U.V.M.: l’unità per non dimenticare i pazienti psichiatrici nelle cliniche laziali

Martina Cancellieri

L’Unità Valutativa Multidisciplinare, presente in ogni ASL del Lazio è costituita da diverse figure professionali (psichiatra, psicologo, infermiere, assistente sociale) e un professionista esperto nominato, anche a rotazione, dagli enti privati accreditati. Il mandato di questa commissione è valutare e monitorare l’invio nelle strutture accreditate degli utenti psichiatrici. Intervistiamo la dott.ssa Antonietta Di Cesare, psicologa che lavora nell’U.V.M. dell’Asl RMC sul possibile ruolo strategico di questa unità, in vista dell’attuazione del decreto 188 appena approvato.

D: Qual è l’obiettivo dell’U.V.M.?

R: L’unità valutazione e monitoraggio c’è da 4-5 anni. Nel decreto 101/2010 viene regolamentata, nel 188/2015 viene rivista ulteriormente. L’unità valutativa è un buon strumento di monitoraggio delle situazioni relative ai ricoveri nelle strutture convenzionate ma anche in quelle a gestione diretta. L’obiettivo di questa unità è monitorare i progetti personalizzati. È uno strumento che dà la possibilità di seguire il paziente nei percorsi terapeutici, e quindi di provare a non utilizzare il ricovero come soluzione del percorso clinico. Il ricovero dunque come strumento limitato nel tempo che ci permette di organizzare un progetto di cura del paziente in una situazione di CSM, di case supportate e case famiglia… i lunghi ricoveri secondo noi non fanno altro che cronicizzare la situazione.

D: Come funziona l’U.V.M.?

R: Con questo nuovo decreto 188 l’unità valutativa è importante perché deve inviare direttamente alla Regione i pareri che dà rispetto ai diversi ricoveri. Adesso c’è stata la riconversione di tutte le ex case di cura neuropsichiatriche e anche loro sono soggette all’attività dell’U.V.M. In questi anni hanno ridistribuito i loro posti letto a seconda di uno pseudo-bisogno ed esistono diverse tipologie di residenze in base al tipo di assistenza più o meno intensiva. Ora, con questo decreto, inviare un paziente alle STIPIT (Strutture per Trattamenti Psichiatrici Intensivi Territoriali) subito dopo il ricovero in SPDC, può avvenire solo con una comunicazione all’U.V.M., prima questo non era necessario. Per tutte le altre strutture, l’U.V.M. deve produrre una documentazione che giustifichi, attraverso test e relazioni, la permanenza dei pazienti all’interno di queste strutture. Questo produce trasparenza.

D: L’U.V.M. ora ha potere di veto?

R: Se l’U.V.M. non dà parere positivo si deve rivedere il progetto.

D: In riferimento alle buone e cattive pratiche, lo scontro tra diversi modi di lavorare avviene caso per caso?

R: Più che scontro, in una situazione come quella laziale in cui abbiamo tantissimi posti letto e molte case di cura private, il mio proposito dall’interno di questo gruppo di valutazione è quello di evitare il più possibile il ricorso continuo ai ricoveri. E tale attività è una buona pratica. A volte accade che suggeriamo di utilizzare dei posti letto disponibili nelle nostre case supportate invece di un ricovero. I colleghi a volte pensano al ricovero anche come ad una situazione alloggiativa, il che non è possibile.

D: Quante case supportate avete all’interno del vostro distretto sanitario?

R: Il dipartimento ne ha 15 per un totale di circa 58 posti letto, il nostro distretto ne ha 3 con 15 posti letto.

D: I posti letto nelle cliniche psichiatriche sono abbastanza rispetto alla domanda?

R: Io non farei questo discorso in psichiatria. Più offri posti letto più posti letto vengono occupati. Ciò investe ciò che dicevi prima, il discorso delle pratiche, perché se io ho a disposizione solo il posto letto lo adopero. Invece se io ho a disposizione una casa all’interno di un contesto sociale, un centro diurno che funziona, un contesto che non isola, e strumenti come i gruppi appartamento per esempio, uso quelli. Se io ho un continuo ricorso al ricovero e il mio sguardo non va verso una reintegrazione, è ovvio che il posto letto è l’unica soluzione che ho per portare il paziente fuori casa.