La comunità terapeutica allargata: storia di una rivoluzione

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Seconda parte: La comunità terapeutica allargata
Tratto da: La comunità possibile di Mario Colucci, Peppe Dell’Acqua, Roberto Mezzina.
In triestesalutementale.it. Per scaricare il testo completo, clicca qui. Per leggere la prima parte, clicca qui.

Franco Basaglia iniziò il lavoro nell’Ospedale Psichiatrico di Trieste nell’Agosto del 1971. Nell’accettare l’incarico di direttore si adoperò per formare un gruppo di giovani medici, psicologi, assistenti sociali, volontari, studenti. Non fu difficile: tutti erano stati attratti a Trieste dalla conoscenza della precedente esperienza goriziana e dall’influenza che le ipotesi critiche intorno alla psichiatria e alle istituzioni totali esercitavano sui mass-media, sulla classe politica e sull’opinione pubblica.

Franco Basaglia muoveva dalla consapevolezza, dopo la sperimentazione e la crisi della comunità terapeutica goriziana, che l’ospedale psichiatrico non aveva alcuna valenza di cura, era di per sè produttore di malattia; che bisognava, nell’avere “umanamente” cura dell’altro, ridefinire relazioni, scoprire spazi, fare emergere soggetti; che l’unica possibilità di agire una dimensione terapeutica nell’ospedale psichiatrico non poteva prescindere dalla sua stessa trasformazione (distruzione).

Per avviare il lavoro di cambiamento volle contare su un gruppo di giovani non ancora contaminato dalla psichiatria, volle sostenere egli stesso il percorso di formazione che quotidianamente il cambiamento costruiva nella pratica; certamente critico e in opposizione alla formazione statica e allora arcaica delle università.

Il modello della Comunità Terapeutica, che aveva sviluppato con originalità nell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia nel precedente decennio, venne superato con rapide sequenze attraverso l’apertura, la trasformazione dell’Ospedale di Trieste e la costituzione di una rete di servizi territoriali alternativi e sostitutivi dello stesso ospedale.

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In quell’agosto risultano ricoverate a Trieste 1182 persone.

Il turno over in un anno è di circa 2500 pazienti, dei quali più del 90 per cento subisce il ricovero coatto (in base alla legge del 1904) e solo  la restante percentuale gode del ricovero volontario introdotto nella legislazione italiana nel 1968.

Nel corso dei primi quattro anni di lavoro molta attenzione viene riservata al cambiamento degli spazi interni e ai sistemi di comunicazione e scambio all’interno del gruppo di lavoro e tra questo e i pazienti. In una prima fase vengono attivate riunioni quotidiane nei reparti e periodiche assemblee di tutti i pazienti. Particolare attenzione viene data alla formazione degli infermieri, affinché progressivamente abbandonino la tradizionale funzione di custodi, per assumere invece un ruolo attivo e prezioso nel processo di trasformazione dell’istituzione.

Vengono aperte le porte di tutti i reparti e soppresse le terapie shock e ogni forma di contenzione fisica.

Si favoriscono le uscite in città, suscitando attenzione e spesso allarme da parte della cittadinanza.

Nel corso dei primi anni di lavoro l’interesse di Basaglia e della sua équipe si concentra, più che sulla malattia, sulle storie personali dei pazienti, sui loro bisogni, sul rapporto con la comunità di provenienza. Si organizzano gruppi di convivenza (gruppi appartamento), dapprima all’interno dell’ospedale, poi in città.

I pazienti incominciano a organizzarsi tra di loro, fino a dare vita nel febbraio 1973 alla prima cooperativa, che associa sessanta persone, addette a mansioni di pulizia dei reparti, delle cucine e del parco: ognuno ha un regolare contratto sindacale. La firma del contratto segna la fine dell’ergoterapia e inaugura percorsi verso forme abitative ed emancipative reali.

Si apre una vertenza con l’amministrazione dell’ospedale affinché la cura e l’ospitalità siano riconosciute come diritto anche per quei pazienti non più bisognosi di ricovero ospedaliero, tuttavia ancora residenti in ospedale come ospiti di gruppo appartamento.

Viene aperto  il cancello del parco dell’Ospedale psichiatrico.

Si organizzano concerti e feste promosse da associazioni politiche e culturali della città, che richiamano un numeroso pubblico di studenti, giovani e gente comune.

