Emilio Caporali, il “mattoide infelice”

La vicenda del giovane anarchico pugliese che nel 1889, a Napoli, ferì Francesco Crispi con una pietra 

La sera del 13 settembre 1889 un messaggio telegrafico raggiunse i principali organi di stampa: “Oggi alle 6,30 pomeridiane mentre Crispi passeggiava in carrozza colla figliuola in via Caracciolo, un individuo che era appostato, gli lanciava contro due pietre: una di esse lo ferì al mento; l’altra colpiva la carrozza (…)”. L’individuo, appostato sul lungomare napoletano, si chiamava Emilio Caporali, ventunenne originario di Canosa di Puglia, provincia di Barletta. 

“L’uomo più felice della terra”. Se si prende in esame la stagione anarchica che occupa, grosso modo, l’ultimo ventennio dell’800, la vicenda Caporali è sicuramente una delle meno conosciute. Consegnato alle autorità, il giovane pugliese si dichiarò un simpatizzante repubblicano di idee anarchiche e giustificò il suo gesto con queste parole: “Crispi è parso a me che fosse l’uomo più felice della terra, mentre io sono il più infelice e perciò attentai alla sua vita”. L’attentato di Napoli non suscitò lo stesso clamore mediatico che, undici anni prima, aveva accompagnato il caso Passannante, il mancato regicida di Umberto I. Scarse sono le sue note biografiche nelle cronache del tempo. Nunzio Pernicone e Fraser Ottanelli, in “Assassins against the Old Order”, ci offrono uno spunto interessante: “La vita di Caporali fino a quel momento era stata una storia di guai. Costretto ad abbandonare gli studi (di Architettura n.d.r.) dopo la morte di suo padre, Caporali si è trovato in difficoltà, lavorando brevemente come muratore prima che la disoccupazione lo costringesse a sopravvivere implorando e ricevendo denaro dagli amici”. 

“Il presidente di ferro”. Tra Caporali e Passannante vi sono molti punti in comune: entrambi erano meridionali, vivevano in povertà, abbracciarono le idee repubblicane tradite dalla classe politica dominante e, soprattutto, progettarono l’attentato nei confronti di figure che rappresentavano il potere. Il cuoco lucano usò un coltello rudimentale, da cucina, Caporali invece scelse due semplicissime pietre raccolte per la strada. La scelta di colpire Francesco Crispi non fu certo casuale. L’allora presidente del Consiglio era la figura politica più forte e rappresentativa del paese, forse più di quella del re. Colpire lui, il “presidente di ferro” (appellativo che derivava dall’essere stato il Crispi un grande fautore della politica bismarckiana), aveva una valenza politica ben precisa, rispondente al dettato della “propaganda del fatto” teorizzata nel decennio precedente da Cafiero e Malatesta. All’indomani dell’aggressione di via Caracciolo, l’immagine del premier di origine siciliana ne uscì rafforzata e incontrò la solidarietà dell’opinione pubblica, italiana e europea, come si legge in un articolo del “Fremdenblatt”, un giornale austriaco dell’epoca: “Il giovane che lanciò il sasso contro Crispi per ucciderlo, siccome egli medesimo confessa, ha con ciò provocato una corrente di simpatia, tale da mettere appunto in piena luce l’importanza del personaggio, ch’egli erasi prescelto a vittima”. 

Macchinazioni. Mentre la stampa commentava l’aggressione di Caporali come il gesto di un folle, il Presidente del Consiglio volle indirizzare le indagini sull’ipotesi del complotto anarchico. Non trovandosi nessun indizio in tale direzione, Crispi mise in moto quella che oggi definiremmo la “macchina del fango” contro due oppositori del suo governo, Giovanni Bovio e Matteo Imbriani. Così scrive, nel libro “I conti con la storia”, il noto storico e conduttore televisivo Paolo Mieli: “Fece dare poi grande risalto alla notizia (vera, ma irrilevante) che Caporali, per essere ammesso alle Belle Arti di Napoli, aveva ricevuto una raccomandazione da Giovanni Bovio, il leader del Partito repubblicano che in Parlamento guidava l’opposizione. Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, Nicola Ricciuti, mise in risalto la circostanza (assai poco significativa) che, poche settimane prima dell’aggressione, Caporali era rientrato a Canosa dove, in occasione delle elezioni politiche, aveva sostenuto la candidatura di Matteo Imbriani, un parlamentare notoriamente ostile al capo di governo”. Queste ed altre macchinazioni, volte a collegare l’atto criminoso del giovane pugliese ad un disegno politico più grande di lui (eversivo e non), caddero tutte nel vuoto. A Crispi non restò che una sola carta da giocare per screditare politicamente l’accaduto, quella del mattoide. 

