Passato, presente e futuro del gioco da tavolo: intervista ad Andrea Chiarvesio #1

Kingsburg

Torniamo a parlare di giochi da tavolo, e lo facciamo con Andrea Chiarvesio, autore di molti giochi conosciuti (come Kingsburg ed Hyperborea tanto per citare i primi due che vengono in mente). Cerchiamo insieme a lui di capire come si è evoluto il gioco da tavolo negli ultimi vent’anni e quale può essere il suo futuro.

Andrea, tanto per cominciare puoi dirci se la passione per i giochi da tavolo è stata innata oppure se qualcuno ti ha iniziato a questo mondo?

Un po’ è forse stata una passione che ho sempre avuto, ma devo dire che sono stato anche fortunato (nella vita bisogna anche avere fortuna). Mi è capitato di iniziare a lavorare nel 1998 rispondendo ad un annuncio su un giornale per la Wizard of the coast (la ditta che aveva lanciato Magic tanto per capirci), in particolare mi occupavo dei tornei, del gioco organizzato, e poi col tempo sono passato al marketing, ho avuto modo di curare la localizzazione di alcuni giochi in italiano, di conoscere Richard Garfield (l’inventore appunto di Magic), gli sviluppatori ecc. e quindi ho avuto modo di approfondire quella che comunque era una passione sempre presente. Tutto ciò mi è stato utilissimo perché mi ha permesso di capire cosa c’è dietro alla produzione dei giochi, cosa significa ampliarlo a livello industriale, commerciale e quant’altro.

Puoi riassumercelo in poche parole?

Ci provo. Credo che una cosa importante sia la passione che deve sempre guidare soprattutto nella realizzazione di opere di creatività come i giochi, ma allo stesso tempo non bisogna mai dimenticare che comunque questo è un lavoro e che quindi va preso con grande serietà, bisogna dedicarci attenzioni e tempo esattamente come per qualsiasi altro lavoro, e che ha anche bisogno di un equilibrio economico. Insomma, si può fare game design per il proprio piacere, per creare un gioco da poter giocare con i propri amici, ma se uno vuole trasformarlo in una professione non può prescindere dagli aspetti commerciali ed economici che regolano le aziende dei giochi stessi. Alla fine del mese insomma gli stipendi devono essere pagati. È stata una lezione importante e poi quando ho iniziato a creare i miei primi giochi mi è sicuramente servito per evitare tutta una serie di errori iniziali.

Rinfrescaci allora un po’ la memoria citandoci alcuni tuoi giochi di maggior successo?

Qualcuno potrebbe conoscere Kingsburg, che forse è uno dei miei titoli di maggior successo, se di successo si può parlare, dato che parliamo sempre di un mondo molto di nicchia (com’è quello dei giochi da tavolo). Poi c’è Hyperbòrea o Hyperborèa. Mi chiedono sempre come si pronuncia, ma credo che entrambe le pronunce siano corrette, quindi può essere chiamato come meglio si crede. Magari può essere capitato di esservi imbattuti nel gioco di carte collezionabile di Wizard of Mickey, che è un gioco realizzato su licenza con i personaggi della Disney, e che per un certo periodo è stato anche abbastanza diffuso nei negozi, nelle edicole, in giro insomma. Questi sono giusto i primi che mi vengono in mente, ma ce ne sono molti altri anche di più recenti come, ad esempio, Signorie, uscito un anno e mezzo fa. L’elenco è lungo e non vorrei trasformarlo in una noiosa carrellata

Come pensi che sia cambiata l’editoria del gioco da tavolo da quando hai iniziato a lavorare, cioè praticamente da vent’anni a questa parte?

È un settore fortunatamente in crescita. Ci sono sempre più persone che si appassionano ai giochi da tavolo “moderni” o “contemporanei” (chiamiamoli così). Ci sono sempre più figure, nuove case editrici, nuovi aspiranti autori. Quindi c’è una crescita generale dell’intero settore, ma soprattutto è indubbia una crescita anche dal punto di vista della professionalità.

Pensi che ci sia troppa offerta?

Questo è sicuramente un aspetto che il mondo dei giochi condivide con quasi ogni altra forma espressiva. Credo che per i libri sia lo stesso. Se uno visita la fiera del libro di Torino non può che rimanere impressionato dalla quantità di nuovi libri che vengono prodotti ogni anno. A volte ti viene da pensare che la proporzione sia uno a uno con i lettori. E lo stesso vale per la musica. Forse un po’ meno per il cinema, ma solo perché è più costoso come forma di creatività. Credo che ci sia comunque un’esigenza quasi innata degli esseri umani di esprimersi in una forma o in un’altra, esprimere la propria creatività, quello che si ha dentro, raccontare una storia, creare un’esperienza di gioco. E quindi credo che sia perfettamente normale che l’offerta di narrazione, di intrattenimento, di “app” di giochi (anche questo è un settore dove sicuramente la sovrabbondanza regna) continui inesorabilmente a crescere.

Continua…

Matteo Roberti