Oltre le orecchie c’è di più

Ascoltare e ascoltarsi al di là delle parole.

Ogni giorno aguzziamo le nostre orecchie per captare social e podcast, racconti di colleghi e amici, e ancora notizie incessanti dai media. E mentre i timpani vibrano, il nostro essere balla, scosso da ondate sismiche, in cerca di un suo equilibrio, a volte trovandolo, altre perdendolo.

Difficile sentire tutto, difficile anche parlare, sommersi dal mare di suoni e di parole, di frequente si annaspa per cercare di capirci qualcosa.

Parafrasando una hit degli anni 80, viene da chiedersi se oltre le orecchie c’è di più. Eh già, se fosse esclusivamente una questione di udito, l’audiometria la farebbe da padrona, ma qui entra in gioco un concetto che spesso diamo per scontato e già nel pacchetto, ovvero l’ascolto attivo.

Ma cos’è l’ascolto attivo?

Le nostre parole non vengono pronunciate in modo uniforme, la loro pronuncia è accompagnata da inflessioni, da gesti, da espressioni, i quali riflettono le proprie emozioni, amori e delusioni, speranze e ancora preoccupazioni.

L’ascolto attivo è percepire oltre le parole, permettendo una comunicazione stratificata e piacevole per gli interlocutori, i quali, sentendosi accolti e compresi in modo maggiore, edificano una simbiosi comunicativa fonetica ed emozionale. In questo modo quell’evento infausto, o quell’esperienza di giubilo, escono da noi e possono essere enfatizzate o ridimensionate insieme.

Questa impalpabile ma ineffabile dinamica, ricopre ogni ambito della nostra vita, soprattutto nell’ambiente professionale sanitario, rivelandosi tra i presupposti più importanti in particolare nel campo della psicologia. Nella maggioranza dei casi, mette a proprio agio paziente e dottore in un ambiente di fiducia e di alleanza, nel quale la comunicazione fluisce il più possibile, senza timore di giudizio e senza imbarazzi.

L’ascolto, può forse rivelarsi una strada che collega la realtà circostante con quella intrapersonale, passando oltre il giudizio e l’imbarazzo che a volte sentiamo anche in solitudine, criticandoci e non volendo, appunto, ascoltare delle parti di noi stessi in modo compassionevole e attivo, replicando poi questo meccanismo nelle nostre interazioni quotidiane con il prossimo.

Non ci si ferma soltanto alle parole, anche il silenzio può parlare e urlare le nostre emozioni, persino quando noi stessi non ce ne rendiamo conto. E’ così che quando due persone comunicano, ascoltandosi attivamente, possono dar voce anche a quel silenzio che voce non ha.

Per questo il brusio della vita quotidiana, così come quello delle nostre strade psichiche, trafficate dai nostri pensieri e dagli infiniti input esterni, può talvolta annebbiare le relazioni sociali e il rapporto con noi stessi, creando un mondo caotico e confusionario, generando a loro volta giudizi, stigma e paure.

Il non ascoltare in modo attivo ci può portare ad istituire veri e propri processi, sia contro noi stessi, sia contro il prossimo, frutti di fraintendimenti e distorsioni: una parola non compresa, un gesto non visto, un’espressione non osservata, o ancora il tono della voce inascoltato.

Alla fine della fiera, dagli albori dei tempi ad oggi, l’ascolto attivo è forse il figlio minore di un mondo che si evolve in modo sempre più rapido e caotico, figlio ancora giovane ma sempre in crescita grazie alle qualità umane, che trascenderanno sempre ogni gabbia artificiale o naturale.