Ci sono libri la cui lettura dovrebbe essere obbligatoria anche nelle scuole perché offrono squarci illuminanti sulla società contemporanea e preparano ad affrontare la vita più di tante nozioni. Di tanti di questi testi – se si esclude una ristretta platea di persone colte che li frequenta abitualmente – i più finiscono per sentir parlare solo in circostanze eccezionali, gli anniversari della nascita o di morte dell’autore. È ciò che è toccato in sorte anche a Voglia di comunità del grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei pensatori più acuti del nostro tempo, recentemente scomparso. Più noto per le sue folgoranti definizioni di una modernità in cui tutto è “liquido” (la vita, l’amore, la paura stessa), tutto sfuggente, inafferrabile, per dirlo con una parola oggi molto abusata “precario”, come le nostre stesse esistenze, Bauman in questo saggio “breve, compatto, intriso di passione intellettuale e politica”, (Giovanna Pajetta su Il Sole 24 Ore), esplora la nostra voglia di comunità. Un desiderio quasi istintuale che torna con forza per compensare l’insicurezza di fondo che è il paradigma di mondo globalizzato, all’insegna della liberalizzazione, della flessibilità, della competitività e dell’individualismo.
Tuttavia in questa ricerca di comunità, che corrisponde a un ineludibile ed ancestrale bisogno umano, rimaniamo sempre aggrappati a qualcosa che ci sfugge di mano. “Così continuiamo a sognare, a tentare e a fallire“, scrive Bauman. E purtroppo siamo sempre meno consapevoli che questo destino tocca a tutti, non solo ad ognuno nella sua sfera personale. “Ciascuno di noi consuma la propria ansia da solo, vivendola come un problema individuale, il risultato di fallimenti personali e una sfida alle doti e capacità individuali”, sottolinea ancora il sociologo. Così cerchiamo soluzioni personali a contraddizioni sistemiche, la salvezza al singolare da problemi che si possono forse risolvere solo collettivamente, ripiegandoci sulle nostre risorse e alimentando ancora di più l’insicurezza nel mondo degli “altri da noi”, gli estranei. Sembra che non ci resti che cercare sicurezza nella nostra sfera privata e addirittura nella nostra stessa integrità fisica, di cui diventano estensioni e baluardi la nostra casa, i nostri beni, i quartieri in cui viviamo: vogliamo norme più stringenti sulla sicurezza stradale, alimentare, informatica e fuggiamo dalle città, luogo dell’insicurezza assoluta, intriso di pericolo, dove non abbiamo più i segni che in altre epoche ci permettevano di distinguere più facilmente il bene dal male e così per paura di incappare nel peggio, ci rifugiamo dietro una “facciata”, pretendendo di decifrare gli altri seguendo lo stesso principio di identificazione. Così facendo tuttavia e in maniera spesso del tutto inconsapevole, non solo finiamo per tradire noi stessi, ma anche di perdere un altro dei nostri bisogni “ontologici”, la libertà.
Il sogno comunitario ci semplifica apparentemente la vita perché fa sì che ognuno di noi si relazioni solo con i suoi “simili”, in ambiti in cui per identità comune può sentirsi meno solo e circondato dalla “protezione” e dal riconoscimento che solo un gruppo omogeneo può offrire. Anche se ciò significa escludere dalla nostra sfera di interesse non solo ciò che non ci riguarda, ma ampi margini della nostra stessa libertà di poter essere “altro” rispetto all’immagine che ci siamo costruiti per relazionarci agli altri. Alle barriere e ai muri che abbiamo alzato per difenderci da pericoli reali o presunti.
Ciò che davvero servirebbe, invece, per ritrovare le fondamenta su cui costruire un senso vero di comunità è, secondo Bauman, innanzitutto una reale parità di risorse senza la quale siamo cittadini di fatto, ma non di diritto e, in secondo luogo, e l’assicurazione collettiva contro le sventure e le disgrazie individuali. Purtroppo il pensiero unico della nostra società se ne infischia di tali propositi e proclama apertamente che sono controproducenti, finendo per far ricadere sul singolo individuo il peso dei suoi insuccessi così come quello della “creazione” di un destino sulla base di un fragile e necessariamente insufficiente volontarismo. Però, come ci ricorda Bauman in questo breve e intenso libro, in cui si affrontano le sfide che attengono al nostro tempo prima fra tutte quella del passaggio dall’uguaglianza alla multiculturalità, se mai può esistere ancora una comunità nel mondo degli individui può essere soltanto una comunità “responsabile, volta a garantire il pari diritto di essere considerati esseri umani e la pari capacità di agire in base a tale diritto“. Un compito difficile, ma ineludibile, se vogliamo davvero che la nostra voglia di comunità serva a costruire qualcosa e non solo a farci solo rimpiangere il paradiso perduto.
Foto: I Camalioni | CCLicense
Paola Sarno