Si organizza un laboratorio di pittura, scultura, teatro,  scrittura. Si costruisce Marco Cavallo, un grande cavallo azzurro di cartapesta, simbolo del desiderio di libertà, che viene portato per le vie della città in testa a un corteo l’ultima domenica di marzo del 1973.

Sempre più frequentemente si organizzano per i pazienti soggiorni in località di villeggiatura e uscite in gruppo per partecipare alle normali attività ricreative della città.

Fin dal 1972 la stessa organizzazione interna dell’ospedale viene  cambiata: al criterio di sistemazione gerarchica per gravità nosografica, viene sostituito un criterio che raggruppa i pazienti per provenienza territoriale.

L’équipe, a sua volta, viene divisa in cinque gruppi, ciascuno operante in un’area di riferimento ben delimitata. Si dà inizio in tal modo al lavoro sul territorio, che ha come obiettivo la dimissione e il sostegno del paziente a casa, la presa in carico dei nuovi casi, la ricerca di un rapporto operativo con le istituzioni e i cittadini di quell’area di riferimento.

Il lavoro all’esterno dell’ospedale tra resistenze, successi e conflitti introduce i primi cambiamenti  nella pratica terapeutica, nell’assetto istituzionale, nella formazione sul campo per infermieri e medici.

All’inizio del 1975 i pazienti ricoverati sono 800, circa un terzo ha già trovato collocazione all’esterno: in famiglia, in gruppi appartamento, nelle case popolari. Nessuno è stato trasferito in altre istituzioni.

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I primi presidi territoriali vengono attivati tra il 1975 e il 1977. Funzionanti come centri di riferimento diurno, producono una ulteriore diminuzione della popolazione dell’Ospedale e la riduzione della durata dei ricoveri.

Mentre va prendendo forma la rete dei servizi territoriali, è ancora attiva, e a pieno regime, l’organizzazione dell’Ospedale.

Questo è sicuramente il momento più delicato: le due forme organizzative devono funzionare contemporaneamente e l’investimento di risorse umane e materiali è più intenso.

Persistono e diventano più acute le forme di resistenza al  cambiamento della struttura ospedaliera, mentre si fanno più vivaci le preoccupazioni per la diffusione nella comunità di strutture psichiatriche. Una svolta deve essere attuata: il massimo dell’impegno è rivolto alla cessazione delle funzioni dell’ospedale psichiatrico e all’attivazione di risposte concrete attraverso la rete dei servizi territoriali.

Nel 1977 i ricoverati scendono a 132, di cui 81 volontari; gli ospiti sono 433. Viene attivato un servizio di guardia psichiatrica presso l’astanteria dell’Ospedale Maggiore, che si trasformerà, dopo la legge, nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura con funzioni di pronto soccorso psichiatrico, di consulenza presso i reparti ospedalieri e di avvio della domanda ai Centri di Salute Mentale competenti per territorio, aperti ventiquattr’ore su ventiquattro.

Il 13 maggio 1978, sotto la spinta della concreta esperienza in atto  a Trieste e in altre parti d’Italia e sotto la minaccia di un referendum abrogativo della legge 36/1904 e di un conseguente vuoto legislativo, viene approvata la legge 180, che istituisce un modello di assistenza assolutamente innovativo a livello mondiale, sancendo di fatto la fine del manicomio.

Nel 1980 una delibera dell’Amministrazione Provinciale sancisce le cessate funzioni dell’Ospedale psichiatrico di Trieste. Nell’agosto dello stesso anno muore, dopo breve malattia, Franco Basaglia

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La decostruzione della struttura manicomiale, delle istituzioni della psichiatria e il superamento della comunità terapeutica sono la sostanza del percorso triestino e hanno contribuito a rendere più visibili i passaggi  che successivamente è stato necessario fare.

Molto semplificando il lavoro di cambiamento avviato in quegli anni potrebbe essere riassunto intorno a tre grandi temi:

  • La chiusura dell’ospedale psichiatrico come critica nella prassi della cultura e della clinica psichiatrica riconoscendo nella fine della grande utopia del manicomio il fallimento della psichiatria.
  • La costruzione di una rete di servizi concretamente alternativi come ricerca nella prassi di culture e procedure innovative e comunque necessariamente differenti.
  • Il “malato e non la malattia” al centro della ricerca per costruire percorsi terapeutici, riabilitativi e di emancipazione come costruzione nella prassi di partecipazione attiva degli utenti nei servizi come attori di cambiamento.

