La comunità possibile

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La comunità possibile di Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Roberto Mezzina
Tratto da: triestesalutementale.it. Per scaricare il testo completo, clicca qui.
Prima parte: La crisi della  comunità terapeutica

Spesso la storia della psichiatria è stata segnata da trasformazioni apparentemente fatidiche, ma di rilevanza dubbia, comunque ambigua, tanto da non potersi dire se la loro fama debba attribuirsi ad una giusta ragione o a una ricorrente quanto vuota celebrazione. Gli esiti di una mitizzazione.

Michel Foucault scrive in Storia della follia nell’età classica: “la calma patriarcale della dimora di Tuke, dove si placano lentamente le passioni del cuore e i disordini dello spirito; la lucida fermezza di Pinel che domina con una sola parola e con un solo gesto i due furori animaleschi che ruggiscono contro di lui e lo guatano: immagini che porteranno lontano, e fino ai nostri giorni, il loro peso leggendario”.

Alla fine del XVIII secolo è già operante il mito di una psichiatria riformata: Samuel Tuke, un quacchero inglese che fondò il Ritiro, un nuovo asilo psichiatrico, apparentemente più umano e senza coercizioni, e Philippe Pinel, un medico molto famoso in Francia al tempo della Rivoluzione per aver liberato dalle catene i folli della Bicetre, grande casa di internamento parigina, sono i due eroi di questa epopea di liberazione.

Ma ad un esame più disincantato l’operazione appare immediatamente di segno diverso: il Ritiro di Tuke, fatto valere come atto di filantropia e gesto di liberazione degli alienati, non è altro che una nuova forma di segregazione, “segregazione morale e religiosa che cerchi di ricostituire intorno alla follia un ambiente il più possibile rassomigliante alla comunità di quaccheri” (ibidem); alla base c’è il cosiddetto trattamento morale, per il quale la religione assume la duplice funzione di natura e di regola ed il folle deve essere portato a sentirsi responsabile di tutto ciò che nella sua malattia turba la morale e la società e a controllarsi. Al terrore delle catene si sostituisce l’angoscia chiusa della responsabilità: “la paura ora non regna più dall’esterno delle prigioni: ora infierisce dall’interno delle coscienze” (ibidem). I giorni del folle vengono meticolosamente organizzati secondo i ritmi di un lavoro imposto e non retribuito, spogliato di ogni valore produttivo, la sua vita perpetuamente offerta allo sguardo altrui, del custode come dell’uomo di ragione, oggetto di controllo e di punizione.

Non diversamente in Pinel: egli viene assunto a Bicetre con lo scopo precipuo di distinguere i folli dalle persone ragionevoli che vi erano state rinchiuse dal vecchio regime per motivi politici: “Bicetre racchiude certamente dei criminali, dei briganti, degli uomini feroci… ma contiene anche, si deve convenirne, una folla di vittime del potere arbitrario, della tirannia delle famiglie, del dispotismo… Le segrete nascondono uomini, nostri fratelli e nostri eguali, a cui l’aria è rifiutata, che vedono la luce solo attraverso stretti abbaini” (ibidem). Bicetre, prigione dell’innocenza, ossessiona l’immaginazione, come un tempo la Bastiglia: mitologia rivoluzionaria.

Ma anche Pinel è ben lungi dall’essere un riformatore: “Togliere le catene agli alienati delle segrete significa introdurli nel dominio di una libertà che sarà anche quello di una verificazione, significa lasciarli apparire in un’oggettività che non sarà più velata nelle persecuzioni e nei conseguenti furori; significa costruire un campo asilare puro… un dominio in cui la follia deve apparire in una verità pura, insieme oggettiva e innocente… in cui guadagna in precisione nel suo schema scientifico” (ibidem).

Sulle leggende di Tuke e di Pinel la psichiatria positiva ha costruito il suo edificio e silenziosamente, nella loro celebrazione, ha occultato le operazioni che organizzavano il mondo asilare, i metodi di guarigione e l’esperienza concreta della follia. La liberazione non è che l’altra faccia dell’internamento, la faccia nascosta e paradossalmente più feroce e repressiva: “L’internamento, le prigioni, le segrete, gli stessi supplizi, istituivano un dialogo muto tra la ragione e la sragione, un dialogo che era lotta. Anche questo dialogo è ora soppresso: il silenzio è assoluto; non c’è più linguaggio comune tra follia e ragione; al linguaggio del delirio non può rispondere altro che un’assenza di linguaggio, poiché il delirio non è un frammento di dialogo con la ragione, non è affatto linguaggio; nella coscienza alfine silenziosa, rinvia soltanto alla colpa” (ibidem).

