Media e salute mentale: le occasioni perdute per parlare sociale

Scrive Massimo Recalcati su la Repubblica (17/09/16), recensendo l’ultimo libro di Andrea Bajani: “Le parole non sono cose morte, non sono solo un rifugio, ma una possibilità per la vita: colpiscono, feriscono, uccidono, ma sanno anche far volare, desiderare, amare, aprire mondi nuovi”. E ancora: “Le parole hanno un rapporto speciale con il dolore: possono provocarlo ma possono anche essere il loro rimedio”. Nel maneggiare parole, tutti dovremmo ricordarci che il termine “parola” ha una radice antica, “hvàr”, che in ebraico significa “fatto”. Spesso invece ciò non accade e finiamo anche noi giornalisti per peccare di superficialità e sensazionalismo. Ciò è particolarmente evidente nel modo in cui spesso e, soprattutto dai telegiornali trasmessi nei picchi di massimo ascolto, vengono riportate notizie di cronaca che riguardano persone con problemi psichici. Senza rendersi conto di quanto un linguaggio usato nel modo sbagliato possa incidere sulla formazione dell’opinione pubblica sulla malattia mentale.

Uno degli ultimi esempi è quello della vicenda del 23enne dj di origine spagnola Nicolas Aitor Orlando Lecumberri, ribattezzato subito il “picchiatore seriale”, avendo aggredito diverse persone a Milano. Veniamo ai fatti, come riportati dalle più autorevoli testate: Lecumeberri, in Italia per lavorare come dj è a detta dei suoi datori di lavoro un ragazzo socievole, che non dà problemi e fa bene il suo mestiere. Poi, invece, una volta smessi i panni del dj con la scusa di chiedere informazioni si avvicina ai passanti e li aggredisce violentemente, senza apparenti motivi. Tanto che il fatto non manca di suscitare una reazione di legittima preoccupazione nel milanese. Le forze dell’ordine identificano e rintracciano Lecumberri e lo arrestano. In carcere resterà un mese, benché i suoi avvocati si attivino per fargli avere una sistemazione più idonea alla cura delle sue patologie e la famiglia lanci appelli riguardo al fatto che il ragazzo ha bisogno di assumere costantemente la sua terapia farmacologica e di ricevere supporto psichiatrico. Tale approccio terapeutico, a detta dei familiari, garantirebbe una certa ‘serenità’ al giovane. Non si sa se in carcere (dove notoriamente a causa del sovraffollamento i detenuti vengono ‘normalmente’ sedati e oltre alla circolazione di sostanze stupefacenti prosperino forme di commercio illegale anche di psicofarmaci) tale terapia gli venga somministrata correttamente. Nel giro di un mese gli avvocati riescono ad ottenere la scarcerazione del dj e il suo trasferimento in una comunità psichiatrica a Varazze, in Liguria. Ma il ragazzo viene lasciato libero e da solo, senza nessuno che lo accompagni al centro di cura ligure. Soltanto che qui non arriverà mai e di lui si perderanno ben presto le tracce. Finché una telefonata svela la sua destinazione: Barcellona, sua città d’origine, dove lo attende il peggio, l’ospedale psichiatrico.

