Il diario di Etty Hillesum

«Mi sono già allontanata parecchio da questo mio “io”, e continuerò per questa strada. I cedimenti fanno parte di questo percorso». Così Etty, una giovane donna olandese di 27 anni circa, scrive sul suo diario. Etty è una donna ebrea, colta, con una vita emancipata, nel suo diario racconta dei molti amanti e delle lezioni di russo che impartisce come attività collaterale al suo studio di letteratura e poesia. In questo suo quaderno testimonia come il percorso di approfondimento della propria coscienza psicologica e spirituale avanza, inversamente a come avanza la barbarie della guerra e le limitazioni che gli ebrei vivono tra il ’41 e il ’43, fino al confino nei campi di lavoro e alla definitiva deportazione. In tutto questo processo Etty scrive i moti dell’animo, i suoi cedimenti e le sue convinzioni, che la portano ad essere un sostegno per se stessa e per le persone intorno a lei, che vivono il lento e inesorabile declino fino al genocidio.

 

Il diario inizia come un esercizio di scrittura, stimolato dalla psicoterapia, che le apre il cammino interiore. «S. è il motore di moltissime donne. Henny lo chiama in una sua lettera: la mia Merchedes..» Il rapporto con il suo terapeuta, con in quale stringe una relazione, risulta essere il sostegno iniziatico alla scoperta della sua spiritualità. Dice di lui: «Sono semplicemente sbalordita che gli avanzino tante energie, in giorni simili. In ogni momento potremmo essere spediti in una baracca del Drenthe, e… una persona normale ne avrebbe abbastanza, oggi. Lui invece riceve sei pazienti e passa ore intense con ognuno di loro;” continua “apre le sorgenti in cui Dio si nasconde a molti uomini, continua a lavorare con loro finché le acque scorrono nelle loro anime prosciugate…». Con il personaggio che lei chiama S. sviluppa un rapporto dapprima di dipendenza, con grandi crisi di gelosia, mentre successivamente ne comprende la missione e la fa propria. La vicinanza di S. le fa comprendere come l’amore in tutte le cose, viventi e non, possa essere la ricerca e lo stupore quotidiano, necessari per lei e per gli altri, in tempi di guerra e di imminente deportazione.

 

«Essere fedeli a tutto ciò che si è cominciato spontaneamente, a volte fin troppo spontaneamente. Essere fedeli ad ogni sentimento, ad ogni pensiero che ha cominciato a germogliare. Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori… il mio “fare” consisterà nell’ “essere”, esserci al cento percento.» Queste le sue parole nei giorni successivi al ritorno a casa, dopo la prima deportazione in un campo di lavoro a Westerbork, avvenuta tra il 29 luglio e il 5 settembre. Il suo ritorno ad Amsterdam è dovuto al sopraggiungere della morte di un suo parente e alla sua successiva malattia. Partirà nuovamente per lo stesso campo di lavoro nel luglio dell’anno successivo, il 1943, anno in cui questi luoghi divennero campi di raccolta per la deportazione in Polonia, verso i campi di sterminio. Rimase lì fino al 7 settembre dello stesso anno, giornata in cui salì sul terno merci, insieme alla sua famiglia, diretto in Polonia.

 

Il diario costituisce una testimonianza e al tempo stesso un esempio di speranza incrollabile. Trovare dentro di sé una spiritualità del quotidiano, in momenti tragici, non odiare i suoi carnefici, ascoltare ogni minimo segnale della presenza di Dio, rende questa donna un esempio. Un percorso autentico di presenza e di forza, il cuore oltre ogni avvenimento della storia. Andare incontro al proprio destino, incontrando la vita attraverso la morte.