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Se questa è dunque la versione più disincantata della dialettica tra internamento e liberazione, non c’è da escludere che alcune pratiche psichiatriche innovative quali si sono venute a strutturare in questo secolo, siano in qualche modo state informate di un malinteso spirito di filantropia e abbiano adottato analoghe strategie di occultamento delle loro reali finalità, tanto da risultare infine un corrispettivo edulcorato dell’esclusione manicomiale di fronte a particolari e modificate esigenze di produzione e controllo della società.

Si può dire che questo è il punto sul quale si è fondato il legittimo sospetto di Franco Basaglia: ciò che di nuovo si stava costruendo in psichiatria forse tanto nuovo non era, le contraddizioni come polvere sotto il tappeto continuavano ad essere nascoste, il tempo dell’istituzione si prospettava come sempre tempo infinito.

Quando arriva nell’Ospedale di Gorizia nel 1961 Basaglia insieme col primo gruppo di suoi collaboratori si dedica con entusiasmo all’applicazione del modello più innovativo e carico di speranze che la scienza psichiatrica proponesse allora, quello della Comunità Terapeutica. 

L’ultimo grido della psichiatria, come lo definisce Basaglia, non poteva che nascere in Inghilterra, il paese che tradizionalmente era stato la culla dei primi tentativi di rinnovamento istituzionale: e non soltanto in riferimento al dubbio esperimento di Tuke e al suo programma di trattamento morale, quanto invece al misconosciuto progetto di John Conolly che sin dal 1839 ad Hanwell si era battuto per l’abolizione di tutti i mezzi di contenzione e soprattutto, in modo ancora più radicale, per l’eliminazione di tutte le forme istituzionali di restrizione personale come l’isolamento e la privazione dei propri oggetti.

Scrive Basaglia in Che cos’è la psichiatria: “Nasceva, questa sì per la prima volta, la consapevolezza che il problema era contemporaneamente sociale e scientifico, economico-politico e ‘psichiatrico’. Nasceva, con Conolly, la psichiatria istituzionale”. Progetto davvero straordinario se si considera che l’attenzione di Conolly fu incentrata anche sull’assistenza extra e postospedaliera con indicazioni precise di politica sanitaria pubblica riguardanti la costruzione di un servizio nazionale di salute mentale che prevedeva addirittura la possibilità di cure domiciliari, di collaborazione con i medici generici e di formazione specialistica per il personale sanitario.

Un secolo più tardi l’ultima nata: la Comunità Terapeutica. Come ci ricorda Basaglia (Riunione franco-italiana di Courchevel), viene menzionata per la prima volta da Main nel 1946 in una rivista medica britannica, in riferimento all’esperienza di un gruppo di psichiatri inglesi nell’Ospedale di Northfield fra cui Bion, Rickman e più tardi Foulkes, che avevano organizzato in modo comunitario la vita ospedaliera con gruppi di discussione e partecipazione dei pazienti al governo del reparto. Analoghe esperienze erano state fatte a Mill Hill e a Dartford nel corso della seconda guerra mondiale per il trattamento di soldati ex prigionieri di guerra e successivamente furono fatte a Belmont, nell’ospedale per psicopatici di Henderson, ad opera di Maxwell Jones, che in breve tempo diventò il maggior rappresentante di questo nuovo indirizzo terapeutico e di questa nuova organizzazione della vita comunitaria all’interno delle istituzioni psichiatriche.

Il punto di partenza della Comunità Terapeutica è semplice e innovativo nello stesso tempo: la trasformazione del rapporto tradizionale medico-paziente. Nelle riunioni quotidiane fra tutto il personale sanitario e i ricoverati vige il principio della piena libertà di comunicazione: si cerca di mettere in crisi il tradizionale rapporto di autorità – gerarchico e adialettico – e di analizzare tutto ciò che accade nella comunità in termini di dinamica individuale e interpersonale. Il contributo di tutti; l’équipe curante e i pazienti, deve essere impiegato in maniera terapeutica per favorire il riapprendimento di adeguati ruoli sociali delle persone ricoverate, soprattutto in riferimento alla capacità di entrare in rapporto con gli altri e stabilire proficui scambi sociali.

La comunità terapeutica si presenta come una comunità e non un agglomerato di malati. Come una comunità organizzata in modo da consentire il movimento di dinamiche interpersonali fra i gruppi che la costituiscono e che presenta le caratteristiche di qualsiasi altra comunità di uomini liberi”: queste parole di Franco Basaglia (Che cos’è la psichiatria) giungono dopo i primi anni di trasformazione istituzionale a Gorizia e rivelano subito come la sua attenzione sia fondamentalmente centrata su un “assunto di base”: il nuovo modo di lavorare in psichiatria non può che essere un confronto tra uomini liberi.

