PSICOTERAPIA: IL CERVELLO CHE CAMBIA

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Per lungo tempo il sogno di molti terapeuti è stato quello di poter ‘fotografare’ il cervello di un paziente, prima e dopo il trattamento, per capire se e come il buon esito della psicoterapia si rivelasse anche nelle reti neurali. Oggi tutto questo è possibile.

Nel precedente articolo abbiamo visto che gli eventi, i vissuti e le circostanze della nostra vita possono modificare non solo il nostro pensiero, comportamento ed emozioni, ma anche il nostro sistema nervoso. Tuttavia la direzione di questo cambiamento non è prevedibile e, in certi casi, può portarci ad uno stato di sofferenza, dolore e smarrimento di noi stessi. Quando questo accade, una delle esperienze alla quale ci possiamo rivolgere per cercare di migliorare alcuni aspetti di noi stessi è la psicoterapia. Al giorno d’oggi evidenze scientifiche hanno dimostrato come essa sia in grado di apportare modifiche non solo in ciò che di noi è visibile (la nostra sfera psichica), ma anche in ciò che resta nascosto, le nostre reti neurali.

Come generalmente sostenuto dai più importanti neuroscienziati, infatti, il successo di una psicoterapia è correlato a precise modificazioni a livello cerebrale, poiché essa si rivolge in ultima istanza alle strutture neuroanatomiche e alla regolazione del loro funzionamento.


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Quindi la psicoterapia non è solo una ch
iacchierata con uno sconosciuto, che io mi siedo là e gli racconto gli affari miei?

No di certo. Il percorso terapeutico è come la pellicola di un film sulla quale il paziente – protagonista e regista allo stesso tempo – cerca di riscrivere la sua storia con l’aiuto del terapeuta. Come nella funzione slow motion, cercano insieme di portare l’attenzione ai fotogrammi più importanti nella vita (passata e presente) del paziente, con l’obiettivo di individuare delle alternative più funzionali alle sue sofferenze.

L’importanza dei risultati ottenuti negli ultimi anni sta, però, proprio nel fatto che, se efficace, il processo terapeutico, indipendentemente dall’approccio teorico sottostante, porterà a cambiamenti in entrambi gli aspetti, visibili e non visibili, del paziente.

Dunque quando ci rivolgiamo ad un terapeuta per motivi diversi – un senso d’angoscia che ci tormenta, un’incapacità nel gestire le relazioni, assaliti da fobie e pensieri paranoici, o per arrivare ad una maggiore comprensione di noi stessi – eventuali cambiamenti avverranno anche nel nostro cervello.

Uno dei disturbi psichici sui quali si è maggiormente indagato per valutare le modificazioni nel sistema nervoso ad opera della psicoterapia è il disturbo depressivo maggiore, per il quale si è generalmente osservato un funzionamento abnormale in più aree tra cui la corteccia frontale, i gangli della base, la corteccia temporale e la corteccia cingolata.

Nello 2001 un team di ricercatori guidato da Brody ha studiato tramite PET due gruppi di pazienti, trattati rispettivamente con psicoterapia interpersonale (IPT) e con un farmaco antidepressivo, la paroxetina, osservando in entrambi i casi, al termine del trattamento, un processo di normalizzazione nei pattern metabolici, più vicini a quelli dei soggetti sani. In particolare si è riscontrata una diminuzione del metabolismo nella corteccia prefrontale –  che regola e modula le informazioni legate all’umore e alle emozioni provenienti dal sistema limbico – e nel caudato (area sottocorticale), e un incremento a livello del lobo temporale inferiore e dell’insula, la cui attività disfunzionale è correlata alla ruminazione depressiva, ovvero il susseguirsi di pensieri ed immagini negative presente nelle persone depresse.
1372175973_dd589dbe92_oNello stesso anno uno studio di Martin e collaboratori ha verificato, attraverso misurazioni tramite la SPECT (Single Photon Emission Computed Tomography), che pazienti depressi, dopo essere stati trattati con IPT o con un antidepressivo, presentavano un aumento del flusso cerebrale a livello dei gangli della base, strutture coinvolte nella regolazione dell’umore. Inoltre, solo nei pazienti sottoposti ad IPT, si riscontrava una maggiore attività anche nella corteccia del cingolo posteriore di destra. Nonostante alcuni limiti come la mancanza di un gruppo di controllo costituito da soggetti sani e la breve durata del trattamento, anche questo studio evidenzia che la psicoterapia e il trattamento farmacologico porterebbero a cambiamenti simili a livello delle regioni limbiche e corticali.

