IL GIOCO: DEFINIZIONI E CONCETTI #4

scacchi

Questa settimana riprendiamo le definizioni e i concetti del gioco (discorso interrotto qualche mese fa, esattamente qui). C’eravamo lasciati con le teorie di Caillois e con il significato del “tradimento” nel gioco. Prima di continuare con le analisi sul gioco, e citare altri illustri autori che hanno dato il loro contributo a tali analisi, trovo opportuno riprendere e completare questa idea di “tradimento” applicato al contesto ludico.

Ricordo innanzitutto che la parola “tradimento” va intesa nel senso etimologico del termine (“tradimento” viene dal latino “tradere”, che significa “consegnare”). Tutto ciò può voler dire che quando uno dei partecipanti tradisce allora si consegna alla vittoria, o comunque consegna la fine alla partita. Molti giochi, infatti, non decretano più sempre e comunque come vincitore l’ultimo giocatore che ha completato il gioco: sempre più spesso, anzi, si stanno sperimentando giochi a “turni” contati, oppure ad “obiettivi”, terminati i quali si sommano i punti finali (che di solito è difficilissimo tenere a mente), i quali proclamano come vincitore non necessariamente colui che per ultimo ha posto fine alla partita. Inoltre, c’è da tener anche presente che la vittoria, in taluni casi, può essere addirittura condivisa (nel momento in cui si ha a che fare con giochi cosiddetti “collaborativi”). Ad ogni modo chi tradisce, filosoficamente, tradisce il gioco in generale: grazie a quella mossa il gioco è concluso. Le emozioni che si stavano provando improvvisamente scompaiono, lasciando il posto a “sconforto” o a “sospiri di sollievo”, a seconda se il gioco era piaciuto oppure no.

Tuttavia, bello o brutte che siano le sensazioni create da un tradimento, esse non devono mai e poi mai ledere i rapporti umani, né consumarli in nessuna sua misura. Il tradimento del quale stiamo parlando riguarda un contesto ludico, o meglio, deve riguardare il contesto ludico, deve farci pensare che, se abbiamo perso, alla prossima partita non saremo così fessi da perdere di nuovo (o comunque allo stesso modo). Il tradimento nel gioco deve aprirci gli occhi, non oscurarceli. Deve portare uno stimolo, non deve interrompere alcuna relazione. Scrivo tutto ciò perché non sono rare purtroppo quelle situazioni che hanno portato al finire di vere amicizie a causa dei giochi, o comunque al “deformarsi” in negativo di rapporti a causa della fine di una partita. Quando ciò accade, mi viene da pensare che non siamo più di fronte ad una partita tra amici, ma siamo di fronte ad altro del quale non è qui possibile parlare.

Alcune persone sono convinte, e al momento non me la sento di giudicare, che osservare una persona giocare significa osservare il suo carattere, ossia come quella persona è realmente. Di certo le reazioni a fine gioco possono dire molto, possono dire se chi ha vinto ha un carattere da esaltato oppure se rimane pacato come se nulla fosse successo. Lo stesso si può dire di chi perde. Ad ogni modo non si hanno ancora abbastanza elementi per confutare tali pensieri.

Accantoniamo dunque per il momento queste analisi e torniamo a parlare di persone che hanno dedicato parte della loro esistenza alla teoria sui giochi. A tale proposito non possiamo non citare John von Neumann, un matematico considerato proprio uno dei padri fondatori della teoria dei giochi. Citando Bentivegna, per von Neumann un gioco è una situazione conflittuale in cui ogni partecipante deve prendere decisioni sapendo che anche gli altri ne stanno prendendo e che ogni decisione presa da chiunque può modificare la situazione (e le decisioni) di chiunque altro. Fissato col poker, von Neumann propone le sue teorie applicate proprio al poker. Egli era convinto che bisognasse puntare in modo aggressivo sempre quando si aveva una mano buona, e puntare in modo aggressivo di tanto in tanto quando tale mano buona non era certa. Di una persona che non bluffa ci si può facilmente approfittare; quindi è nel proprio interesse tenere gli avversari sulla corda.

C’è da tener presente che il poker a cui fa riferimento von Neumann è un poker a due. Le sue teorie si adattano perfettamente per i giochi a due giocatori, come appunto il poker a due o come gli scacchi. Questi tipi di giochi vengono anche comunemente chiamati “giochi a due a somma zero”, nei quali cioè la somma delle vincite dei due contendenti in funzione delle strategie utilizzate è sempre uguale a zero. Robert J. Aumann, premio nobel per l’economia, a tal proposito ci ricorda che la collaborazione o l’azione congiunta non ha scopo: se un giocatore preferisce un risultato rispetto ad un altro, allora per l’altro giocatore la preferenza è esattamente l’opposto.

Nel 1928 Von Neumann introduce anche la cosiddetta “forma estesa del gioco”, che consiste in una descrizione formale completa di come si gioca il gioco, con la specifica sequenza delle mosse dei giocatori, tutte le informazioni necessarie, e il guadagno di ciascun giocatore alla fine del gioco. Il gioco è così rappresentato in tutte le sue ramificazioni, le quali sono testimoni dello stato di avanzamento dello stesso, e di come tale avanzamento è stato svolto.

E così, dal contributo della matematica, quella che ora è conosciuta come “teoria dei giochi” si inizia a delineare, e col passare degli anni raggiungerà livelli molto elevati e di difficile comprensione.

Continua…

Matteo Roberti