Indole degenerativa e patologica. Nel 1889 Cesare Lombroso era all’apice del successo e le sue teorie, seppur continuamente osteggiate dalla dottrina penalistica classica, influenzarono l’andamento di numerosi casi giudiziari, tra cui il processo Caporali. Tra i periti incaricati di stilare una perizia psichiatrica dell’imputato, vi erano Augusto Tamburini, che ricoprì lo stesso ruolo nel processo Passannante, e Gaspare Virgilio, da anni direttore del manicomio giudiziario di Aversa. Date le pressioni governative e la scarsa attenzione da parte della stampa, i risultati della perizia dettero un esito scontato. Riprendendo il testo di Mieli: “In una logica rigorosamente lombrosiana l’imputato fu misurato dalla testa ai piedi: la circonferenza delle braccia, il volume del cranio (…). Poi fu la volta di un esame fisico degli organi toracici e addominali, di un esame della sensibilità generale, cutanea e muscolare, e infine di esplorazioni elettriche. Dopo tutte queste verifiche, il 6 luglio del 1890, gli psichiatri emisero il loro verdetto: l’imputato aveva un’indole degenerativa e patologica”. Alle anomalie di tipo fisico si aggiunsero una comprovata deficienza del suo organismo mentale e il cosiddetto “vizio genetico”, in quanto si dedusse che il padre (deceduto, in realtà, per apoplessia) e un cugino avessero sofferto di disturbi mentali. In sintesi, Caporali era il tipico esempio di mattoide, riconosciuto come autore materiale dell’attentato a Crispi, ma non condannabile per vizio totale di mente. Per lui si aprirono le porte dei manicomi giudiziari. 

“Fantasmagorie”. La mancata condanna dell’anarchico fu largamente criticata. Oltre al dibattito sulla “esclusione di imputabilità” per crimini commessi da soggetti alienati, vi era una più generica preoccupazione per cui la mancata applicazione di pene più dure nei confronti dei delitti con moventi politici avrebbe potuto incoraggiare l’insurrezionalismo e il terrorismo contro le istituzioni. Interessante, al riguardo, un articolo del settimanale “Conversazioni della domenica”, uscito qualche giorno dopo l’attentato a Crispi. Intitolato “Fantasmagorie”, il pezzo era firmato “Dottor Pangloss”: un chiaro riferimento al personaggio del “Candido” di Voltaire (non può escludersi che si trattasse proprio di Leone Fortis, direttore del giornale, che ricorreva molto spesso a pseudonimi provocatori come ad esempio Doctor Veritas). L’articolo era un piccolo trattato contro l’alienista Enrico Ferri che, sul giornale “La Tribuna”, aveva definito il Caporali come un mattoide e il suo attentato un fenomeno morboso. Di qui alcuni passaggi dell’articolo: “La premeditazione? Ma questa per i pratici di psicopatologia, è la prova delle prove in fatto di pazzia. I pazzi? Ma voi non li conoscete i pazzi: essi premeditano il delitto, preparano l’alibi con abilità straordinaria, architettano difese ingegnosissime, negano vivacemente di essere pazzi, e si irritano se i periti o i difensori li vogliono far passare per tali. (…) Io ignorante, ma avversario profondamente convinto di queste teorie di antropologia criminale, che non conducono altro che alla irresponsabilità penale e non popolerebbero il paese che di manicomi criminali invece che di carceri”. Infine, il fantasioso “Dottor Pangloss” individuava uno dei mali dal quale scaturiscono criminali come Caporali: “La colpa è tutta della civiltà, del progresso, della troppa istruzione. Sicuro: la troppa istruzione, la quale è la principale causa delle immoralità sociali, mentre non c’è nulla di più sano, di più morale, di più onesto – socialmente parlando – della ignoranza”. 

Internato a vita. Alla fine dell’800, evidentemente, essere rinchiuso in un manicomio poteva sembrare un escamotage per evitare il carcere. A distanza di oltre un secolo sappiamo bene che non era così. Per quanto non ci siano notizie certe, di sicuro il giovane Caporali girò diverse strutture, cominciando proprio dal manicomio napoletano di San Francesco di Sales. Sembra abbia poi passato diversi anni a Montelupo Fiorentino, dove si trovava Passannante, per poi ritornare a Napoli nella nuova struttura intitolata a Leonardo Bianchi, dopo il 1909. Secondo la ricostruzione di Pernicone e Ottanelli, l’anarchico invece venne dimesso nel 1896 e “dopo aver trascorso molti anni all’estero, in Africa, Australia e Brasile, Caporali tornò in Italia, dove morì nel manicomio di Nocera Inferiore nel 1937”. Per quanto riguarda Crispi, alcune biografie danno molta importanza all’aggressione subìta in quel settembre del 1889. Come nel libro “Rosalia Montmasson” di Marco Ferrari: “Da quel giorno Crispi divenne cupo e paventò l’ipotesi di dimettersi (…) Anche la pace famigliare ne risentì…”. Restò in carica fino al 1891 per poi tornare alla presidenza due anni dopo. Il 16 giugno del 1894 in via Gregoriana, a Roma, il romagnolo Paolo Lega gli esplose contro diversi colpi di pistola. Crispi ne uscì miracolosamente illeso e l’anarchico venne arrestato. Per Lega non venne scomodato nessun perito e morì nel carcere di Sassari nel 1896 in circostanze, ovviamente, poco chiare. 

 

Classe 1985, giornalista pubblicista. Dal 2009 si occupa di sport e cultura a livello locale, con particolare attenzione alla memoria del territorio nel quale è cresciuto, i quartieri di Roma sud. La storia non è solo la sua passione, ma una “maestra di vita”: senza di essa, senza guardarci indietro, andare avanti sarà sempre più