Il gioco: definizioni e concetti #7

foto di Hubert Figuière

Mi sembra sensato continuare a parlare di concetti legati al gioco, per tentare di aprire un piccolo “ciclo” di articoli (tre) al termine dei quali potremmo provare a dare una definizione di “gioco” inteso come evento e godimento ludico, fuori da ogni tipo di azzardo possibile o pensabile, e fuori anche dallo sport. Ricordiamo sempre che qui stiamo parlando solo di gioco da tavolo (e, in una certa misura, anche del gioco di ruolo). Nel farlo dobbiamo riprendere da dove c’eravamo lasciati (cioè, da qui). Si parlava delle idee e delle classificazioni fatte da Alberto Recla, che prima abbiamo però trovato solamente elencate, e non spiegate nel dettaglio. Ma ora, finalmente, abbiamo la possibilità di analizzarle una ad una. Per prima cosa, analizzeremo i primi tre concetti fondamentali legati al gioco: ossia lo scopo, i giocatori, e gli scopi dei giocatori.

Cominciamo, quindi, dallo scopo: lo scopo è certamente la chiave per capire se abbiamo davanti un gioco o un’altra cosa. Tuttavia, l’accezione legata allo scopo è da intendere in una doppia maniera: prima di tutto lo scopo vero e proprio del gioco (cioè le condizioni di vittoria, valide per tutti e stabilite a priori dal regolamento, seppur siamo al corrente che esistono molti giochi – come ad esempio i legacy dei quali abbiamo già parlato qui – che possono cambiare le condizioni finali di vittoria), e lo scopo personale, del giocatore stesso, o del gruppo. Chi gioca sa già se sta giocando per un suo godimento personale, che può essere cercare di vincere la partita stessa, oppure se sta semplicemente cercando di passare bene una giornata in compagnia (o magari entrambe le cose!). Senza lo scopo del gioco, e allo stesso tempo senza lo scopo degli interpreti di quello stesso gioco, non esiste il gioco così come stiamo tentando di spiegarlo.

Poi ci sono i giocatori. Quando parliamo di giocatori dobbiamo intendere quelle persone che stanno svolgendo un’attività ludica comandata da uno scopo. Chi sta osservando e non partecipa attivamente al gioco è da considerarsi un semplice spettatore. Eppure, paradossalmente, mi sento di affermare che anche chi è nel gioco ma non trova o non capisce il suo scopo (suo o del gioco stesso) è un semplice spettatore. So che quest’ultima affermazione potrebbe risultare un po’ estrema, ma voglio qui ricordare che il gioco non è un’attività obbligatoria. Non si è obbligati ad essere giocatori (o a creare un gruppo di giocatori) ma se per una sera si decide di esserlo ci si dovrebbebbe comportare come tali. Il che significa prima di tutto creare le condizioni perché ci sia la giocata. I giocatori devono collaborare per raggiungere lo scopo stesso del gioco, ossia quello di essere giocato. Allo stesso tempo, i giocatori dovrebbero cercare un certo tipo di scopo personale, che, nella stragrande maggioranza dei casi risponde a stimoli affettivo/emotivo, i quali si raggiungono, per lo più, con persone che riteniamo amiche, con i parenti o con semplici conoscenti. Remare contro, come si dice in gergo, ossia sguazzare in una sorta di ignavia ludica, finisce per rovinare l’atmosfera ludica stessa, e quindi gli scopi affettivi/emotivi degli altri partecipanti. Di contro, giocatori che non si conoscono (quelli che ad esempio si incontrano a convention ludiche, oppure ai tornei) potrebbero invece risvegliare lo scopo egoistico, ossia quello della vittoria e della competizione. Giocare con persone sconosciute è un bellissimo modo per avvicinarci agli altri, per capirli, per conoscerli, per trasformare quello scopo egoistico in uno scopo affettivo/emotivo. Anche perché, in fondo, il vero scopo dei giochi (così come qui vengono intesi) è proprio quello di avvicinare le persone e dunque, per estensione del senso, le culture.

E poi abbiamo gli obiettivi dei giocatori, ossia il godimento ludico vero e proprio. Entrando ancora più nello specifico, gli obiettivi dei giocatori possono rimanere celati. Non abbiamo necessariamente il diritto di sapere perché un giocatore stia giocando. L’importante è che lo sappia quel giocatore stesso. Ad ogni modo, abbiamo già dato cenno ad un paio di scopi dei giocatori. Li riprendiamo ancora più nel dettaglio, per essere ancora più precisi. Partiamo dallo scopo (ossia obiettivo) egoistico. In questo caso non mi interessa chi ho di fronte, se sono amici, parenti o conoscenti, non mi interessa se sto giocando con gente che gioca con altri scopi diversi dai miei, o se sto partecipando ad un torneo. Questa volta ho deciso che voglio giocare per vincere, e mi comporterò di conseguenza. Diverso il caso del secondo obiettivo dei giocatori, quello legato ad aspetti affettivo/emotivi: in questa categoria, oltre al fatto di passare una bella serata, di star bene con amici, parenti o conoscenti, ci mettiamo anche i godimenti personali, dati ad esempio anche da azioni extra-gioco, che utilizza il gioco per altri scopi, come quello di godere della presenza di una persona in particolare che ci piace, oppure al contrario potrebbe essere legato allo scopo di giocare “contro” una persona in particolare, di far di tutto per non farla vincere. Ebbene si: esistono anche giocatori che giocano a casaccio, tanto per rompere le “scatole” (ma in realtà per loro è un godimento ludico personale legato comunque ad aspetti emotivi)! Infatti, vorrei qui opportunamente ricordare che parliamo di gioco solo quando, durante lo stesso, il godimento ludico è provato da tutti i giocatori. A fine gioco, dopo una sconfitta, si può anche rimanere delusi, ma di fatto, se durante il gioco pensiamo di aver provato un qualche tipo di godimento ludico, allora possiamo affermare con certezza di aver giocato. C’è però un’altra casistica legata allo scopo di un giocatore. Stiamo parlando dell’apprendimento: in questo caso mi sento di affermare che con il gioco si impara sempre qualcosa, almeno al livello inconscio. Quando, invece, l’apprendimento capita a livello conscio allora siamo proprio consapevoli del fatto che non vogliamo vincere, non ci interessa neanche l’aspetto affettivo/emotivo, vogliamo solo imparare qualcosa. Una simulazione, ad esempio, è un tipico “gioco” finalizzato all’apprendimento di qualcosa. Ci sono addirittura casi in cui apprendiamo inconsciamente, senza neanche sapere se stiamo o no giocando. Più in generale, la nostra mente tende a riprodurre strategie che si apprendono durante un’esperienza, che sia ludica o meno, e poi la utilizza nei rapporti e nelle relazioni con gli altri. Inoltre, e questa è forse la grande eccezione, non è neanche necessario essere per forza protagonisti per apprendere. Anche un semplice spettatore è in grado di apprendere dal gioco altrui.

Ciò che mi sento di dire, in conclusione di questa prima parte, in realtà si riassume in una domanda: cosa potrebbe succedere se riproducessimo concetti e ragionamenti ludici in contesti estranei ad esso? In altre parole, sapendo che con il gioco si apprende comunque sempre qualcosa almeno a livello inconscio, cosa accadrebbe se ci comportassimo come se stessimo giocando anche davanti alle “cose” serie (ossia alla vita quotidiana)?

Continua…

Matteo Roberti