Legge 180: ritorno al futuro

Spesso chi critica la legge 180 sulla base dei suoi risultati dimentica o ignora che una sua reale e completa attuazione non è ancora stata fatta per problemi economici ed organizzativi. I metodi sperimentati da Basaglia hanno dettato le linee guida internazionali dell’OMS e il miglioramento nel trattamento del disagio mentale, dopo questa legge, è innegabile: quello che un tempo era la normalità dei manicomi (degrado, violenza, emarginazione) ora è un reato. Tuttavia è stata una riforma incompleta e i suoi obbiettivi sono stati raggiunti solo in modo parziale e disomogeneo nelle diverse regioni italiane. Una legge non basta per cambiare la realtà: servono le persone, perché gli orrori del passato sono ancora presenti sotto diverso nome.

Negli anni il dibattito si è concentrato sempre più su questioni astratte, spesso ideologiche, dimenticando che la riforma per essere realizzata richiedeva un ri-organizzazione territoriale pratica dei servizi che permettesse un lavoro in rete con la società civile.
Una riorganizzazione delle istituzioni dove utenti, famigliari e privato sociale svolgessero un ruolo attivo e necessario nel processo di risoluzione dei problemi affrontati.
Questo spesso non è avvenuto a causa di diversi fattori: da una parte, la mancanza di fondi, la carenza di personale e i continui tagli ai bilanci che hanno coinvolto i servizi, dall’altra, il venir meno della partecipazione della società civile interessata, sempre più rassegnata all’impossibilità di incidere e cambiare le cose.
E senza la società civile, il definitivo superamento della logica manicomiale non è possibile, perché senza il ‘fare insieme’ e la forte motivazione di tutti gli attori coinvolti nel processo di cura, assistenza e reinserimento delle persone con disagio mentale, i problemi non si risolvono, ma tragicamente si auto-alimentano.
Purtroppo, in questi anni sono venuti meno i luoghi intermedi tra pubblico e privato, ovvero quei luoghi capaci di dare espressione e tradurre le sofferenze private dei cittadini in questioni pubbliche rilevanti, che la politica fosse in grado di risolvere.

La legge 180, per essere realmente efficace e rivoluzionaria, richiede questo lavoro di ‘traduzione’ delle sofferenze individuali in un linguaggio comune che metta in rete le risorse che la società ha a disposizione in modo più efficace e risolutivo. Richiede uno spazio di discussione permanente dove utenti, famigliari, medici, operatori socio-sanitari, psicologi, assistenti sociali, associazioni e cooperative possano discutere e interrogarsi per trovare soluzioni condivise a livello territoriale.
Una ‘decodifica della domanda’ di salute necessaria a creare una risposta centrata sul cittadino e non sulla specifica patologia, in un cambio di paradigma che prevede una presa in carico della persona nella sua globalità. Tale cambio di paradigma diviene sempre più necessario in tempi di spending review.
Senza questo lavoro di ‘traduzione’ dei problemi, senza un lavoro di rete centrato sulla persona, la sofferenza individuale viene ‘letta’ come patologia incurabile da trattare in luoghi ‘speciali‘ o rimane chiusa in casa, richiedendo un consumo sempre maggiore di farmaci inversamente proporzionale al peso che famiglie lasciate sole devono sorreggere. In questo modo, la follia si presenta in una dimensione pubblica solo tramite la spettacolarizzazione del circuito mediatico, ovvero quando fa notizia. E se fa notizia, è già toppo tardi. Se fa notizia è già un problema irrisolto.
Per colmare il vuoto di questo dialogo mancato, le risorse dei Dipartimenti di Salute Mentale si sono concentrate principalmente nella gestione dell’emergenza e della cronicità.
Da una parte, le persone con disagio mentale hanno avuto accesso alle cure solo quando la situazione è diventata critica e/o drammatica. Dall’altra, senza la creazione di luoghi realmente inclusivi e integrati con la società, le persone prese in cura hanno avuto possibilità minime di reinserirsi e trovare il loro ruolo nella comunità e la cronicizzazione del disturbo è divenuta l’unica possibilità pratica di vita in nuove forme di istituzionalizzazione del disagio.
In assenza di uno spazio intermedio dove tradurre in questioni pubbliche le sofferenze individuali, i servizi pubblici hanno smesso di interrogarsi sull’efficacia delle proprie risposte e questo ‘mondo di mezzo’ tra pubblico e privato è stato via via occupato da soggetti che seguono logiche prettamente commerciali e di profitto. In questo vuoto, si è pensato di più agli affari e meno alle persone e se i problemi divengono fonte di guadagno, l’interesse in una loro risoluzione decade drammaticamente, perché anti-economico.
Per questo il servizio pubblico deve riprendere un ruolo centrale e riappropriarsi della possibilità di scegliere, trovando nuovi spazi e forme di collaborazione con il privato e sostituendo alla semplice delega, una logica di co-gestione basata su obiettivi sanitari e sociali che possono essere valutati e monitorati nel tempo. Spazi dove è possibile farsi domande e valutare le risposte in base ai risultati raggiunti.
La legge 180 rimanda a un passato sempre più lontano, ma è al contempo uno sguardo su un futuro possibile ancora da costruire, perché, anche se in un percorso irto di difficoltà, la possibilità di poter lavorare in modo diverso è stata confermata più e più volte.
Diversi sono stati gli strumenti operativi sviluppati in questi decenni di esperienza: forme di riabilitazione sempre più innovative, budget di salute, assistenza domiciliare, case supportate, processi di inserimento lavorativo, sportelli di prevenzione e sicuramente sto dimenticando molte altre esperienze. Questi ‘strumenti operativi’ hanno dimostrato la loro efficacia, ma hanno avuto forti difficoltà a diffondersi maggiormente nei servizi e divenire percorsi di cura e assistenza ‘normali’ e consolidati in ogni dipartimento.
Le buone pratiche tendono a rimanere esperienze fragili, spesso messe in secondo piano in nome dell’emergenza e delle enormi spese che una gestione prettamente sanitaria delle cronicità richiede.
Esperienze che non riescono a produrre un sapere consolidato e diffuso.
Se le partecipazione dei cittadini è venuta meno, da una parte ha una buona responsabilità la politica e la sua sempre più evidente impotenza e insignificanza nel realizzare e rispondere concretamente ai problemi, dall’altra, ci sono stati cambiamenti culturali profondi. I cittadini si sono sentiti soli nell’affrontare la propria insicurezza e precarietà esistenziale e presi nell’affrontare i propri problemi personali non hanno partecipato più a questi momenti di riflessione condivisa, disillusi che si possa cambiare alcunché.
Ad esempio, le consulte cittadine, luoghi nati a tal fine come forma di democrazia partecipata attraverso la quale i cittadini potessero essere soggetti attivi nell’amministrazione del territorio e della comunità, non sono ancora pervenute nella gran parte dei Dipartimenti di Salute Mentale italiani e dove sono presenti non vengono ‘usate’ come si dovrebbe.
Se i vecchi spazi di partecipazione non funzionano più, tali luoghi vanno innovati per favorire il protagonismo delle persone.