Ma di quale libertà parla Basaglia? Della libertà dalle catene e dalle contenzioni fisiche come già in Pinel e in Tuke o da tutte le forme di privazione personale come in Conolly? Parla forse della libertà generosamente elargita da una nuova figura di medico, paterno e illuminato, che si sforza di accudire meglio i suoi figli  sfortunati? Parla ancora il linguaggio del mito, il mito della psichiatria che riforma se stessa e salva la sua anima?

Basaglia sembra già un passo avanti, ultimo arrivato nella “comunità dei costruttori di comunità” si mette subito alla ricerca della tana segreta dove si annida la serpe istituzionale e non fatica a trovarla: “Il  concetto di comunità terapeutica, è evidente, va mano a mano ammorbidendosi, perdendo quella che era la sua iniziale carica eversiva, per declinarsi in una semplice nuova modalità di organizzazione dell’assistenza psichiatrica, dove l’elemento difensivo da parte degli organizzatori ha ancora un gioco determinante” (Riunione franco-italiana di Courchevel).

La tana è scoperta, la serpe viva e pericolosa: è il riemergere della “autorità latente”, che mette fuori la testa quando i limiti stanno per essere superati e l’intera organizzazione rischia di affondare. L’équipe medica deve riprendere il controllo, “l’ideologia comunitaria deve – in caso di necessità – cedere all’ideologia organizzativa”  (idibem).

Ecco perché non basta illuminare le stanze buie dell’ospedale psichiatrico col sorriso di una comunicazione aperta e senza riserve, perché non sono luoghi per stabilire incontri fra anime belle: “è dunque facile farsi un’immagine falsa della comunità terapeutica come di un mondo ideale dove tutti sono buoni, dove i rapporti sono improntati al più profondo umanitarismo, dove il lavoro risulti altamente gratificante” (Che cos’è la psichiatria?).

La comunità terapeutica per Basaglia deve essere soprattutto l’impegno quotidiano per negare questo mondo ideale: nella comunità esplodono le contraddizioni, le dinamiche si fanno ogni giorno più complesse, non c’è più spazio protetto o divisione da mantenere, l’azione terapeutica deve rompere e trasformare tutto, “la contestazione si può muovere solo in un clima di libertà e la libertà ha i suoi rischi” (idibem).

E questi rischi vanno corsi, pena la ricaduta in ideologie di controllo. Nessuno può dire che cosa ci sia alla fine del percorso. Basaglia forse intuisce e continua a preparare il terreno per qualcosa di impensabile.  Gli anni di Gorizia sono gli anni di paziente lavoro su due fronti, l’uno non meno impegnativo dell’altro.

Il primo fronte è il paziente, i suoi bisogni, la condizione stessa di dipendenza dall’istituzione totale, l’esigenza di rispondervi perseguendo un aumento del potere di contrattualità  delle persone, uno sviluppo della loro capacità di opporsi alle regole rigide dell’organizzazione, in altri termini una restituzione di voce all’internato: ne sono fedele testimonianza le trascrizioni delle vibranti discussioni di gruppo, interminabili riunioni allargate a tutti i cittadini della comunità terapeutica sulle quotidiane questioni della loro vita e dignità. L’organizzazione dei reparti, la gestione delle crisi, il nodo della pericolosità e le tentazioni della violenza e poi i soldi, il lavoro, le uscite, il difficile rapporto con la città intorno. Nulla può essere trascurato, la comunità verifica la sua tenuta insistendo sui punti critici della struttura, sulle voci dissenzienti, sulle assenze, sui rifiuti: “spesso accade” scrive Basaglia “che siano proprio i pazienti meno partecipativi a esprimere il difetto di tutta la situazione con molta lucidità: – E’ inutile che mi invitiate a partecipare alla discussione, a votare: non mi potete dire che siamo tutti uguali, voi siete i medici e noi siamo i ricoverati, e noi siamo rinchiusi e dipendiamo da voi” (Riunione franco-italiana di Courchevel).

