I nuovi sviluppi del Santa Maria della pietà

Santa Maria della Pietà

Il Santa Maria della Pietà nasce nel corso del XVI secolo con l’idea di accogliere i pellegrini in arrivo a Roma in virtù dell’Anno Santo del 1550. Più in avanti la struttura si concentrerà nell’aiuto delle persone povere, dei vagabondi e dei malati psichiatrici.

Durante i primi anni del Novecento cominciarono i lavori per l’attuale sede in zona Monte Mario a Roma di quello che allora venne denominato Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà. Il 28 luglio 1913 furono terminati i lavori dell’ospedale psichiatrico che fu inaugurato il 31 maggio 1914 da Vittorio Emanuele III.

Il manicomio era diviso in due zone, destra e sinistra, che separavano gli uomini dalle donne. 27 padiglioni in un’area di 150 ettari, una vera e propria “Città della e per la pazzia”, come declamava il concorso per la progettazione di tale struttura. I padiglioni erano divisi in base al “comportamento” che i malati manifestavano: Tranquilli, Sudici, Semiagitati, Agitati, Cronici, Prosciolti, Sorvegliati, in periferia i Contagiosi e i Tubercolosi; vi erano poi le strutture per i servizi come la direzione, l’infermeria, la farmacia, la lavanderia. L’intero complesso si trovava all’interno di un grande parco che doveva soddisfare i criteri di “utile” e “decoro”, dunque ricco di alberi e verde, piazze e fontane, con la siepe lungo i confini che fungeva da barriera naturale, oltre alle recinzioni di ciascun padiglione. Così fino agli anni ’70.

Oggi, passeggiando nel parco del Santa Maria della Pietà, si può notare come il comprensorio risulti profondamente spaccato. Molti padiglioni infatti risultano in uno stato di totale abbandono, in condizioni pericolose e logore, dove i senzatetto vanno a dormire o a ripararsi dalla pioggia.

Tra quelli riqualificati tutti i padiglioni adibiti ai servizi della Asl Roma 1 e quelli gestiti dal Municipio XIV Monte Mario; nel padiglione 6 è situato il Museo Laboratorio della Mente che ripercorre la storia del manicomio con la Biblioteca Scientifica Alberto Cencelli, gli archivi storico e audiovisivo.

Altri padiglioni sono gestiti da associazioni e da gruppi di cittadini, è il caso ad esempio del Padiglione 31, utilizzato dall’associazione Ex Lavanderia che dal 2005 lotta contro qualsiasi operazione che non preveda una discussione trasparente e partecipativa, consapevoli che “il luogo che ha rappresentato la chiusura e la negazione della dignità umana può diventare un luogo di socialità, arte e cultura, dove i cittadini possano incontrarsi, riconoscersi, riscoprire il senso della propria comunità”. Il primo giugno scorso, tale associazione ha denunciato di trovarsi senza corrente elettrica, “fondamentale per la sopravvivenza dell’Associazione nel Padiglione 31”, come comunicato sul proprio sito.

A sua volta, diverso e innovativo è il progetto di street art partito nel corso del 2015 con il nome di Caleidoscopio, ideato dal Poeta del Nulla, nome d’arte dello scrittore Maurizio Mequio, realizzato dagli artisti di Muracci Nostri con l’autorizzazione e il supporto della Asl Roma E. Grazie a questo progetto 28 artisti hanno realizzato oltre 30 murales su altrettante pareti esterne dell’ex manicomio donando un po’ di bellezza e colore a un posto che non ne aveva mai visti (ndr. vedi il nostro reportage fotografico). È un passo in avanti verso la promozione di un’arte, la street art, che solo da pochi anni sta iniziando ad essere presa veramente in considerazione, soprattutto come riqualificazione estetica di spazi, muri e strutture pubbliche.

Ma non è ancora abbastanza l’interesse da parte della Regione nei confronti di un comprensorio, quello del Santa Maria della Pietà, lasciato di fatto semi-abbandonato. Un luogo “della memoria” destinato al logorìo e al disfacimento delle intemperie e del tempo, dove il fantasma del manicomio è ancora intrappolato all’interno di cancelli e inferriate arrugginiti, di muri sverniciati e cadenti. Questo degrado non riguarda solo i diversi padiglioni abbandonati, ma anche le condizioni generali del parco, ormai privo di verde, fatto di terra, erbacce secche, persino carcasse animali. Uno spazio immenso e immensamente sprecato che potrebbe essere dedicato alla salute e al sociale, uno spazio ancora da vedere e rivedere.

Foto: Francesca Ruggieri | 180gradi | CCLicense