Articolo 1: «Gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari. Nei casi di cui alla presente legge e in quelli espressamente previsti da leggi dello Stato possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura.» Art. 3: «Nei casi in cui il trattamento sanitario obbligatorio debba protrarsi oltre il settimo giorno…»
Così si legge, tra l’altro, nella Legge 180 del 13 maggio 1978, che prevede anche, come noto, che i ricoveri, obbligatori o meno, avvengano nelle strutture pubbliche, cioè nei reparti psichiatrici degli ospedali generali perché, come scritto nell’articolo 7, “è in ogni caso vietato costruire nuovi ospedali psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche”. Un servizio psichiatrico di diagnosi e cura è l’ambiente in cui, per i sette giorni di legge, si svolge il Trattamento Sanitario Obbligatorio di Daniele Mencarelli, da lui stesso raccontato in Tutto chiede salvezza, vincitore del premio Strega Giovani 2020. Una vicenda avvenuta nel 1994 quando l’autore aveva vent’anni e che, vien da pensare, abbia richiesto altri vent’anni per essere elaborata, trasformata, e infine comunicata attraverso la narrazione. In epoca di autonarrazioni, di forme ibride di scrittura, di ricostruzioni genealogiche e di viaggi temporali tra il presente e il passato, Mencarelli segue un’altra strada, più classica, che è quella del racconto di memoria laddove la memoria non è al servizio di una rievocazione cronachistica o di una tardiva denuncia ma fa da serbatoio di immagini ed emozioni che vengono lavorate in una dimensione poetica, che trascende i fatti e li colloca in uno scenario in cui la sofferenza mentale è chiave di accesso al mondo. Ridimensionato dal contatto con altre persone assortite nello spazio fisico del reparto e accomunate dalla sospensione della vita ordinaria nel limbo tutt’altro che neutro di un’ospedalizzazione in psichiatria, l’autore dà vita a una sorta di romanzo di formazione concentrato sull’esperienza intensa, dolorosa e umana di una settimana di ricovero coatto. I sette giorni non sono solo quelli della durata del TSO a cui egli è sottoposto dopo una crisi violenta, ma è il tempo, scandito in altrettanti capitoli, di un’iniziazione, dell’ingresso in uno spazio psichico in cui l’Altro è presente e la sofferenza interiore il tramite per tentare una sintonia con la complessità delle relazioni umane.
I fatti sono presto detti. A seguito di un crollo psichico il giovane Daniele ha sperimentato l’accecamento, un accesso di violenza in cui ha distrutto i mobili di casa, e si è reso “pericoloso” anche alle persone care a lui vicine. Il risultato è un TSO nel corso del quale avvengono gli incontri con gli altri pazienti, gli infermieri, i medici del reparto. La durata del ricovero coatto scandisce i sette giorni del suo corso legale come un timer innescato, non arrestabile né reversibile, tempo non del trattamento ma della burocrazia: non c’è azione e relazione che lo possa interrompere, bisogna solo aspettare che passi, governato com’è da regole e riti di cui fanno parte i ritmi della giornata ospedaliera, quelli dei pazienti e quelli del personale. Da una parte l’umanità dei primi condivisa nella convivenza, nello stupore del giovane di fronte a cui si apre il contatto con chi alla sofferenza è arrivato per la rottura di un progetto esistenziale, per la difficoltà a sostenere le sfide e le ipocrisie di una ipotetica normalità. Dall’altra gli infermieri, fisicamente prossimi ai pazienti ma da loro lontani nelle vite e nelle consuetudini ospedaliere e poi i medici, i depositari di un sapere che non va oltre la ricerca della diagnosi “giusta” e che si distinguono per l’ascolto disattento e discontinuo, per l’impossibilità a dare spazio e a lasciare depositare le parole dei pazienti.
Alessandro, Gianluca, Mario, Giorgio, “Madonnina” sono i compagni di viaggio di questa settimana: tutti sanno dell’altro più di quanto conoscano i professionisti, operatori sanitari per i quali le storie personali si riducono a “precedenti”, a comportamenti pericolosi da cui difendersi. Grande assente, per loro, il senso, la possibilità di collocare in un contesto e in una storia gli eventi che hanno portato lì quelle persone; di provare a restituire il malessere alla dimensione a cui appartiene, quella della vita prima che della psicopatologia. Il ritratto che ne risulta non è quello di una psichiatria apertamente aggressiva, vessatoria e disumana ma di una pratica che non ha tempo per ascoltare, per conferire senso appunto, per curare, e procede per pregiudizi: quelli travestiti da scientificità della psicodiagnostica e della farmacologia applicata per i medici, quelli della pericolosità e della violenza per gli infermieri. Una sorta di banalità dell’incomprensione.
