E ancora si muore di psichiatria

Domare i corpi per sottomettere le menti, immobilizzare gli arti per controllare i cervelli.

Ci risiamo. La sentenza di condanne in cassazione per la morte di Francesco Mastrogiovanni e quella di primo grado per il decesso di Andrea Soldi nel corso di un TSO non hanno impedito che le routine della psichiatria colpissero ancora e che un altro uomo, Paolo Orru, trovasse la morte in SPDC, sedato e legato. Questa volta a Sassari, a conferma che la geografia delle prassi violente non ha frontiere e non conosce confini perché incardinata nelle attività ordinarie, stemperata nelle pratiche quotidiane ripetute e reiterate, almeno fin quando un ‘incidente’ non solleva il velo che le nasconde.

La scena è sempre la stessa come pure l’ideologia che la regge: dietro le misere prassi quotidiane c’è l’idea, anch‘essa misera, che le menti vadano corrette, educate, moderate attraverso i corpi, che legare due braccia e due gambe possa costringere il cervello a fermare la sua corsa libera o almeno, senza tante ambizioni, rendere inerme la persona che lo ospita.

Senza mai sospettare che questa corsa indomita sia segno di sofferenza, che quegli arti legati inducono altra sofferenza.

Una visione scissa che nega il dolore mentre lo infligge. E‘ questo il controllo della Raison sulla de-Raison. Non altro. Una Ragione che si declina secondo i più modesti modi della ragionevolezza, parente stretta del banale senso comune, prevedibilità, trionfo dell’ovvio che tenta di imbracare, costringere, legare quanto le sfugge, le si sottrae. Suppone cioè che abbia strumenti per controllare i suoi stessi deragliamenti, che possa ridurre all‘ubbidienza in ultima analisi sé stessa, la sua faccia inquieta e ignota.

Dietro le pratiche di contenzione si annidano, stratificate, istanze diverse:

a) Quella di ‘arrestare‘, di fermare col fisico le menti sfrenate;

b) Quella di ‘proteggere‘ sé e l’altro, un misto di paura e rabbia  che si traveste di paternalismo caritatevole a copertura dell‘esigenza di preservare un altro corpo, quello sociale;

c) Quella di ‘correggere‘, domare, punire l‘imprevisto, l‘indomito, il minaccioso;

d) Quella di ‘insegnare‘, che introduce un ordine di dominio in cui la sanzione previene, o ambisce a prevenire, la reiterazione; e) Quella di ‘trasmettere’, introducendo una pedagogia nera, della violenza, mediante pratiche che attraverso la procedure diventano addomesticate e quotidiane, riproducibili, ordinaria soluzione che chiunque può imparare ad adottare, medico o infermiere.

Certo, la prassi sanitaria interviene cercando di legalizzare l’illegale, dando regole e veste di autorizzazione ufficiale a procedure brutali: si introduce il registro, si stabilisce il numero massimo di ore per la contenzione meccanica, si programma l’ordine di ‘somministrazione‘ delle fasce (arti incrociati superiori e inferiori, solo superiori, solo inferiori), si teorizza e realizza il passaggio dal fisico visibile al fisico invisibile, dalle fasce di contenzione, dai letti a gabbia, dalle stanze di isolamento, all’isolamento e al dominio corporale attraverso i farmaci e la combinazione tra essi: sedativi, ipnoinducenti, anestetici etc. .

Ormai è la ‘scienza’ attraverso i suoi derivati farmacologici ad occuparsi di reprimere e fermare non più arti ma recettori, di usare non più legacci ma impregnazione. Il passo, tuttavia, non è netto né mai definitivo: come al solito convivono sotto lo stesso tetto (e quel che è ancor peggio, nelle stesse teste) pratiche aggiornate e residui arcaici di violenza non mediata che tradiscono l’origine di quelle ‘ben vestite’ dalla medicina.

La storia, anche se interrogata in superficie, racconta di come l’attitudine istituita a fermare e reprimere quanto e chi si mostra (ed è vissuto come) imprevedibile, ha consuetudini antiche. Bambini, donne, vecchi hanno sempre ‘goduto’ di pratiche vincolanti, contenitive, di arginamento e separazione.

