IL GIOCO: DEFINIZIONI E CONCETTI #2

shangai

Johan Huizinga (1872-1945) è uno storico olandese che ad un certo punto della sua vita, negli anni ’30 del secolo scorso per la precisione, decide di parlare di gioco. Lo fa mettendo subito le cose in chiaro, riconoscendo agli esseri umani la medaglia d’argento in ambito ludico, alle spalle degli animali, detentori indiscussi della medaglia d’oro al valore ludico. Gli animali giocano proprio come gli uomini, e tutte le caratteristiche fondamentali del gioco sono realizzate in quello degli animali. Huizinga, nel suo famosissimo Homo Ludens, riporta l’esempio dei cuccioli che si invitano al gioco con gesti ed atteggiamenti cerimoniosi, fingendo di essere arrabbiatissimi al fine di mordere (sempre per finta) le orecchie ai compagni.

Si mette dunque in evidenza che la finzione è senza dubbio parte importante della componente ludica. La finzione ci proietta in un ambiente altro rispetto a quello dove siamo nel momento in cui giochiamo, e ci fa essere altro rispetto a ciò che noi realmente siamo. Possiamo affermare con una certa spocchia che senza finzione non può esserci gioco, e che mentre giochiamo dobbiamo essere coscienti che stiamo fingendo, che siamo parte di un mondo che non esiste. Finito il gioco, finita la finzione, la conseguenza è il ritorno al mondo reale. La finzione, inoltre, si trasforma a seconda del tipo di gioco che stiamo facendo: nel gioco da tavolo e in quello al computer, ad esempio, la finzione viene creata dal sistema stesso, dal gioco stesso (dalla plancia, dalle carte o dalle miniature nel caso del gioco da tavolo, dalle immagini nel caso del gioco al computer); invece nel gioco di ruolo (sia esso svolto intorno ad un “tavolo”, sia esso svolto dal vivo) sono i giocatori stessi a creare la finzione, attraverso un intreccio tra immaginazione e fantasia che è propria di ogni sistema di gioco di ruolo.

Tornando a Huizinga, egli definisce il gioco come una funzione che contiene un senso. Ogni gioco significa qualche cosa, deve significare qualcosa, ma lo storico olandese non sa bene cosa, e rischia più volte di scivolare chiamando in causa forze superiori ed in un certo senso “spitiruali”. Il disperato tentativo di trovare per forza un senso a tutto fa quasi tenerezza, ma non sta scritto da nessuna parte che questo senso debba effettivamente esistere. Forse da adulti i giochi potrebbero acquistare un senso, ma vedere un bambino di pochi mesi stritolare un peluche l’unico senso che racchiude probabilmente è proprio quello di dover giocare. Non importa a cosa un bambino stia giocando, e non importa neanche il perché. Quello che conta davvero è che il bambino giochi a qualcosa. Purtroppo Huizinga sembra rifiutare una qualsiasi componente “istintiva” legata al gioco nell’essere umano, e questo complica di molto le cose.

Huizinga preferisce mettere invece l’accento su un qualcosa di fondamentale, ossia sull’azione libera del gioco. Il gioco è libero, ed allo stesso tempo non deve essere preso sul serio (per lui la componente di non-serietà è legge, io mi permetto di dubitare). Il gioco è altro rispetto alla vita vera, non crea vantaggi o vincite materiali, si basa su regole ben definite, suscita e stimola rapporti sociali, adotta la finzione, il mistero e l’arcano, e si compie in un tempo limitato (per quanto concerne lo spazio, invece, esso è ormai quasi illimitato considerando i dispositivi elettronici e la rete ora esistenti, progressi che Huizinga non poteva a quel tempo prevedere).