Eppure Daniele Mencarelli si concede. Prima al medico, distratto seduttore, che è superficialmente incuriosito dalla capacità del ragazzo di cercare una spiegazione per la propria inadeguatezza anche attraverso i versi che scrive, ma lo delude dimenticandolo; e poi al lettore, con la sua scrittura e ricerca dell’autenticità soffocata dalla sofferenza. Dopo un paio di anni di pellegrinaggio costoso da specialisti che “non c’hanno capito niente” la sua sensibilità acuta lo confronta con lo sgomento per un uomo indementito dagli esiti traumatici di un incidente costretto a vivere accudito dai genitori anziani. In quel fallimento del futuro, con cui entra in contatto nel corso del suo lavoro di venditore, si manifestano per Daniele l’impotenza e il dolore per il tempo che tutto trascina verso la morte. In questo tentativo di sottrarsi al destino sembra di scorgere tutto l’afflato spirituale del Mencarelli scrittore, ormai quarantenne, che non ha smesso di cercare la salvezza, che compare anche nel titolo del suo libro, quasi fosse un giovane Holden, più mistico forse del personaggio di Salinger, la cui aspirazione, ai bordi della scogliera, in un campo di segale, era salvare coloro che stavano per precipitare, perdersi e morire (il titolo originale del romanzo generazionale Il giovane Holden è The Catcher in the Rye, Il cacciatore nella segale).
Se l’impotenza di Daniele a salvare gli altri e se stesso dal disordine, dall’esagerazione, dall’inutilità della vita di fronte all’inesorabilità della morte, si risolve in pietà per chi soffre e speranza che anche per lui ci sia chi possa riprenderlo quando cade (nella poesia che scrive e porta, incompreso, al medico, è la mamma, il suo “principio speranza”), rimane lo stupore rassegnato, forse fin troppo, che chi potrebbe aiutare non aiuta, chi potrebbe ascoltare non ascolta e abbandona. Non c’è denuncia nel libro ma critica sì: «Oggi non si cura più solamente la malattia mentale, oggi è l’enormità della vita a dare fastidio… ormai tutto è malattia… l’unicità dell’individuo di fronte alla scienza che vorrebbe contenere, catalogare» è perduta, come fa dire (p. 106) a uno dei ricoverati più anziani e saggi ma nondimeno più vicino al malessere esistenziale. Quello che succede nella piccola comunità di destino della settimana di ricovero è drammatico e lo diventa ancor più nel momento in cui ai drammi della mente si oppone l’ordinaria trascuratezza istituzionale di un luogo senza passioni se non quelle dei pazienti, che sono però estreme. «Bastava ascoltare, guardare negli occhi, concedere… perché per loro non eravamo degni di essere ascoltati» è l’amara conclusione dell’autore al termine del TSO quando viene dimesso. La salvezza non arriva se non nel ricordo, nella certezza che essa sta, forse, nel trasformare il tempo da condanna a una condizione vitale e non onnipotente. In questa dimensione il libro di Mencarelli non è solo diario delle ordinarie ingiustizie inflitte dalla psichiatria a chi ne diventa vittima ma letteratura, perché quelle vicende narrate conducono alla ricerca dell’autenticità, della sostanza, della spiritualità, delle colpe e del perdono come eventi di quell’anima che viene mortificata ma non spenta.
Una considerazione infine: di fronte alla perplessità dell’attribuzione di un premio “giovani” a un autore che, almeno all’anagrafe, non lo è più da tempo, rimane lo stupore che in tempi di minacciosa restaurazione psichiatrica, di una pratica sociale e sanitaria che nasconde la distanza dal dolore degli uomini nel ritorno all’ambizione scientifica e classificatoria delle sue forme più visibili, il suo libro apre una finestra su un mondo per i più estraneo e lontano e ottiene attenzione e riconoscimento. Per chi in questo mondo lavora, per i pazienti che con esso hanno a che fare, per i familiari che con le istituzioni si confrontano nella speranza che la cura sia innanzitutto nell’attenzione e nell’ascolto rispettoso, Tutto chiede salvezza è un’occasione per continuare a credere che ancora “si può fare”, si può promuovere salute mentale e non rassegnarsi a una triste alternanza di pietosa carità e indifferente violenza.
Antonello D’Elia