Certo l’eccezione esisteva, ma, appunto era un’eccezione. Padri che privilegiano la parola e la relazione nella loro pedagogia, senza far ricorso ai più accessibili e diffusi modi della repressione; insegnanti che ‘estraggono’ dall’allievo sapere, maieutica opposta al modello del riempimento del vaso vuoto. O ancora uomini che nella donna vedono un altro da sé da scoprire anziché una minaccia e accedono a una tenerezza che non è solo dominio travestito da galanteria. Ma sono fuori dalla norma o, almeno, soluzioni non dominanti, non collettive.

Ad un certo punto, alla fine degli anni ’50 dello scorso secolo, si iniziarono a diffondere pensieri e prassi differenti nei confronti dell’alterità quotidiana. La scoperta dell’infanzia divenne patrimonio popolare, la rivendicazione della diversità femminile non solo appannaggio di minoranze evolute. Seguono i disabili, i matti, poi i vecchi e a seguire, più tardi, neri e stranieri.

Un pensiero antiautoritario, figlio anche della dura lezione dei totalitarismi, si era fatto strada sempre più. L’ascolto, il rispetto, la curiosità, la pazienza diventavano pratiche socialmente valorizzate. I bambini possono apprendere di più e meglio e diventare migliori adulti se non costretti a stare in un banco ad imparare nozioni che un adulto trasmette loro passivamente. Le donne lavorano, parlano, protestano, fanno politica e non necessitano del pensiero maschile per asserire un’identità di genere.

I matti non sono reclusi, così come i carcerati non sono più reietti, uomini e donne senza diritti. C’è posto per gli altri, quelli meno prevedibili ed inquadrabili, in un pensiero che è sempre assimilato alle pratiche e che, anzi, attraverso quelle si incarna e si riproduce. La liberazione è il frutto di quegli anni forse confusi visti dall’oggi, ma fecondi. Non tutto quel che è in superficie rispecchia quanto è sul fondo. Culture diverse convivono, residui del passato non si rivelano come tali ma parti affioranti di qualcosa che non è mai scomparso, magari solo minoritario per un periodo, ma mai dissolto, capace di emergere, come un fiume carsico appena aiutati dall’insicurezza collettiva e dalla pressione di portatori di interessi economici assecondati da una politica sempre meno in grado di guardare al futuro e non interessata a gestire  altro  che l’esistente. Pratiche e idee diverse si scontrano. E, arrivati ai nostri giorni, non pare esserci più conflitto reale, non c’è più gerarchia: tutto va bene e si equivale, nei comportamenti come nel mercato delle idee. Non c’è nulla che scoraggi alla base pratiche coercitive e violente, anzi sono riammesse come necessarie, peggio, inevitabili.

Possiamo tacere sulla ragione ‘scientifica ‘ che sarebbe alla base delle modalità di utilizzo, di scelta e selezione dei farmaci. Ma come non vedere il rapporto miserevole tra l’immagine di luoghi anodini di ricerca e di studio e la  pratica di legare, ‘assicurare’ al letto (“messa in sicurezza” di chi? da che?), contenere meccanicamente (“meglio che riempire di farmaci” recita senza pudore la vulgata della bontà delle fasce rispetto alla pericolosità della chimica, peraltro quella stessa che fa da alibi nobilitante).

In mezzo i corpi. A metà strada gli operatori che eseguono, stringono lacci, usano magneti per accertarsi della avvenuta robusta contenzione (“che non si liberi!”), annotano, con zelo o a malincuore, sull’apposito, ordinato registro.

Alla fine non siamo andati tanto lontano. I fenomenologi brillavano per raffinatezza teorica e dell’apparato concettuale a cui facevano ricorso per ‘comprendere’ e non ‘spiegare’ la follia. Al termine delle articolate operazioni introspettive c’era sempre il manicomio, la sua inappellabile meccanicità, le sue soluzioni materiali spietatamente essenziali nella loro rozzezza. Pensare o non pensare? Interrogarmi, dubitare, sospendere, riflettere: soluzioni possibili ma onerose. Le organizzazioni sono per tradizione fatte per non costringere a pensare coloro che ne fanno parte e ne mettono in atto le procedure, automatizzare soluzioni e pratiche, senza lasciare spazi all’interrogazione problematica.