Alla luce di quanto è accaduto appare più chiara la mancanza  di riflessione (oggi) e di ricerca intorno alle premesse che in questo ventennio  hanno prodotto un cambiamento così profondo. C‘è bisogno di ritrovare  i significati delle nuove forme organizzative e comprenderne le conseguenze in termini di avvio di nuove pratiche e nuove culture. Abbandonando l’ospedale psichiatrico abbiamo intanto scoperto  che non la deistituzionalizzazione del manicomio era il nostro obiettivo ma, allora come oggi, la follia: le pratiche e i saperi  che l’hanno definita, costruita e istituzionalizzata.

La dimensione affettiva del lavoro istituzionale (la presenza dei soggetti, possibile reciprocità tra gli attori dell’istituzione), la comunità, il potere, la libertà sono state e sono le questioni “centrali” che sono emerse. Devono meglio essere comprese se si vuole cogliere e coltivare l’effetto fecondo del cambiamento. Non potremo affrontare in questo testo esaustivamente tutte le questioni. Cercheremo di sottolinearne solo alcune e con estrema e riduttiva concisione.

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Dal 1971 Trieste diventa un grande cantiere . Si capisce dal testo precedente quanto il processo di apertura vada avanti febbrilmente  senza lasciare spazi segreti , nascondimenti, esclusione e la città, talvolta suo malgrado, viene riportata all’urgenza sulle questioni della follia. I primi quattro anni di lavoro  bruciano nella tensione del cambiamento, tutto, con lo sguardo di oggi, sembra avvenire in quegli anni. Non c’è spazio per compromessi o ritardi, l’ingegneria basagliana deve lavorare doppio, con una mano dare formidabili colpi alle mura dell’ospedale, con l’altra disegnare le strutture di una comunità possibile.

Il cancello del parco dell’O.P. si era aperto. Un degente in quei giorni aveva scritto su un muro “San Giovanni è un ospedale aperto: in entrata e in uscita”. Di questa apertura si discuteva nelle assemblee settimanali.

Se la libertà prima era impensabile adesso è impensabile che abbia fine, che possa arrestare la sua corsa.

La libertà non basta mai, si dice, e non basta chiudere il manicomio e rovesciare le istituzioni della psichiatria, non può bastare per legge amministrare la follia.

E’ la questione delle libertà che è in gioco e rinvia non tanto e non solo alla libertà di essere matti, di urlare i deliri alla luna, di pagare con l’emarginazione, con l’abbandono, con la perdita dei propri diritti; non solo e non tanto la libertà di essere soli e bizzarri contro tutti e alla fine alla mercè di tutti, dimenticati dal mondo e schiavi del mondo, dell’inerzia delle amministrazioni, della stupidità delle burocrazie, della violenza delle istituzioni. La libertà diventa libertà per costruire esperienze di vita, esistenze singolari in tessuti collettivi, percorsi di emancipazione nella rete dello scambio e del contratto sociale, libertà per pensare altrimenti la comunità.

Non possiamo qui non ricordare esperienze storiche ed evidenti nel loro significato: la gioia della libertà delle prime comunità terapeutiche nei manicomi che si aprivano, le voci e la concitazione delle assemblee, la libertà degli internati che sperimentavano con stupore la possibilità di esprimere idee ed affetti, di accedere a lavori retribuiti, costruire cooperative, conquistare la propria casa e con questa la possibilità di una vita singolare ed intima. E come dimenticare il corteo dei “poveri cristi”, del popolo dei manicomi, che finalmente procede goffo, affaticato, incerto, osteggiato e tuttavia pieno di speranza verso un uguaglianza allora appena intravista.

E’ evidente quanto proprio  questa questione  crei, attraverso ineludibili conflitti e contraddizioni la strada per costruire  le nuove “istituzioni inventate della salute mentale”, e quanto il nuovo campo  di tensione che si definisce  introduca la questione della responsabilità. Non più la responsabilità esercitata e costruita nel manicomio come garanzia  di sistemi coercitivi, punitivi, oggettivanti, ma responsabilità nel prendersi cura dell’altro. Libertà e responsabilità  come rischio, educazione, limite nella ricerca di una alternativa ai codici del controllo sociale, alla salvaguardia delle storie personali, dei rapporti, degli scambi, dei conflitti.