 

Risultati controversi sono emersi, invece, da una ricerca del 2004 condotta da Goldapple con l’obiettivo di indagare gli effetti cerebrali di un diverso approccio psicoterapeutico, quello cognitivo comportamentale (CBT). Confrontando i dati ottenuti prima e dopo il trattamento, si è osservato un decremento metabolico nella corteccia prefrontale (PFC) ed un incremento nelle aree limbiche (cingolato dorsale ed ippocampo). Cambiamenti opposti a quelli osservati in uno studio precedente con pazienti trattati con un antidepressivo. Un risultato inaspettato poiché, già di per sé, la depressione si associa ad una ridotta attività della corteccia prefrontale. Nell’interpretare i dati gli autori hanno collegato questo ulteriore decremento metabolico riportato nella PFC e avvenuto dopo il trattamento, alla diminuzione dei processi di ruminazione, e l’incremento dell’attivazione nelle aree limbiche all’aumento dell’attenzione verso stimoli emozionali rilevanti.

Secondo Goldapple e collaboratori questi dati dimostrano l’esistenza di diversi meccanismi cerebrali alla base dell’efficacia del trattamento psicoterapeutico e di quello farmacologico. La psicoterapia agirebbe attraverso un processo dall’alto verso il basso, con la corteccia come iniziale sito d’azione: diminuendo l’attività corticale ed aumentando il metabolismo a livello dell’ippocampo e del cingolo dorsale, tali cambiamenti interverrebbero sui processi legati alla memoria e all’attenzione che, se caratterizzati da bias affettivi e cognitivi, sarebbero alla base della patologia depressiva. Mediante la psicoterapia si otterrebbe, dunque, una riduzione della ruminazione e dei pensieri intrusivi, caratteristici dello stato depressivo, ed un conseguente minore sforzo cognitivo a carico della persona.

Il farmaco, invece, opererebbe un effetto dal basso verso l’alto, agendo sui centri emozionali le cui attività disfunzionali contribuirebbero all’origine ed al mantenimento dello stato depressivo. Queste differenze rispecchierebbero, inoltre, i diversi effetti a lungo termine dei due trattamenti terapeutici, con minori episodi di ricaduta nel caso del trattamento psicoterapeutico.

Importanti risultati sono stati ottenuti anche in pazienti con fobia sociale e specifica. Nel primo caso Furmark e colleghi hanno sottoposto soggetti con fobia sociale a trattamento psicoterapeutico o farmacologico per valutare i cambiamenti nel flusso sanguigno cerebrale durante l’esecuzione di un compito emotivamente ansiogeno (parlare in pubblico).

Confrontando i risultati ottenuti prima e dopo il trattamento, è risultato che il miglioramento dei sintomi dell’ansia sociale si accompagnava ad una normalizzazione nel metabolismo in più regioni cerebrali tra cui l’amigdala e l’ippocampo, coinvolte nell’espressione delle reazioni di paura ed ansia agli stimoli minacciosi.

In modo analogo, fenomeni di riorganizzazione a livello cerebrale sono emersi anche nello studio del 2003 di Paquette e collaboratori in pazienti aracnofobici in seguito al trattamento con psicoterapia cognitivo comportamentale o farmacologica.

 

Le neuroscienze, quindi, ci dicono che la psicoterapia non solo è efficace, ma che il suo effetto si riverbera anche nelle nostre reti neurali. Possiamo pensare ad esse come ad un insieme di strade e sentieri intrecciati tra loro. Delle strade lungo le quali corrono le nostre emozioni, i nostri pensieri, il nostro modo di vedere le cose. Ognuno di noi ha la propria mappa e, se siamo fortunati, se cioè i nostri geni e l’esperienze accumulate negli anni sono sufficientemente positive e lavorano bene in sinergia, abbiamo la possibilità di scegliere, di volta in volta, il tragitto più adatto alle situazioni.

A volte, però, può capitarci di seguire una traccia nel terreno e continuare a ripeterla, giorno dopo giorno, incapaci di fare diversamente. Quando questo accade, la traccia si è trasformata in un circuito chiuso, con le pareti che, come in un fossato, si alzano sempre più. Alcuni circuiti neuronali sono diventati, cioè, eccessivamente predominanti rispetto agli altri e ci portano a reiterare gli stessi comportamenti, le stesse fobie, le stesse emozioni negative.

Se è questa la sensazione che abbiamo, quella di non riuscire a prendere un’altra direzione ma di vivere a bordo di un treno che corre sulle solite logore rotaie, è forse arrivato il momento di attuare un cambiamento nella nostra vita, prendere consapevolezza di questa nostra condizione e iniziare, gradualmente, a guardarci intorno alla ricerca di nuove tracce nel terreno. In questi casi la psicoterapia può rappresentare l’aiuto di cui abbiamo bisogno, l’opportunità di creare strategie di pensiero e di comportamento più funzionali o, detto in termini neuroscientifici, dei nuovi circuiti sinaptici. Il processo, naturalmente, chiede tempo ed impegno e non dà mai a priori la certezza del buon esito. Del resto il cambiamento non è mai qualcosa di semplice ed immediato. Ma il fatto che non sia facile non significa che sia impossibile.

Foto 1: Dmitry Kirsanov | CC License

Foto 2: Daniele Oberti | CC License