Ecco il secondo fronte, con le parole di questi internati che bruciano le coscienze: Basaglia e il suo gruppo sanno che non è più possibile continuare un’azione trasformativa dell’istituzione totale se non viene messo radicalmente in crisi il ruolo di tutta l’équipe curante. Il medico, l’infermiere, le altre figure professionali si trovano in una situazione nella quale vengono messi in discussione non solo dalla presenza del paziente, lì a testimoniare i suoi bisogni, ma dalla sua stessa voce che cresce di giorno in giorno per rivendicarli. E’ un’onda che sale inarrestabile, il medico non può più ripararsi dietro la sua scienza che ha costruito i luoghi dell’istituzione e ne ha favorito la sopravvivenza e la moltiplicazione, l’infermiere non può più stare nella sua divisa di guardiano a stringere lacci e serrare porte. E’ un’ideologia che crolla, spesso non senza drammi e conflitti personali, perdere il ruolo assomiglia a perdere l’identità, ma bisogna andare avanti, avanti, senza guardarsi indietro.

Ma fino a dove? – chiedono a Basaglia i suoi collaboratori – fino a dove? Domanda irriducibile, forse antica nella sua mente, oltre le ragionevoli aspettative. Qualcosa di impensabile.

Il meccanismo di Gorizia, oliato dagli apprezzamenti di tutti coloro che guardavano con speranza alla trasformazione del manicomio, incomincia a incepparsi: sono gli stessi operatori della macchina, insieme con i passeggeri, che gettano sabbia nelle turbine. Non ci stanno più, non ci stanno più a restare in una situazione di vetrina, vogliono che qualcosa si muova  là fuori. Hanno fatto il possibile per chiamare la città,  per dimostrare che quel muro che cingeva l’ospedale non era diverso dagli altri muri che si sopportavano in quel luogo di confine, che le persone dentro e le persone fuori erano in primo luogo persone con bisogni identici ma diritti diversi. Dirà anni più tardi Basaglia ricordando quell’esperienza: “… dopo l’apertura dei padiglioni di Gorizia,  nel 1963/64, tutti si aspettavano di vedere cose orribili. (…) E non accadde nulla (…) le persone si comportavano correttamente, chiedevano cose molto giuste, volevano  cibo migliore, possibilità di relazione uomo-donna, tempo libero, libertà per uscire, ecc., cose che uno psichiatra nemmeno immagina che il suo malato possa chiedere. (…) Cominciammo a divulgare e a mostrare che era possibile gestire un manicomio in maniera differente. Tutto questo ci portò, implicitamente, a una riflessione di carattere politico: le classi oppresse erano internate e l’ospedale era un mezzo di controllo sociale da parte del potere.” (Conferenze brasiliane)

E’ il punto di non ritorno, “riflessione di carattere politico”, qualcosa che riguarda la polis nella sua interezza: ecco fino a dove li aveva portati Basaglia! La comunità terapeutica, le nuove regole di organizzazione dell’ospedale, la comunicazione libera e trasparente, le condizioni di vita degli internati sorprendentemente diverse, l’attenzione ai loro bisogni, persino la radicale messa in crisi di tutti i ruoli professionali, il fertile rimescolamento dei poteri e delle responsabilità, tutto questo non basta più, è straordinariamente innovativo ma non basta più. Questa macchina si può anche fermare, forse è più corretto scendere. Dopo più di dieci anni di lotte i medici dell’Ospedale di Gorizia decidono di dimettersi: “Ciò che si è tentato di fare nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia” scrive Basaglia (Crimini di pace) “è stato rispondere ai bisogni immediati dei malati, bisogni che gradualmente, di pari passo con la riabilitazione dei pazienti, sono venuti qualitativamente maturando ed evolvendo. Che cosa potrebbe fare ora il gruppo curante dell’ospedale se non  fermarsi, dichiarando che non è di loro competenza rispondere al tipo di bisogni che attualmente la maggior parte dei degenti presenta?”

Basaglia parla di nuovi insopprimibili bisogni che sono emersi dal momento in cui i medici hanno incominciato a redigere i certificati di dimissione degli internati: la libertà, quella reale non quella fittizia all’interno della comunità terapeutica, la libertà finalmente di uscire dall’ospedale, di avere una casa, un lavoro, un compagno o una compagna, un gruppo di amici, la libertà di essere di nuovo cittadino veniva richiesta a gran voce. Ma la polis  fuori dell’ospedale non rispondeva. “In queste condizioni” scrive Basaglia (ibidem) agli internati, “noi stessi, alle vostre legittime domande – Quando vado a casa? – dovremmo rispondere le menzogne dei vecchi manicomiali che rispondevano – Domani -, sapendo bene che quel domani non esisteva nel vostro calendario”.

L’esperienza di Gorizia si conclude nel momento in cui è diventata di fatto una grande esperienza politica, che non vuole e non può arrestarsi alla trasformazione umanitaria del manicomio, ma che deve necessariamente mettere in discussione da un lato le reali finalità che la presenza e la persistenza dell’istituzione totale comportano, dall’altro la società nel suo complesso e nelle sue strategie di esclusione sociale. Paradossalmente anche in quelle riformistiche.