Sono qui immediati i riferimenti critici alla istituzione della comunità terapeutica: sono ineliminabili e da attraversare i conflitti intorno al potere, ai poteri gerarchici. E’ stata proprio la critica alla verticalità delle gerarchie, il riconoscimento dell’esercizio del potere improduttivo che ha contribuito a liberare risorse, a costruire soggetti e con questi relazioni orizzontali che trasgredivano le distanze secolari volute dai ruoli, ad attivare sistemi di comunicazione ricchi e singolari ancorché conflittuali.

In questo senso è diventata possibile la teoria e la pratica del lavoro di gruppo, ha acquistato senso il lavoro con la persona, la presa in carico come poi si è detto.

Libertà e critica del potere  come premesse per garantire la presenza intrigante dei soggetti, degli uomini e delle donne. Ed è questa presenza – a pensarci bene – il passaggio più significativo di tutte le trasformazioni che sono avvenute. Ci riferiamo alla dimensione  affettiva, al sentire soggettivo; ai sentimenti, a quanto di umanamente concreto è dentro questa presenza intrigante.

Si può anche riguardare la storia dell’esperienza triestina come la storia di una comunità, in quanto gruppo di tecnici che, pur in una direzione affatto diversa dalla comunità terapeutica, e cioè mettendo in scena ed agendo il conflitto tra diverse anime del processo di deistituzionalizzazione, si è coagulato attraverso un’identità di sfida, di comunità “contro”. La definizione di comunità appare quanto mai precaria in questo caso e certamente pochi dei protagonisti saranno disposti ad accettarla. Ma è un fatto che questa comunità era definita anch’essa, come l’istituzione che avrebbe dovuto governare, da un suo fuori, e venne dunque integrata solo come minoranza nella città. Il suo restava un potere che poteva esercitarsi solo in quello che era ritenuto il luogo di esercizio di un sapere, di una competenza riconosciuta – l’istituzione ed il suo “specifico” tecnico. Solo a volte sembrò possibile, ma sempre in modo difficile e contradditorio, l’alleanza, nel sociale, con altre minoranze non integrate nella città, o con “i movimenti”.

Benchè l’azione trasformativa fosse stata resa possibile e sostenuta  da scelte politico-amministrative locali, si andava certamente contro le leggi e le prassi sociali vigenti, fondate sull’esclusione. Dunque l’alleanza coi soggetti oppressi dall’istituzione era in un certo senso “contro la comunità”: il rifiuto a voler continuare a contenere la miseria sociale che essa espelleva nel manicomio, nascosta sotto la definizione di malattia.

Vi coesisteva necessariamente l’utopia dell’uscita, del riversare, “scodellare” quella miseria nella comunità (nel trasgredire in massa le regole dell’internamento, come era accaduto con Marco Cavallo), e dunque del ricongiungersi ad essa, nel forzare il muro.

Il forte riferimento di gruppo, importato dalla comunità terapeutica (la riunione quotidiana dell’équipe) si declinava in una pratica del confronto a tutto campo, spesso spietato ma onesto, aperto, in cui la leadership ed il potere che essa incarnava ruotava attorno ad una esplicitazione fondata esclusivamente su contenuti. Il confronto ed il conflitto, la dialettica, tendeva da questo centro ad estendersi e moltiplicarsi a tutti i livelli, fino all’ultimo, al malato con cui era difficile parlare.

La C.T. si consuma nei primi otto mesi e poi, come modello, viene abbandonata. Il suo residuo è forse la nostalgia appunto di un centro, di un luogo di riconoscimento, di rappresentazione, della scena del potere e del suo smontaggio (la sua “pedagogia”). I ruoli istituzionali, si diceva, andavano infatti assunti e negati insieme.

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Dal 1981 prende forma definitiva e si rafforza la nuova rete dei Servizi di Salute Mentale (D.S.M.). Alla struttura amministrativa dell’OP si sostituisce il Dipartimento di Salute Mentale. La direzione dell’OP prima e del D.S.M. poi viene assunta da Franco Rotelli che avvia un significativo lavoro di attivazione e sviluppo della cooperazione sociale connessa ai programmi di emancipazione delle persone affette da disturbo mentale.

