Le sue opere in mostra a Villa Medici
“Ispirazione, creazione e condivisione” sono questi gli elementi che contraddistinguono il percorso artistico di Agnes Varda, l’artista francese considerata l’icona della Nouvelle Vague, corrente cinematografica d’Oltralpe tra la fine dei Cinquanta e i primi anni Sessanta del Novecento.
Fino al 25 maggio a Villa Medici, nell’Accademia di Francia, sarà possibile visitare una retrospettiva intitolata “Agnes Varda. Quì e là tra Parigi e Roma”: la mostra ideata dal Musée Carnavalet-Histoire de Paris, a cura di Anne De Mondenard e di Carol Sandrin, è stata fruibile nella capitale francese dal 9 aprile al 24 agosto scorso.
Volti, strade, mercati, cortili: Agnès Varda costruì nel corso di decenni un archivio visivo della vita quotidiana europea, trasformando ogni scatto in una piccola storia, ogni fotogramma in un atto di resistenza poetica contro l’oblio del tempo. La sua macchina fotografica era un prolungamento naturale del suo sguardo sul mondo.
Ma possiamo considerare Agnes Varda una femminista?
Sicuramente sì. L’artista, nata in Belgio, ma di adozione francese, infatti in “L’une chante, l’otre
pas” prende posizione a favore dei diritti delle donne e della contraccezione; per non parlare poi
del suo capolavoro cinematografico del 1962 “Cleo dalle 5 alle 7”, dove descrive la vita parigina
all’interno della vicenda di tutte le donne ma soprattutto della protagonista, in attesa del referto medico sul presunto tumore che l’ha colpita. La donna di Varda è in fase di cambiamento rispetto al tessuto sociale, è determinata, libera, impegnata, non più mero oggetto del desiderio.
Ma l’opera dell’artista francese si concentra sulla forma visiva del documentario, per due motivi: il primo è che questa forma espressiva era più confacente alle cineaste donne, in quanto meno dispendiosa, la seconda che l’artista si poteva esprimere raccontando il mondo così com’è, senza fronzoli, descrivendo scene di vita quotidiana tanto da sembrare ritratti della realtà, più che storie inventate. E’ la stessa Varda a definire la sua visione del cinema sostenendo che : “Niente è banale se innanzitutto si prova empatia, amore per le persone che si filmano, se si trovano straordinarie“. Inoltre una cinescrittura non può esistere senza una cinetecnica; gli anni da fotografa hanno influito notevolmente sull’opera della autrice, essendo lei molto attenta al risultato fotografico, la “scrittura della luce” racconta tanto quanto un dialogo.
L’esposizione di Villa Medici mette in dialogo la fotografa e la cineasta con 130 stampe originali,
estratti di film, pubblicazioni, documenti e manifesti. Fondamentale nelle sue prime opere la
presenza della via che l’ha ospitata per più di sette decenni, ovvero rue Daguerre, luogo di vita,
sperimentazione, creazione e ispirazione. Il suo appartamento, situato in questa strada, fu
trasformato in sala di posa e laboratorio fotografico, diventando centro nevralgico del suo universo, tanto da ospitare la sua prima mostra nel 1954. E tanto importante da diventare caratteristica principale del film-documentario ‘Daguerrèotypes’ del 1975, pellicola che rappresenta la vita, le abitudini e le caratteristiche di questa via e della vita di questa autrice del Novecento. La mostra inizia prendendo spunto dalla sua attività di fotografa che abbraccerà nei primi anni parigini. Arriva nella capitale francese nel 1943 scegliendo di dedicarsi alla fotografia, una pratica che le consente di coniugare dimensione manuale e riflessione intellettuale. Durante questo periodo, condivide un appartamento a Pigalle con altre tre giovani donne, che diventeranno i soggetti prediletti dei suoi ritratti mentre le rive della Senna rappresentano i suoi primi paesaggi parigini. Qui si afferma già il suo stile di chiara impronta surrealista e la sua identità artistica. Agnes come fotografa ufficiale del Theatre National populaire di Jean Vilar e del festival di Avignone, ritraendo e immortalando