Eppure, essere “altro rispetto alla vita vera” ci porta ad intendere due cose: la prima è che tutto ciò che noi facciamo nel gioco non è ciò che facciamo nella vita vera. Qualcuno potrebbe obiettare mettendo in mezzo le “simulazioni” che per esempio i militari svolgono al fine di pilotare un aereo: essi afferrano la cloche come fosse un joystick e provano a non far schiantare per lo meno il simulatore. Le simulazioni sono simulazioni, ed anche se sono presentate come giochi, non sono giochi. Un campione di Wings of Glory (gioco di simulazione di battaglie di prima e seconda guerra mondiale) non saprebbe gestire veramente una battaglia nei cieli. Non saprebbe neanche pilotare davvero un aereo! Per far ciò, ci vuole la simulazione. Oltre a questo, la seconda cosa che siamo portati a pensare ricordando il gioco come “altro rispetto alla vita vera” è che tutto ciò che si verifica nel gioco rimane nel gioco. Se alla fine del gioco si torna alla vita vera, tutto il resto scompare. Questo in teoria. La realtà, e i giocatori lo sanno, è ben diversa. Qualcosa di brutto, purtroppo può succedere, e non sono rari i casi in cui a causa di un gioco i rapporti tra le persone siano alla fine scemati, e che ci si finisca per ritrovarci in tensione con quelle persone che una volta chiamavamo “amiche”.

Ebbene, ricollegandomi anche a quanto scritto nel nostro “primo appuntamento”, quando ci troviamo di fronte a situazioni simili non siamo più così certi che l’approccio iniziale sia stato davvero quello ludico, non possiamo credere che in quell’occasione si sia giocato per giocare davvero, non siamo più convinti che la reciprocità dell’azione ludica sia stata davvero percepita (e concepita) come tale da tutti i giocatori. Quando si rompe un’amicizia a causa di un gioco, l’approccio iniziale al gioco è stato quello sbagliato. La parità, se ne parlava nell’articolo precedente, non sta solamente nell’accettazione di un regolamento da seguire, o solo nella sensazione di poter raggiungere in egual misura una vittoria, ma anche nel riconoscere come nostro pari chi sta giocando con noi. Il gioco rende uguali, deve essere così, altrimenti non sarebbe un gioco. E fortunatamente, c’è da dirlo, il più delle volte il gioco unisce, e fa brillare di luce intensa ciò che prima era avvolto nell’oscurità, ossia coloro che stanno giocando con noi, perché il gioco è un’ottima palestra per capire le altre persone. Il gioco sarà anche finzione, ma le mosse che noi adottiamo derivano per forza dalle nostre esperienze, dalle nostre capacità di reagire ad una situazione (e dalla nostra interpretazione del regolamento). E se capiamo come una persona reagisce alle situazioni, probabilmente stiamo imparando a capire quella persona.

L’ultimo aspetto chiamato in causa da Huizinga, e così chiudiamo, riguarda la serietà: il gioco è serio? O meglio, si contrappone alla serietà? L’eterno dilemma gioco-serietà viene analizzato in modo furbo dal punto di vista del concetto in sé: se parliamo di serietà non possiamo parlare di gioco, ma se parliamo di gioco possiamo parlare anche di serietà. Il gioco ci permette di affrontare le cose dalla giusta distanza: seriamente, ma non sul serio. In definitiva, noi siamo padroni della serietà o della non serietà di un gioco, perché siamo noi che possiamo decidere quale natura deve avere il gioco in quel momento.

L’opera di Huizinga è molto contraddittoria perché è la realtà nella quale vive ad essere essa stessa contraddittoria. La guerra lo porta a separare il concetto di gioco dal concetto di morale. Egli avrebbe voluto vedere nel gioco una vera fuga dalla realtà, avrebbe sperato di poter trovare nel gioco la pace che il suo mondo reale non stava avendo. Questo potere, però, il gioco non l’avrebbe mai potuto avere. Anche quando afferma che le vincite di un gioco non devono mai essere materiali (sperando ancora una volta di slegarlo dalla realtà) finisce per escludere qualsiasi tipo di torneo, ma soprattutto finisce per escludere l’azzardo. Fosse per me, anche io lo escluderei, ma non la pensa così Roger Caillois, il secondo grande pioniere dello studio sul gioco, che coglie la palla al balzo per inserirsi con la sua letteratura proponendo un legame tra il concetto di gioco e quello di azzardo, criticando, di fatto, Huizinga. Ma di Caillos parleremo la prossima volta.

Matteo Roberti

Foto di: Daniele Marlenek