Attualmente, e dopo 20 anni di lavoro nel territorio, la rete dei servizi è sufficientemente definita e identificabile.

Sono attive quattro unità operative territoriali per altrettante aree della città che rispettano i confini dei distretti sanitari e delle unità operative territoriali dei servizi sociali di base del Comune.

Ogni area conta su un Centro di Salute Mentale aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Due centri aperti 12 ore. Attività distrettuali e un Centro Donne Salute Mentale che fonda la sua attività e i suoi programmi per far fronte al particolare disagio delle donne in rapporto al disturbo mentale e alle istituzioni. Una unità operativa gestisce e coordina tutti i programmi e le risorse relative alla residenzialità e la riabilitazione.

Nel parco di San Giovanni sono presenti 70 ospiti in 12 gruppi appartamento, nel resto della città circa 60 persone vivono in residenze con differente intensità di sostegno.

Luoghi specifici per attività ricreative, formative, espressive, di scolarizzazione, sono stati costruiti. Sono intensi i programmi di qualificazione e inserimento lavorativo presso le già citate cooperative sociali oltre che in aziende e imprese della città. Un’ultima unità operativa svolge le funzioni di pronto soccorso e di emergenza psichiatrica (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, SPDC) presso l’ospedale civile in stretto coordinamento con i servizi territoriali.

L’assetto dei servizi, dei centri di salute mentale, l’impresa sociale, la partecipazione attiva di utenti e familiari, il Centro Donne danno vita a uno scenario molto articolato e che meglio di ogni altro indicatore restituisce il senso, la tensione, la fatica, i rischi, la contraddittorietà del progetto (dell’utopia) dei servizi e degli operatori verso le nuove istituzioni per la salute mentale.

Se le prime esperienze della comunità terapeutica hanno segnato l’avvio del cambiamento nelle istituzioni psichiatriche, è stato il riconoscimento del paziente come attore del processo terapeutico e l’accento sul valore delle relazioni che hanno costruito i passi successivi. La persistenza all’interno delle istituzioni, l’arresto dei processi innovativi al loro interno, la mancanza di relazioni con il mondo, con le contraddizioni della realtà hanno alla fine riprodotto, malgrado il portato innovativo della comunità terapeutica, modelli di gestione rigidi, fenomeni di stagnazione, mortificazione ulteriore delle individualità.

Questo è quanto ancora oggi accade nelle infinite riproduzioni della comunità terapeutica, pubblica o privata che sia, nel campo della psichiatria come in quello della tossicodipendenza.

E tuttavia tornando a Franco Basaglia e alla sua concezione della comunità terapeutica “come luogo nel quale sia possibile avvicinarsi reciprocamente in un rapporto umano che, proprio in quanto spontaneo, immediato e reciproco, diventa terapeutico”, comprendiamo che “l’apertura al mondo della dialettica, dell’opposizione, dell’accordo ottenuto mediante reciproco convincimento e non con la prevaricazione e la forza” ha permesso l’apertura dell’ospedale psichiatrico prima e lo sviluppo delle potenzialità terapeutiche del lavoro comunitario poi. Perché è proprio “nel mondo”, alla luce delle “contraddizioni della realtà”  che è possibile recuperare la forza di quelle esperienze (della comunità terapeutica).

Il servizio territoriale può essere (è così nella nostra esperienza) il mondo della comunità terapeutica che oggi definiamo diffusa, in quanto capace di contenere  tutti gli elementi della rete, che intorno al servizio comunitario si costruisce.

La comunità reale, alla presenza concreta dei servizi di salute mentale, dei matti in definitiva, deve cimentarsi col rischio del suo cambiamento: sviluppare le potenzialità che contiene – la comunità possibile – per dare a ciascuno la sua voce.

Il “fare comunità” del servizio territoriale sembra possa concretizzarsi nel tentativo di far emergere strutture di senso nella vita delle persone, nel trovare i nessi della malattia con la normalità o, al contrario, rendere visibili le esistenze negate; nel comunicare queste scoperte, nel restituire, arricchite, le esperienze al contesto, agli altri servizi del territorio, ovunque, a chiunque.