personaggi quali Alexander Calder, Brassaï, Giuletta Masina e Federico Fellini eccelle anche nel reportage. Anche come fotografa si comporta come fosse una regista utilizzando un linguaggio tipicamente cinematografico, dirige i suoi soggetti, mettendo in scena le sue riprese. La mostra prosegue descrivendo i soggiorni dell’artista in Italia. A Venezia coglie scene di vita quotidiana e motivi ricorrenti come il bucato alle finestre e i paesaggi in ombra. In occasione di questo viaggio realizza un autoscatto di profilo vicino ad una tela di Gentile Bellini, scherzando sulla sua acconciatura a caschetto, ormai divenuta iconica. Le vedute di Venezia e dei suoi abitanti rispecchiano pienamente il suo spirito: l’attrazione per le scene grafiche che giocano con ombre e contrasti. Nel maggio del 1963 la rivista francese “Rèalitès” le commissiona un ritratto di Luchino Visconti, appena premiato con la Palma d’oro per il “Gattopardo”; partendo per Roma con tre macchine fotografiche, realizza una serie di scatti, di provini a contatto e stampe a colori che sono documentate nell’esposizione. Nello stesso periodo Jean Luc Godard gira “Il disprezzo” negli studi della Titanus, Agnes si reca sul set e fotografa il suo collega mentre dirige Brigitte Bardot, Jack Palace e Michel Piccoli. Ma la sua attività come cineasta non è meno importante. Di rilievo “Le Bonheur” (tradotto in Italiano come “Il verde prato dell’amore“) con cui fu insignita dell’Orso d’argento al Festival del cinema di Berlino, storia del rapporto uomo-donna con tema la libertà amorosa. Con questa pellicola e il premio che ne è susseguito, accresce la fama della regista. Dopo una parentesi americana in cui diresse alcuni film tra cui un reportage sulle Pantere Nere (” Black Panthers“) e Lions Lovegirato con alcune personalità del giro della ‘Factory’ di Andy Warhol, in sequenze che sembrano quadri, la cui ricerca fotografica è molto vicina a quella pittorica; nel 1983Agnes Varda fu membro della giuria del Festival di Venezia, mentre nel 1984 vinse il Miglior cortometraggio con‘Ulysse’. Dopo la morte del marito Jacques Demy ( sceneggiatore e regista) avvenuta nel 1990 la Varda girò tre film in suo onore: ‘Garage Demy’, ‘Les demoiselles ont eu 25 ans’ e ‘L’univers de Jacques Demy’, il primo un film a soggetto, gli altri documentari. Diresse ancora ‘Cento e una notte’ nel 1995, il suo personale omaggio all’arte cinematografica, coinvolgendo i migliori attori francesi. Venne omaggiata con il premio Cèsar nel 2005 e nello stesso anno fece parte come giurata al Festival di Cannes, ma continuò a lavorare su altri documentari apprezzati poi in tutto il mondo. E’ stata la prima donna regista a ricevere l’Oscar d’onore nel 2017. In questa circostanza si schierò con il movimento ‘Metoo’ e Vanity Fair disse: ‘E’ sempre una cosa positiva quando le donne si fanno sentire un pò di più. Bisogna determinare la dose di Femminismo da inculcare nei ragazzi: ecco cos’è importante’.
Il cinema , dunque, è stato per lei uno strumento come lo è il pennello per il pittore, tanto che nel documentario ‘Varda par Agnès’ la regista stessa definisce il suo cinema come ‘Video scrittura’.La sua opera ha segnato la storia del cinema per la sua sensibilità , attenzione, empatia dando importanza a volti che pensavano di non averne, ma soprattutto a donne che credevano di non contare. Morì nella sua casa a Parigi il 29 marzo 2019 all’età di 90 anni.