E’ molto esplicito Michel Foucault, che conosce l’esperienza di Basaglia, qualche anno più tardi, in una conversazione sulle strategie del potere (Microfisica del potere): “Per semplificare l’umanesimo consiste nel voler cambiare il sistema ideologico senza toccare l’istituzione: il riformismo nel cambiare l’istituzione senza toccare il sistema ideologico. L’azione rivoluzionaria si definisce al contrario come una scossa simultanea della coscienza e dell’istituzione: il che presuppone che si attacchino i rapporti di potere di cui sono lo strumento, lo scheletro e l’armatura”.

La sintesi del filosofo compendia ciò che il tecnico del sapere pratico ha dimostrato in quella piccola città di confine: essere più umani o riformare l’istituzione sono le ultimi, le più sottili e pericolose mistificazioni che la società dell’esclusione mette in atto per arrestare l’azione rivoluzionaria, cambiare facciata per non cambiare nulla nell’assetto della struttura sociale. L’impensabile che Basaglia ha intuito, l’impossibile che diventa possibile come dirà in seguito, si realizzerà solo qualche anno dopo, quando il manicomio di Trieste, smontato pezzo dopo pezzo, sarà definitivamente chiuso, e la città si aprirà alla follia  e alle sue contraddizioni.

Ma un frammento di questa utopia forse ha già incominciato a funzionare a Gorizia e c’è da immaginare che Basaglia, leggendo di Tuke, di Pinel, di Conolly, di Maxwell Jones e di tutti gli altri riformatori e delle loro fantasie intorno al mito di una nuova psichiatria abbia sorriso almeno una volta: la mente attraversata da qualcosa di impensabile.

Leggi la seconda parte: La comunità terapeutica allargata
Tratto da: triestesalutementale.it
Foto di MartaZ* Flickr/CC License

 

Mario Colucci, psichiatra presso il DSM di Trieste, è docente presso le Scuole di Specializzazione in Psichiatria e Neuropsicologia dell’Università di Trieste e presso l’Istituto per la Clinica dei Legami Sociali di Venezia. Psicoanalista, membro del Forum Psicoanalitico Lacaniano, è redattore della rivista “aut aut”. È autore di Franco Basaglia (con P. Di Vittorio, Bruno Mondadori 2001).

Peppe Dell’Acqua, salernitano, classe 1947, psichiatra, che ha avuto la fortuna di iniziare a lavorare con Franco Basaglia fin dai primi giorni triestini, partecipando all’esperienza di trasformazione e chiusura dell’Ospedale Psichiatrico. Tuttora vive a Trieste ed è il Direttore del Dipartimento di Salute Mentale. Nel 2007 ha pubblicato il libro-testimonianza “Non ho l’arma che uccide il leone. Trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni”, con una inedita prefazione di Basaglia (Stampa Alternativa, Viterbo).

Roberto Mezzina, psichiatra, attuale direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste.

 

Bibliografia

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F. Rotelli: L’istituzione inventata. La pratica terapeutica tra modello clinico e riproduzione sociale. In “Atti del convegno di Trieste”. – Centro di Documentazione Pistoia – 1987

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G. Dell’Acqua, R. Mezzina: Il centro di salute mentale 24 ore come comunità terapeutica allargata: la riabilitazione e lo sviluppo di una rete partecipativa.  In ”Riabilitazione psicosociale in psichiatria. Ruoli, Metodi, Strutture e Validazioni”. Atti del II Congresso nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale – 1990

 R. Mezzina: Ambivalenza dell’idea di comunità nella deistituzionalizzazione. In Fogli di informazione. Numero speciale Manicomio ultimo atto – 1996

 R. Piccione: Manuale di Psichiatria. -Ed. Bulzoni, Roma – 1995

 M. Foucault Storia della follia nell’età classica. – Ed. Rizzoli, Milano – 1963

 M. Foucault: Microfisica del potere. –  Ed. Einaudi, Torino – 1977

 F. Basaglia: Scritti I e II. – Ed. Einaudi, Torino -1981

 F. Basaglia: L’istituzione negata. – Ed. Einaudi, Torino – 1969

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 F. Basaglia: Crimini di pace. – Ed. Einaudi – 1975

 F. Basaglia: Riunione franco-italiana di Courchevel. Psicoterapia istituzionale e comunità terapeutica. In parte inedito – Gorizia 1967

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 I. Goffman: Asylum. – Ed. Einaudi – 1969

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 A. Gaston: Genealogia dell’alienazione. – Ed. Feltrinelli – 1989

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