Comunità terapeutica diffusa consiste nel decostruire, smontare, attraverso azioni pratiche, semplici ed evidenti, l’immaginario della follia; ridurre le distanze e rendere impraticabile l’alienità. E’, ancora, creare occasioni, le più svariate, ma anche le più naturali dove l’incontro tra persone permetta il riconoscimento reciproco, dei soggetti nella loro interezza, restituendo ad ognuno la possibilità di cercare un senso.

E’ evidente che è l’organizzazione flessibile del lavoro e del centro di salute mentale  come area sociale di scambio a produrre quel clima comunitario che genera tra mille difficoltà e contraddizioni i migliori risultati sul piano dell’abilitazione e dell’emancipazione sociale: l’attività di supporto sociale verso il “fuori”, l’accompagnamento (andare nel territorio “col paziente sulle spalle” dicevamo negli anni ‘70), l’essere e l’andare con il paziente costruisce il rapporto di mediazione con il reale, con il mondo.

L’uso del tempo, il tempo reale, il tempo della realtà (come già abbiamo evidenziato) in rapporto alle inerzie istituzionali diventa centrale per favorire l’uscita dalle condizioni di ritiro e di inerzia. Il tempo nelle istituzioni è scandito da regole esterne alle persone, nel centro di salute mentale, nel clima comunitario, può essere invece un valore di cui le persone possono essere aiutate a riappropriarsi. Il tempo passato a contatto con questo servizio va riempito con atti, presenze e prestazioni riconosciute utili dalla persona stessa; è il tempo proprio del paziente che deve coniugarsi con l’intervento terapeutico-riabilitativo in modi spesso sicuramente ambigui e conflittuali, ma proprio per questo produttivi.

La comunità che continuiamo ad immaginare è dunque un dentro che spinge verso un fuori.

Il nostro lavoro si è sempre connotato come conflitto contro l’interno, l’istituzione, il dato apparentemente fisso e immutabile, un interno coercitivo. Spingersi verso il fuori, verso il mondo ha permesso di incontrare produttivamente la realtà contraddittoria, conflittuale, accidentata, aspra e diversa comunque dalle realtà artificiali costruite  nelle istituzioni, nelle comunità terapeutiche chiuse. E’ qui importante cogliere nella nozione di fuori il suo significato originario di porta (fores è la porta di casa, forestiero è chi viene da fuori); il fuori altro non è che uno spazio che sta al di là di un spazio delimitato, ma è anche il varco, la porta, l’accesso: in una parola ”il volto del dentro”.

La libertà: la comunità diventa terapeutica nel momento in cui si scopre che la terapia deriva dall’esercizio di una libertà di parola e di azione attorno alla bocca muta e al corpo immobile della follia. Parola e azione che “sfondano” di fatto la comunità terapeutica in cerca di una comunità possibile dove sperimentare  la pratica del riconoscimento, la costruzione delle identità e la comunicazione delle differenze.

Foto: Claudio Ernè, Ronchi dei Legionari (GO) 1975 16 settembre. Franco Basaglia e il gruppo di trasvolatori davanti all’aereo

 

Mario Colucci, psichiatra presso il DSM di Trieste, è docente presso le Scuole di Specializzazione in Psichiatria e Neuropsicologia dell’Università di Trieste e presso l’Istituto per la Clinica dei Legami Sociali di Venezia. Psicoanalista, membro del Forum Psicoanalitico Lacaniano, è redattore della rivista “aut aut”. È autore di Franco Basaglia (con P. Di Vittorio, Bruno Mondadori 2001).

Peppe Dell’Acqua, salernitano, classe 1947, psichiatra, che ha avuto la fortuna di iniziare a lavorare con Franco Basaglia fin dai primi giorni triestini, partecipando all’esperienza di trasformazione e chiusura dell’Ospedale Psichiatrico. Tuttora vive a Trieste ed è il Direttore del Dipartimento di Salute Mentale. Nel 2007 ha pubblicato il libro-testimonianza “Non ho l’arma che uccide il leone. Trent’anni dopo torna la vera storia dei protagonisti del cambiamento nella Trieste di Basaglia e nel manicomio di San Giovanni”, con una inedita prefazione di Basaglia (Stampa Alternativa, Viterbo).

Roberto Mezzina, psichiatra, attuale direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste.

Bibliografia

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 R. Piccione: Manuale di Psichiatria. -Ed. Bulzoni, Roma – 1995

 M. Foucault Storia della follia nell’età classica. – Ed. Rizzoli, Milano – 1963

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