“Taxi Teheran”: il coraggioso viaggio di Jafar Panahi

Martina Cancellieri

Interno di un taxi, inquadratura fissa sul parabrezza, il punto di vista è rivolto verso l’esterno, su una strada di Teheran, in sottofondo una musica strumentale del posto. Al volante lo stesso regista, Jafar Panahi, che guida clandestinamente il suo taxi-film per le strade di Teheran mostrandoci un variegato spaccato della società iraniana, dalla piccola nipote alle due anziane, dalla maestra di una scuola materna al borsaiolo, dal venditore illegale di film non distribuiti al giovane aspirante regista… ognuno di loro porta con sé una storia che mette in luce la politica oppressiva del Paese e la mancanza di libertà ed espressione, come ad esempio la pena di morte e la condizione femminile. Non è un caso che il punto di vista del film resti vincolato al taxi, riuscendo a trasmettere allo spettatore per tutti i suoi 82 minuti quel clima claustrofobico e opprimente di chi vive quotidianamente intrappolato in un Paese-prigione.

Anche perché a Jafar Panahi è stata negata la libertà di girare film per 20 anni in seguito all’arresto nel 2010 per propaganda anti islamica. Taxi Teheran infatti è stato realizzato grazie a una black magic, una camera di piccole dimensioni posizionata sul cruscotto (ma non mancano dispositivi di registrazione amatoriale come iPhone, iPad, fotocamere), e gli attori sono tutti amici o conoscenti del regista, ad esempio la nipotina interpreta sé stessa, così come il venditore di dvd e l’avvocatessa. Ecco allora che il viaggio in taxi diventa un percorso semi-autobiografico dalla forte impronta documentaristica (il regista si dichiara esplicitamente alle prese con la realizzazione del suo film).

Tra la moltitudine di temi affrontati nel divertente e drammatico viaggio di Panahi anche quello della censura cinematografica: la nipotina infatti deve girare un cortometraggio per il corso di cinema ma questo deve poter essere distribuibile in Iran e quindi rispettare le regole imposte dalla censura: non deve presentare alcun tipo di comportamento illecito o immorale, nessun contatto tra uomo e donna, è preferibile che gli uomini abbiano la barba ma non la cravatta e tanti altri divieti. Così oltre al film nel film del regista Panahi abbiamo anche il tentativo della piccola nipote di realizzare il suo cortometraggio con la sua fotocamera. Ma gli accenni, le citazioni e le riflessioni sulla settima arte sono molteplici.

Aggiudicatosi l’orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino, Taxi Teheran di Jafar Panahi è un coraggioso atto d’amore e di speranza verso il cinema e l’Iran, oltre ad essere un geniale e riuscitissimo esperimento dettato da un grande bisogno di espressione e condivisione.

In sala dal 27 agosto

Voto: 9