Quanto ci agevola e quanto ci rallenta.
Semplificare determinati compiti, risolvere problemi complessi, a questo pare che serva l’intelligenza artificiale; eppure c’è chi sostiene che queste menti di apprendimento automatico ci forniscono materiale di bassa qualità. Esse procurano informazioni tutte da rielaborare faticosamente, da qui la notizia paradossale: l’IA fa perdere tempo. É un paradosso perché l’obiettivo sarebbe tutto il contrario. Dunque invece di rimuovere intoppi e complessità Chat GPT e le altre piattaforme simili, non sono in grado di essere completamente efficaci e al tempo stesso veloci, a volte i dati sono troppo approssimativi e costringono la persona che ne usufruisce, a rielaborare i vari processi facendo il lavoro due volte.
Un articolo uscito su Le Monde, famoso quotidiano francese, dice che utilizzare le machine learning comporta delle conseguenze negative, perché riduce la produttività sostituendo l’impiego umano che ha più sostanza di quello della “macchina”, la quale non è esente da errori o generalizzazioni: dunque correggere il suo operato o riscriverlo porta ad una perdita di tempo netta. Ci si riduce ad una “catena di produzione digitale”, ove le persone diventano meri ingranaggi o assistenti dei logaritmi. Il dipendente smette di allenare la propria creatività e finisce ad essere meno motivato a lavorare, poiché i suoi compiti perdono di importanza e di senso. Sì, non è solo il tempo che si perde bensì il significato di svolgere le proprie mansioni. Perciò l’Intelligenza delle macchine va usata con criterio, affinché non si trasformi in uno scoglio, sostituendosi all’incarico del lavoratore, svilendo il contenuto espressivo che solo una mente umana può portare. Perché le persone preferiscono revisionare un prodotto già pronto anziché crearne uno più originale impegnandosi di più? Inoltre bisogna tenere in considerazione che se si fa un uso periodico dei “sistemi esperti”, la propria professionalità si va a perdere e questo è un problema molto serio. Il progresso tecnologico ha portato questo grande tema dell’obsolescenza delle competenze, a causa della quale le abilità e le capacità di un professionista diventano parzialmente o totalmente insufficienti per svolgere adeguatamente le proprie mansioni attuali o future. Non si può pretendere che la propria conoscenza, conquistata con anni di esperienza, rimanga tale se un dipendente si affida sempre ad un calcolatore elettronico per la stesura di bozze o la sintesi e l’analisi di dati. Bisogna usare la propria testa anche perché si rischia di perdere il pensiero critico e la capacità del problem solving, che non è poco. È naturale che alcune capacità, prima indispensabili, non siano oggi più necessarie, per fare i calcoli per esempio basta la calcolatrice. Ad ogni modo l’obsolescenza delle competenze assume maggiore importanza via via che gli incarichi e le attività diventano più impegnative e complesse. Non solo, ma con l’avanzare dell’innovazione tecnologica questa tendenza potrebbe andare ad aumentare. E come ci sono le competenze che vanno perdute per una mancanza di allenamento, ci sono quelle che invece non sono più richieste o hanno perso importanza.
Sicché l’IA non è solo poco accurata, allungando il lavoro della persona ma, se usata in maniera sistematica, svaluta le sue abilità che andranno sempre più a calare.
