IL GIOCO: DEFINIZIONI E CONCETTI #3

Foto di Ferruccio Zanone

Foto di Ferruccio Zanone

Roger Caillois (1913-1978) è stato anche un sociologo. Ed è probabilmente proprio passando dalla sociologia che egli tenta un approccio verso l’affascinante mondo delle definizioni del “gioco”. Nel farlo ringrazia il suo predecessore, Huizinga, di tutto il lavoro svolto e della geniale intuizione di definire finalmente il gioco come un qualcosa di sociale, un qualcosa che può e deve essere studiato (ne ho parlato qui). Caillois è pronto a prenderne il testimone, ricordando che il gioco non ha in sé solo una componente filosofica e morale, ma anche pratica. Il gioco non è solo uno stile di vita, ma è anche qualcosa di concreto che non sempre, purtroppo, finisce per essere positivo. Caillois, in particolare, critica il suo predecessore per averne data una definizione troppo lunga, troppo ampia, che ha finito per perdersi nell’oblio e che, nonostante questo, si è dimostrata cieca davanti ad un tipo di gioco che era impossibile non citare: il gioco d’azzardo.

Nel suo I giochi e gli uomini Caillois afferma che con il gioco c’è spostamento di proprietà, ma non produzione di beni. Un po’ come capita nel poker: posso vincere una “mano”, arricchirmi, ma il totale dei beni dei giocatori rimane invariato. Questo fatto di non creare produzione è una delle caratteristiche peculiari del gioco. Anche se alla fine di una partita qualcuno può essersi arricchito materialmente (e io aggiungerei anche moralmente) all’inizio di una nuova partita tutto può e deve ripartire dallo stesso punto iniziale, come se niente di nuovo abbia mai avuto origine. Ed è proprio in questo che consiste il nostro concetto di “parità” già visto negli articoli precedenti. È ovvio, tuttavia, che se le condizioni iniziali (di partenza e di vittoria) devono essere sempre le stesse, non è affatto scontato che anche lo spirito che animerà la nuova partita debba essere lo stesso. In altre parole, anche se le condizioni iniziali sono sempre tali, un gioco deve dare l’opportunità di essere diverso ad ogni partita. Diverso non di regole, ovviamente, quanto di approccio ad esso e di spirito di competizione. E di più, il solo fatto di giocare con persone diverse rende lo stesso gioco qualcosa di diverso, e questo perché il gioco non è la plancia, le carte o i pupazzi che lo compongono, ma è l’uso che i giocatori fanno di tali oggetti. Sono le persone che animano il gioco, che lo creano, che gli danno un senso.

È vero, come dice Caillois, che il gioco non produce alcun tipo di produzione, ma è anche vero che crea una qualche forma di ricchezza tra i giocatori stessi, o in coloro che si erano appena approcciati al contesto ludico. Alla fine di una partita non avremo nulla di materiale in mano, ma forse avremo una nuova persona in più al nostro tavolo per le partite future, una nuova persona pronta a misurarsi con noi, pronta a giocare con noi. Forse avremo un nuovo essere umano con il quale sentirci e metterci alla pari, e se questa non è una ricchezza non saprei proprio come definirla, senza contare l’infinita ricchezza che l’altro può portare in noi. Ognuno di noi produce ricchezza per gli altri, e tale ricchezza (positiva, ma delle volte purtroppo anche “negativa”) la esterna anche contro la propria volontà. Basta semplicemente stare a contatto. È come se ognuno di noi aggiungesse qualcosa di suo nel gioco, aggiungesse visioni, sfumature, che di fatto rendono la vita degna di essere vissuta.

Detto in altri termini è la ricchezza proposta dall’altro a creare quella sfumatura nella nostra esistenza che ci porta ad aver appreso qualcosa in più rispetto a ieri. È proprio quella sfumatura ad averci arricchito, e purtroppo Caillois non parlerà mai di questa sfumatura. Egli si limiterà a ricordarci come tutto ciò che è mistero o simulacro per natura è vicino al gioco. Naturalmente la parte della fantasia e del divertimento deve prevalere, vale a dire che il mistero non deve essere visto con riverente soggezione, e che il simulacro non deve dare origine a metamorfosi o possessioni. Tra tutte queste componenti, quella più affascinante è senza dubbio la componente del mistero che, a mio avviso, riguarda il non sapere chi vincerà la prossima partita. Nel momento in cui tutto è rivelato (tradito per dirla alla latina) il gioco è concluso. Nel momento in cui qualcuno proclama la propria vittoria il gioco finisce, e con esso anche tutta l’esperienza che si portav dietro.

In sintesi, mi sembra opportuno riportare per intero lo schema che Caillois propone per quanto riguarda l’idea di gioco nel suo I giochi e gli uomini. In sostanza, il gioco è da ritenersi un’attività:

  • Libera: a cui il giocatore non può essere obbligato senza che il gioco perda subito la sua natura di divertimento attraente e gioioso;
  • Separata: circoscritta entro precisi limiti di tempo e di spazio fissati in anticipo;
  • Incerta: il cui svolgimento non può essere determinato né il risultato acquisito preliminarmente, una certa libertà nella necessità d’inventare essendo obbligatoriamente lasciata all’iniziativa del giocatore;
  • Improduttiva: che non crea, cioè, né beni, né ricchezza, né alcun altro elemento nuovo; salvo uno spostamento di proprietà all’interno della cerchia dei giocatori, tale da riportare a una situazione identica a quella dell’inizio della partita;
  • Regolata: sottoposta a convenzioni che sospendono le leggi ordinarie e instaurano momentaneamente una legislazione nuova che è la sola a contare;
  • Fittizia: accompagnata dalla consapevolezza specifica di una diversa realtà o di una totale irrealtà nei confronti della vita normale.

Anche questa visione del gioco, come lo era stata quella di Huizinga, ci può effettivamente stare, ma è incredibile come ancora una volta non vi siano accenni ai risvolti sociali che il gioco comporta, alle conseguenze che crea tra le persone, al cambiamento che può portare nelle relazioni tra gli esseri umani. Forse era stato dato per scontato, forse Caillos, riconoscendo un cambiamento interno dato dal gioco voleva anche intendere un cambiamento nelle relazioni tra le persone. Forse. Non lo sapremo mai. Il gioco, anzi, sembra rimanere in un limbo, al di fuori del mondo, con quelle sue regole mistiche che non possono variare, circoscritto unicamente ad un viaggio verso quella finzione già vista in precedenza. Come a dire: se non è fuori dalla realtà, allora non è un gioco.

Continua…

Matteo Roberti