Questa la vicenda in estrema sintesi. Di cui parliamo con tristezza, visto il suo epilogo, e soprattutto perché proprio il nostro Paese – dove il manicomio è stato definitivamente superato da tempo, grazie all’opera iniziata da Franco Basaglia – non sia stato in grado di offrire, per una serie di circostanze inspiegabili, un’assistenza degna di questo nome a Nicolas Lecumberri. Ma ne parliamo anche perché alcuni media e, in particolare, quello televisivo, non hanno mancato di indulgere in toni allarmistici e anche anacronistici. Il ragazzo è stato più volte definito “pericoloso a se stesso e agli altri, secondo un’espressione inscritta nella legge 36/1904 su “manicomi ed alienati”, come è noto ampiamente superata dalla 180/1978, la Legge Basaglia che sancì la Riforma psichiatrica nel nostro Paese. Ciò che resta in mente e probabilmente anche nella pancia di tanti, tuttavia, oltre ai toni enfatici ed ansiogeni che sono stati usati nel riportare i fatti, sono quegli avvertimenti di imminente pericolo per l’intera comunità dei presunti “sani”. Quando purtroppo, è fatto di questi giorni che un noto dermatologo, spesso ospite in tv, abbia ucciso a bastonate sua moglie; che un altro illustre primario di pediatria si sia tolto la vita perché accusato di molestie a bambini, che due ragazzi che fumavano nella metropolitana di Roma, invitati a spegnere la sigaretta abbiano reagito con una brutale aggressione all’uomo che glielo chiedeva e a sua madre. In nessuno di questi casi si è parlato di patologie psichiche e di pericoli per la popolazione.

Per un altro tg, poi, Lecumeberri sarebbe affetto “delirio psicotico. A quanto pare, infatti, il dj spagnolo avrebbe dichiarato che intendeva vendicarsi di una violenza subita dalla sorella, mentre tale episodio sarebbe poi risultato inesistente. La maggior parte dei cittadini, però, non conosce la portata di tali espressioni cliniche né direttamente, per sua fortuna, né perché ne abbia fatto materia di studio e/o di professione: perché quindi permettere che questa misteriosa etichetta diagnostica venga associata nell’immaginario collettivo a una persona che un po’ grossolanamente potremmo definire ‘manesca’?

Oltretutto viviamo un momento delicato per l’assistenza psichiatrica in Italia. A parte ogni considerazione circa lo stato di salute dei nostri servizi territoriali sempre più impoveriti di persone e mezzi, ci sia avvia finalmente e non senza difficoltà verso il definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), nella speranza che le nuove REMS (le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, dove i cittadini con disturbi psichici autori di reato possano essere curati e riabilitati) non diventino mini-Opg mascherati. Magari con un bel giardinetto curato prospiciente, per rendere più politicamente corretta un’operazione che potrebbe diventare più di facciata che di sostanza. Perché, proprio in questo momento non si cerca di evitare di usare impropriamente tutte quelle parole (sì proprio le ‘parole’ e dando origine ai ‘fatti’), che contribuiscono a far rinascere ataviche paure mai del tutto superate nei confronti dei malati psichici e in genere delle ‘diversità’? Perché contribuire, invece, anche solo per sciatteria a riesumare una mentalità manicomiale, per il superamento della quale in tanti lottano ogni giorno? Perché ancora rafforzare l’equazione per cui ‘matto’ è necessariamente sinonimo di ‘pericolo‘? E perché allora non di sofferenza, anche quando si parla di autori di reato?

Un bel libro di qualche anno fa ma sempre attuale è Parlare Civile di Raffaella Cosentino. La giornalista, che fra l’altro ha lavorato per l’Agenzia Redattore Sociale, vi dedica un’intera sezione al linguaggio da usare per essere il più rispettosi possibile dei diritti delle persone con sofferenza mentale e per evitare quindi di produrre trasformazioni in negativo nella società. Da tale lavoro è nato un portale (www.parlarecivile.it) e diversi corsi per la formazione continua dei giornalisti.

Sarebbe bello consultarlo più spesso. E ricordarsi, anche senza essere professionisti della cura che “non si può definire la sofferenza, ci si può solo girarvi attorno con gesti e parole. Insomma “abbracciarla”, come citava da F. Ramondino in Dialogo con la follia Luigi Attenasio, compianto presidente di Psichiatria Democratica, per il quale prendersi cura dei sofferenti psichici è stato al centro di tutta una vita. Facciamo in modo se non di abbracciare chi soffre, almeno di non gettare le persone nel tritacarne di un frastuono mediatico teso più a al sensazionalismo che a informare con attenzione e coraggio.

Paola Sarno

Foto: Marcel van Schooten | Flickr |CCLicense