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Foto dal sito www.deistituzionalizzazione-trieste.it Gasparo, Trieste 1973, Laboratorio “P” – il corteo di Marco cavallo – Giuliano Scabia, Dino e Vittorio Basaglia da destra – San Giovanni

Ma come fare?
Riteniamo che serva un lavoro di comunicazione al fine di diffondere in modo più deciso le buone pratiche realizzate in questi anni e ravvivare e ricreare questi spazi di confronto tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie, dei social network, di una comunicazione politica innovativa e partecipata che ri-connetta i singoli problemi in questioni collettive rilevanti e affrontabili.
Paradossalmente, la crisi economica può favorire questo cambiamento. Infatti, l’alternativa ai rimedi proposti dalla legge 180, ossia l’istituzionalizzazione del disagio, ha dei costi che non possono più essere sostenuti: custodire, legare, assistere in luoghi chiusi, oltre che inappropriato, costa troppo.
La legge 180 è quindi uno sguardo al futuro, fondamentale per affrontare la crisi che stiamo vivendo e ripercorrere in modo nuovo soluzioni ormai vecchie: passare da una logica d’intervento basata sulle strutture, ha una logica centrata sulle persone. Investire sulle persone e i loro obiettivi, siano queste persone utenti, professionisti sanitari, luoghi di lavoro.
Per fare questo serve un lavoro di comunicazione eccessivamente trascurato in questi decenni di riforma negata.
Una comunicazione che metta in luce il protagonismo di chi trova soluzioni innovative e metta di nuovo in rete tra loro gli attori di questo cambiamento.
Una comunicazione che riesca a descrivere, anche in modo tecnico e scientifico, gli aspetti riabilitativi e terapeutici fondamentali dell’approccio legato alla legge 180. Non dare per scontato che la libertà è terapeutica, ma spiegare perché e capire come rendere libere le persone a livello professionale.
In questi decenni si sono succeduti troppi slogan; ora vanno raccontati i fatti.

Si narra che Basaglia, alla sua prima esperienza da direttore nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, si sia da subito chiesto: “Che ci faccio qui?”.

A quasi 50 anni di distanza, possiamo dire che anche oggi, ogni professionista sanitario coinvolto, debba porsi questa domanda e avere luoghi dove poter interrogarsi al fine di trovare risposte di volta in volta più innovative ed efficaci ai problemi dell’utenza. Ne va del miglioramento della propria attività professionale.

Seguendo le parole di Bauman, “Credo che le domande non siano mai sbagliate; le risposte potrebbero esserlo. Ma credo anche che astenersi dal fare domande sia la risposta peggiore di tutte.”

La legge 180 è una proposta metodologica per farsi le domande giuste e per trovare soluzioni di volta in volta appropriate. La sua realizzazione pratica la sfida da fare nel presente. L’importante è tornare ad interrogarsi ed avere luoghi adatti e innovativi per farlo.
Perché i problemi di cui soffre la salute mentale riguardano il sistema di welfare in generale e interessano direttamente o indirettamente tutti. Una società in cui un momento di crisi non debba essere un evento che ti distrugge la vita è una società che conviene a tutti.

Noi vogliamo promuovere la creazione di questi spazi di riflessione per favorire questo processo indispensabile di condivisione. Il nostro obiettivo è fare rete e fare cultura. Perché la follia pone questioni che riguardano tutti, questioni che devono tornare ad avere una dimensione pubblica.

Altrimenti la precarietà e l’insicurezza esistenziale dei nostri tempi verranno lette dalle istituzioni solamente come ‘disturbi d’ansia’ o ‘depressioni’, e i bisogni legati all’abitare e al lavoro, non trovando risposta, verranno delegati impropriamente a servizi socio-sanitari incapaci da soli di affrontare in modo adeguato sfide così complesse.

Edgardo Reali