Padiglione 25, il riscatto di infermieri e pazienti al Santa Maria della Pietà. Intervista al regista

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Il prossimo 31 marzo, alle ore 18, presso il museo Maxxi di Roma verrà proiettato in anteprima il film documentario “Padiglione 25, Diario degli infermieri”, una pellicola che intende raccontare cos’era il Padiglione 25 del Santa Maria della Pietà, ex Manicomio di Roma, nel 1975. Lo fa rielaborando un diario uscito nel 1977, scritto da 14 infermieri dell’ex ospedale psichiatrico. Un diario che si pensava dimenticato, ma che invece ha trovato nuova linfa grazie al lavoro degli autori Massimiliano Carboni e Claudia Demichelis.

“Volevamo raccontare un’esperienza di liberazione, quella di 14 infermieri che decidono di sottrarsi ad un ruolo che gli era stato assegnato” ci ha raccontato il regista, Massimiliano Carboni, con cui abbiamo parlato di come nasce l’idea e di come poi è stata sviluppata. Un’esperienza che è stata anche occasione di riscatto per i pazienti, come spiega molto bene Vincenzo Boatta, uno dei 14 infermieri autori del diario, di cui potete leggere l’intervista qui.

Massimiliano, cosa puoi dirci di “Padiglione 25”?

Il film è ispirato ad un libro/diario pubblicato dalla Marsilio nel 1977 dal titolo “Padiglione 25, viaggio di 14 infermieri”, ed è il racconto dell’esperienza di un gruppo di infermieri che nel 1975 hanno iniziato a gestire in autonomia un Padiglione del Santa Maria delle Pietà (il 25 appunto), prima dell’applicazione della Legge Basaglia. L’obiettivo del loro esperimento era la definitiva dimissione dei pazienti e il film vuole raccontare l’esperienza degli infermieri. Poi in realtà abbiamo anche raccontato le storie dei pazienti, che escono fuori prepotentemente. Grazie all’aiuto di Annalisa Corsi, un’animatrice molto conosciuta e molto in gamba, abbiamo realizzato parti nel film che sono più strettamente dedicate alla natura e alla presenza dei pazienti nel Padiglione 25. Ad ogni modo l’idea non era legata ad una battaglia per la salute mentale. Non si tratta infatti di un documentario storico e non ha la pretesa di raccontare cosa è avvenuto intorno alla legge Basaglia o ai movimenti del decennio ‘68-‘78. Volevamo raccontare un’esperienza di liberazione, quella di 14 infermieri che decidono di sottrarsi ad un ruolo che gli era stato assegnato e che potenzialmente poteva rimanere sempre lo stesso per tutta la vita.

Come mai proponete questo film proprio ora?

Il progetto nasce per caso, ossia nasce da interessi comuni miei e di Claudia Demichelis, la coautrice del film. Ci siamo incontrati casualmente al Santa Maria e abbiamo capito che avremmo potuto lavorare ad un progetto del genere. È lei che mi ha proposto questa esperienza, che ho trovato subito importante e in linea con quello che volevo raccontare. Il tutto nasce tre anni fa, il percorso è molto lungo. Abbiamo prima chiesto aiuto al Ministero dei Beni e delle attività culturali, ma i fondi non siamo mai riusciti ad ottenerli. Allora abbiamo iniziato una lunga raccolta fondi, e dopo tre anni di crowfounding siamo riusciti a realizzare il film adesso.

A chi è rivolto il film?

A tutti. La mia produzione va in questa direzione. Sono un regista ma mi occupo anche di comunicazione. Sono stanco di seguire trasmissioni che ci raccontano una volta a settimana quali sono i mali di questo Paese. Sono stanco perché non teniamo più conto dello storico, non teniamo più conto di ciò che questo Paese ha prodotto. Quindi siamo diventati dei contestatori senza memoria. Nel migliore dei casi alcuni giornalisti ci mostrano un elenco dettagliato dei mali del nostro Paese, ma noi non abbiamo gli strumenti per cambiare le cose perché non abbiamo idea che si possa fare diversamente, non conoscendo la storia, il tessuto, il valore di quello che questo Paese ha prodotto culturalmente e politicamente. Secondo me questa è una delle tante storie che invece ci forniscono una prospettiva diversa.

Come ti sei mosso per la realizzazione del film? Dove hai preso gli spunti?

Dal punto di vista della scrittura è tutta farina del nostro sacco, abbiamo seguito una nostra strada. All’inizio doveva essere un vero e proprio film, avevamo scritto una vera sceneggiatura. Poi i pochi fondi ci hanno fatto capire che non sarebbe stato possibile realizzarlo. Per quanto riguarda le immagini, invece, abbiamo avuto la fortuna di avere accesso a degli archivi molto importanti: un archivio fotografico privato che ci ha aiutato moltissimo, una parte altrettanto importante dell’archivio Franco e Franca Basaglia. Poi un grande contributo l’abbiamo avuto dall’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) che ha sostenuto il progetto e ci ha messo a disposizione tutto il loro materiale. Abbiamo potuto scegliere tra tantissime immagini, tra le quali quelle di un documentario molto interessante che si chiama “La pena immensa”, girato nel 1977-78 nel Santa Maria della Pietà.

Avete una distribuzione?

Il film al momento non ha una distribuzione e verrà proiettato in anteprima il 31 marzo alle ore 18 al Festival Spiraglio al Museo MAXXI (Roma). Stiamo trattando perché abbia un futuro distributivo, libro più DVD allegato (Claudia Demichelis ha rieditato il diario), il progetto è pronto. Speriamo proprio che questa cosa avvenga. Poi abbiamo un lungo elenco di proiezioni già pronto che pubblicheremo a breve sulla nostra pagina facebook (Padiglione 25). Questo è solo il primo passo.

Matteo Roberti