IL GIOCO: DEFINIZIONI E CONCETTI #5

foto di David Ashleydale

foto di David Ashleydale

Tempo fa c’eravamo lasciati con il contributo della matematica alla teoria dei giochi (esattamente qui). Teoria della quale, però, non parleremo, perché la rete è già piena di ottimi siti a riguardo (si veda ad esempio la voce di Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_giochi e tutti gli altri link citati nelle note). Ci limiteremo ora a ricordare come, in inglese, esistano due parole ben distinte per indicare il nostro “gioco” e “giocare”, ossia “play” e “game”. Queste due diverse radici richiamano associazioni contrastanti. Citando Bencivegna, “play” richiama gaiezza, gratuità, ma anche invenzione e creatività. Il bambino è “playful”, non ha obiettivi precisi in mente, gode in modo immediato di quel che fa. “Game”, invece, è un gioco con regole, è una sorta di performance potremmo dire, in cui di solito (anche se abbiamo visto in precedenza che non sempre è così) qualcuno vince e qualcun altro perde. Non ci dilungheremo oltre, ma rimane il fatto che si tratta di due significati diversi e che la teoria dei giochi, in inglese (dove tra l’altro è nata), si chiama “game theory”, non “play theory”.

Pensiamo anzi al fatto che gli obiettivi dei giochi, nel tempo, si sono così “evoluti” da rendere delle volte possibile una vittoria anche essendo stati eliminati in precedenza dalla partita! In un gioco italiano dal titolo “Bang!”, gioco di carte con chiari riferimenti al mondo western, i giocatori interpretano dei ruoli (segreti) che comandano anche i loro obiettivi personali: ad esempio i fuorilegge devono uccidere lo sceriffo, lo sceriffo deve uccidere i fuorilegge, mentre il rinnegato deve rimanere l’ultimo vivo in gioco. In questa “apoteosi” di ruoli i fuorilegge sono tutti dalla stessa parte e tutti alleati, dunque se anche qualcuno dovesse “morire” (ossia dovesse essere eliminato dal gioco) potrebbe comunque essere ritenuto vincitore nel caso in cui gli altri fuorilegge sopravvissuti riescano ad uccidere lo sceriffo. Un concetto del tutto “assurdo” se pensiamo a giochi di vecchia generazione, come il Risiko!, nei quali una volta eliminati si era fuori da ogni possibile vittoria finale.

Insomma, di regolamenti e situazioni in giro ne troviamo a milioni, e di giocatori altrettanti. Le combinazioni di giochi e giocatori non potremmo mai neppure arrivare a pensarle. Dunque la nostra ricerca di definizione universale di “gioco” si fa sempre più complessa. Eppure non vogliamo ancora arrenderci, anzi andremo avanti con le nostre analisi chiamando sempre in causa studiosi che hanno fatto del gioco una parte della loro fortuna.

Questa volta tocca ad Alex Randolph, che, sul finire degli anni ’80, si autodefinisce “creatore di giochi” (alcuni nostri contemporanei lo “accuserebbero” ritenendo che non esistono i creatori di giochi, semmai esistono gli autori di giochi). Ad ogni modo egli definisce i giochi come, cito, “luoghi, tavolieri, scacchiere dove si gioca e dove si limitano certe attività, certe azioni che sono governate da delle regole. Queste regole sono estremamente precise e sono il “gioco”. Io credo che la distinzione tra regole e gioco sia quasi impossibile perché sono le regole che fanno il gioco. Questo gioco è un’azione. La bellezza di quest’azione, almeno dal mio punto di vista, è che quest’azione è totalmente inutile, ossia il gioco è gioco perché non serve a nientee poi aggiunge “io credo che una delle cose importanti del gioco è che uno vince e uno perde. Ebbene si gioca per vincere ma giocando per vincere si impara a perdere. E io credo che questa sia la cosa importante, perché se si è imparato a perdere si è imparato a vivere” (Simulazione, a cura di Arnaldo Cecchini, pag. 145, 150).

Mi viene da rabbrividire se solo rileggo che il gioco non serve a niente, perché significherebbe mandare all’aria tutto quello detto fino ad ora. Ma com’è possibile che il gioco non serva a niente? Non sapremo mai cosa girava nella testa di Randolph, ma una piccola speranza ce la da egli stesso quando afferma che il gioco si fa unicamente per piacere, anche se non sa bene definire questo piacere che chiama infatti “speciale”. Questa sua affermazione contraddice un po’ quello che aveva sostenuto in precedenza, ossia l’inutilità del gioco. Il gioco non è inutile, ma a qualcosa serve, serve ad un piacere, anche se speciale. Di fatto imparare a vivere, come sembra suggerirci, potrebbe significare accettare la nostre sconfitte senza farne un dramma. Potrebbe significare apprendere. Giulio Cesare diceva che si impara dai nostri errori, ed è anche possibile che con il gioco ne stiamo avendo un’ampia dimostrazione.

Continua…

Matteo Roberti