È soprattutto nell’atto del parlarsi, attraverso i vari linguaggi (“quello delle parole, quello del silenzio e quello del corpo vivente”) che, secondo lo psichiatra Eugenio Borgna, si concretizza quell’ambivalente “parola- valigia, parola-marmellata” – usata oggi in tutte le salse – che è ‘comunicazione’.
Comunicare, infatti, sottolinea Borgna, “significa entrare in relazione con la nostra interiorità e con quella degli altri. Nella convinzione che ‘comunicazione’ sia sinonimo di cura’”. Se, quindi, comunicare vuol dire rendere comune (dal latino munus, dono), dialogo, relazione con se stessi e con l’altro da sé, Borgna nella sua ultima fatica Parlarsi. La comunicazione perduta (Einaudi 2015, pagg. 100, euro 11), ci ricorda che “entriamo in relazione con gli altri, allora, in modo tanto più intenso e terapeutico quanta più passione è in noi, quante più emozioni siamo in grado di provare e di vivere”. E ciò che conta, in modo particolare in un contesto di cura, è proprio il diapason emozionale della comunicazione: perciò il medico, senza tradire la sincerità dei suoi messaggi, deve innanzitutto “guardarsi dal ferire la dignità delle persone malate, e non malate, con parole, con gesti, che nascano dalla indifferenza, e dalla impazienza”. Perché, e ciò riguarda tutti, le parole hanno un loro destino e il loro è un cammino misterioso: “si modulano, cambiano, si modificano continuamente nelle situazioni”, “non sono mai inerti e mute”, “sono impegnative per chi le dice e per chi le ascolta, cambiano di significato nella misura in cui cambiano i nostri stati d’animo…”.
Si solidificano, insomma, nei diversi contesti, dando corpo a differenti reazioni nell’altro. E quali sono le parole che fanno del bene? Solo quelle che nascono dal cuore, leggere e profonde insieme, gentili e assorte, fragili e sincere. Le altre, “quelle che non sanno testimoniare attenzione e partecipazione, è meglio evitarle, perché fanno del male”, scrive Borgna. Le difficoltà insite nella comunicazione terapeutica e quindi in ogni relazione di cura, allora risiedono soprattutto nel saper accogliere con ogni registro comunicativo le fragilità del paziente, quelle stesse delle quali Borgna aveva già scritto – e proprio con un uso magistrale della parola – nel suo precedente, bellissimo, lavoro dello scorso anno, La fragilità che è in noi.
Può essere d’aiuto anche contaminare saperi diversi: come riesce a fare ancora una volta e con grande sensibilità Borgna in Parlarsi, facendo dialogare, (come dovrebbe fare chiunque si voglia occupare bene di scienze umane), la psichiatria anche con la letteratura e in modo particolare con la poesia, che meglio forse di ogni altra forma restituisce con immediatezza espressiva il significato di un’intera proposizione. Così fra le pagine del libro spuntano, fra l’altro, versi di Leopardi, Goethe e Tennyson come amorevoli folletti che chiariscono attraverso squarci luminosi il pensiero dello psichiatra, rendendolo in pochi istanti anche più concreto e riconoscibile. Che aiutano anche a distinguere fra solitudine (valore di cui oggi spesso si ha paura e che invece va salvaguardato, “senza smarrire il desiderio e la nostalgia delle relazioni con gli altri”) e isolamento (“condizione psicologica e sociale nella quale si è chiusi, e talora imprigionati, in se stessi”). A ritrovare il senso del silenzio anche in mezzo al frastuono generale. A capire che attraverso un dialogo felice è anche possibile ritrovare spazi di espressione personali e condivisi, benché per questo sia necessario garantire tempi “non rigidamente programmati” alla comunicazione sia in psichiatria, sia in oncologia (per Borgna la disciplina medica a questa più vicina). Tuttavia ciò significa coniugare in ogni forma di comunicazione interpersonale etica e responsabilità nel trattare ogni individuo nel suo singolare essere “persona”. “Non c’è comunicazione autentica in psichiatria, e non solo in psichiatria, se non quando si abbiano parole capaci di creare un ponte fra la soggettività di chi parla, e quella di chi ascolta, la soggettività di chi cura, e la soggettività di chi è curato; e quando ci siano corrispondenze fra il tempo interiore dell’una e quello dell’altra”.
Anche passare da una nozione di tempo astratto, predeterminato (quello dell’orologio o della fretta) al rispetto del tempo dei pazienti è, per l’autore di Parlarsi, atout indispensabile di ogni terapeuta. Nonché qualità indispensabile per poter cogliere anche il linguaggio degli sguardi e dei gesti: tutto ciò che ha a che fare con gli aspetti corporei della comunicazione, le cui manifestazioni “cambiano di emozione in emozione, di giorno in giorno, di ora in ora, di situazione in situazione, in un carosello febbrile e temerario”. E che rischiano di appiattirsi nei contesti di vita nei quali alla comunicazione interpersonale viene privilegiato lo schermo, quello della televisione, quello del computer o del telefono. In un mondo di iperconnessione, di bombardamento informativo, di overdose mediatica, di social network, di “incantamento per il digitale”, in cui i significati scivolano sulla pelle delle persone sempre più impermeabili ed anestetizzate – in una simile inondazione – come dominare, memorizzare, valutare le informazioni? Come insegnare a gestirle? E soprattutto, come ritrovare momenti di scambio reciproco vero e profondo al di là delle “chiacchiere inconsistenti, e intermittenti, liquide e acquatiche” e “creare relazioni umane dotare di gentilezza e di ascolto”? Anche rispettando il tempo di ognuno, sembra suggerire Borgna dalle pagine del suo libro, nelle diverse età della vita e differenti condizioni di ciascuno, in famiglia così come nella scuola. Anche il tempo per piangere in questa età del vorticoso e frammentario rincorrersi digitale (ben quattro capitoli del libro sono dedicati alle lacrime), per pensare, per sentirsi e sentire, del non aver paura nel provare e condividere emozioni.
L’insegnamento è quindi quello di essere “monadi dalle porte aperte alla comprensione dell’alterità”. Del resto, “se i disturbi psichici altro non sono se non disturbi della comunicazione, alla comunicazione non può non essere assegnata una grande importanza nella insorgenza, nello svolgimento e nella cura”. Creare una relazione adeguata e significativa è allora anche la premessa per la realizzazione di ogni percorso terapeutico. Borgna conclude il suo libro, stavolta rivolgendosi ai soggetti della cura, parlando con loro, con le parole di R.M. Rilke: “Non crediate che colui, che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene. La sua vita reca molta fatica e tristezza e resta lontana dietro a loro. Ma, fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare queste parole”. Anche Simone Weil, del resto, la pensava così.
Paola Sarno
Foto: Yau Hoong Tang | Flickr| CCLicense | TangYauHoong.com