E invece quello che ha scardinato la logica manicomiale sono il dubbio, l’umana incertezza che costringe a pensare, a cercare soluzioni particolari, specifiche, individuali per quella determinata situazione, per quella persona, in quel contesto, in quel momento. Soggettività del paziente, ma anche soggettività dell’operatore, restituito anch’egli all’umano, anzi aiutato a scoprire che l’umano è la sua più preziosa risorsa professionale. Semplice in apparenza: non eseguo un mandato, non applico un contratto, non chiudo e rinchiudo ma apro. Una rivoluzione. E se poi l’operatore non è solo, affidato alla sua coscienza solitaria ma membro di un gruppo, di cui rappresenta una parte, un segmento importante ma non esaustivo, si crea un ambiente trasformativo, terapeutico, il “corpo curante” come lo chiamava Basaglia.

E ora? Il tempo dei dubbi è terminato. Non più incertezze ma soluzioni, non interpretazioni ma fatti: questo il mandato collettivo: relegare l’interrogazione e la ricerca di senso a cincischiamento, la riflessione a indugio, la complessità ridotta a sterile esercizio di astrazione.

Nell’epoca dell’incertezza, della precarietà e della flessibilità la fame di sicurezza si traduce in rifiuto del pensiero critico. Un secolo di cultura interpretativa, di esercizio fecondo e sistematico del relativismo e di teorie della complessità è finito in scorciatoie decisionistiche e manichee; le sfumature della ragione, di cui la ragione stessa è intrisa, sono diventate sterili manovre dispersive da avversare insieme a coloro che ne rivendicano il valore, minoranze elitarie e privilegiate che intenderebbero solo perpetuare il loro potere nascondendosi dietro il cavillo meditativo, il dubbio specioso, lo studio astratto e inconcludente, l’ideologia.

E’ così che siamo ridotti.

Non pare utile a questo punto fare ammenda, riconoscere le colpe di un pensiero che avrebbe esagerato nell’esercizio delle sue prerogative. Non si può argomentare con chi ritiene che la cultura e l’attività del pensare siano soggette alla moda. Il fatto è che la cultura è o non è, e non si dà pensiero che non sia articolato, connesso, argomentato, storicizzato. Il resto è violenza, imposizione, ignoranza come sistema di potere. L’ignoranza che la psichiatria copre con una pretestuosa razionalità.

È per questo che non è una terza via moderata quella di cui c’è bisogno ma una difesa ad oltranza e senza tentennamenti del valore del senso. Ogni parola scritta, ogni ricerca, ogni comportamento, ogni decisione maturata sulle spalle di un pensiero chiaro, spiegabile, comprensibile, esplicito diventa strumento di lotta, atto dichiarato di guerra all’ambiguità della semplificazione, alla sua infida finalità di perpetrazione dello statuts quo. Il pensiero che difendiamo nasce con e nelle pratiche, nella ricerca di soluzioni specifiche e idiosincrasiche, nel rifiuto di quelle preformate, proceduralizzate e irriflesse. Non legare vuol dire interrogarsi, cercare, non rinunciare alla relazione tra esseri umani, riconoscere la sofferenza e non assimilarla ai comportamenti, rispettare chi non smette mai di essere titolare di diritti, qualunque siano le sue condizioni.

In una scena memorabile di Fahrenheit 451 i resistenti  al potere tirannico che condanna i libri e chi li legge, diventano essi stessi i libri che vanno conservati e trasmessi, la loro memoria li accoglie sottraendoli alla distruzione a cui sono destinati bruciando al rogo, incarnandosi in persone: ciascuno è un libro, ciascuno una storia, ciascuno è parte di quell’infinito mondo di possibilità a cui ci rimanda la letteratura. Se abbiamo conforto dalle immagini evocative potremmo assumere quella di Bradbury/Truffaut come ispirazione.

Quel che facciamo, quel che sosteniamo e scriviamo è parte di un progetto collettivo di preservazione del pensiero, del suo valore e delle azioni che ne derivano. Non per testimonianza, non per trasformarlo in lascito ereditario ma per dimostrarne ogni giorno la vitalità e la necessità.

Antonello D’Elia,

Presidente di Psichiatria Democratica