cui disegno riproduce le macchie di quel test.

Matteo Roberti