IL GIOCO: DEFINIZIONI E CONCETTI #1

 

shangai

Ogni volta che penso alla parola gioco mi vengono in mente due cose: la prima è che ancora non riesco a darne una vera definizione; la seconda è che questa definizione non è mai troppo tardi per essere cercata. Tuttavia non si nasce imparati, e per capirci qualcosa siamo costretti a rifarci a chi, prima di noi, si è cimentato ad analizzare il gioco come concetto “filosofico” (scartando, ma solo per il momento, chi l’ha invece inteso ed utilizzato in ambito psicologico e sociologico).

Prima di iniziare, però, vorrei indicare come possibili destinatari di tutto questo non solo i giocatori da tavolo tradizionali, che meglio di altri potranno comprendere ciò che andrò ad ipotizzare, ma anche (e soprattutto) chi il gioco non lo pratica regolarmente (o che magari non lo pratica affatto), ossia tutte quelle persone che tendono a parlarne il più delle volte per luoghi comuni, per pregiudizi, coloro che preferiscono percorrere questa strada perché più rapida e sicura, perché è la via da percorrere per non sbagliare. Questa oscura strada, però, porta ad etichettare i giocatori come sciocchi, indecorosi o stupidi quando si lasciano andare davvero al divertimento, proprio perché permettersi di giocare con regolarità è ritenuto irresponsabile, immaturo e infantile. Chiariamoci, chi pensa queste cose è da considerarsi una persona normalissima, perché è normalissimo, purtroppo, non conoscere il gioco. Semmai, tanto per scomodare Socrate, è raro riconoscere di non saperne nulla al riguardo. Per questo propongo una via alternativa, una breve “guida” al gioco, con la quale vi terrò compagnia nelle settimane a venire.

Partiamo dunque dalle definizioni classiche. Il dizionario online della Treccani definisce il gioco come “qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini o adulti senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive” (http://www.treccani.it/vocabolario/gioco/). Anche la definizione che troviamo sul sito del Corriere appare simile: “qualsiasi attività a cui si dedicano adulti o bambini a scopo di svago, e anche per esercitare il corpo o la mente” (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/G/gioco.shtml).

Tutte le definizioni convergono sull’idea del gioco come un’attività incentrata principalmente sullo svago o sulla ricreazione. Attraverso questa attività, attraverso la stimolazione di corpo e mente, è possibile apprendere qualcosa di nuovo. In fondo il gioco è anche questo: non solo apprendimento, ma anche comprensione di qualcosa che ci era prima oscuro. Insomma, il gioco come qualcosa di dinamico, che porta la persona ad essere sempre e comunque in continuo movimento, col corpo, con la mente, o con entrambi. E che, sostanzialmente, ci distragga e ci faccia staccare dalla routine quotidiana. Difficile non riconoscere l’acume di questa definizione. Di fatto, è corretta. Eppure manca ancora qualcosa, un’altra componente essenziale, che forse viene data per scontata, ma che tentare di visualizzare, in questo momento, ritengo sia importante: il gioco è ludico, da e verso tutte le parti che ne sono coinvolte. Di conseguenza, il gioco deve essere percepito come tale da tutti i membri che ne sono in quel momento coinvolti.

Se omettessimo tale precisazione potremmo pensare che anche un torturatore stia giocando, perché magari tortura per gioco le sue vittime, le quali però, con ogni probabilità, non percepirebbero quell’attività come ludica. Il gioco “a senso unico” difficilmente riesco ad accettarlo come definizione di gioco. Ci troviamo chiaramente davanti a qualcos’altro, a qualcosa che non so definire.

Il gioco, quello che stiamo cercando di intravedere, parte invece da una “parità” di condizioni. È indubbio che chi ha più esperienza in una disciplina la sfrutterà nel corso di una partita, com’è giusto che sia, ma le condizioni iniziali devono essere riconosciute come alla pari da tutti, dato che tutti i giocatori devono sentire di avere pari opportunità per raggiungere l’obiettivo finale. Se questa consapevolezza non viene percepita, il gioco non potrà mai, in nessun caso, svolgere il suo fondamentale compito, e non potrà mai, in nessun caso, plasmare quella componente di svago e ricreazione così cara alle definizioni dei nostri dizionari.

Senza parità dunque non può esistere il gioco. E, all’inverso, è il gioco stesso che, nella sua preparazione, crea parità. È il gioco che spinge gli attori a sentirsi all’inizio tutti uguali. Il quadro, la scena che crea il gioco da l’opportunità alle persone di mettere in pratica le proprie esperienze, di misurarsi con gli altri e i loro mondi. Il gioco crea le condizioni per tutti, indistintamente, di essere attori e protagonisti di qualcosa, ci consegna le chiavi per creare una realtà, la nostra, all’interno della quale saranno gli altri a doversi adattare. Ma allo stesso tempo questa sensazione, in un certo senso divina, può essere disintegrata in un attimo, perché il gioco deve poter essere interrotto in qualsiasi momento. Non c’è costrizione nel gioco, non c’è alcun tipo di obbligo, se non quello di cercare al suo interno una qualche forma di sano benessere. Il gioco è libero, ed è soprattutto una scelta: scelgo di giocare perché voglio giocare, non perché sono costretto a farlo al fine di avere dei vantaggi in futuro. Nel gioco entro ed esco quando voglio, e so che se lo interrompo posso poi ricominciare da capo senza alcun tipo di conseguenza. Se interrompo un gioco ho interrotto un’attività libera e, oserei dire, quasi spontanea. E la spontaneità ha sempre un senso.

Parlare di “senso” in questi termini ci induce però a chiamare in causa i due maggiori teorici del gioco, Johan Huizinga e Roger Caillois, che qui solo nomino, ma dei quali parlerò nel prossimo appuntamento.

 

Matteo Roberti

Foto di: Daniele Marlenek