Felici e contenti, un mito da sfatare?

Sin da bambini, ascoltando il finale di ogni fiaba che si rispetti, l’accostamento e la conseguente sovrapposizione del concetto di contentezza e felicità è divenuto comune e si è pian piano normalizzato. I due termini vengono spesso, infatti, ritenuti sinonimici, interscambiabili. Nella quotidianità “essere contento” ed “essere felice” fanno il più delle volte riferimento alla stessa condizione esistenziale ed emotiva: uno stato indefinito, ma certamente di grazia, di beatitudine potremmo dire, di benessere. I due termini sembrano equivalersi quindi, eppure sono essenzialmente differenti: essere contento ed essere felice sono, in effetti, due cose diverse.

Partiamo dal concetto di contentezza. Il termine contentoha le sue origini in contentus, participio passato del verbo latino continere, ovvero contenere, tenere entro determinati limiti, confinare. Il concetto di contentezza presenta già nelle sue radici lidea di staticità e di limite. Lo stato di contentezza è, dunque, attribuibile a colui che si trova in una condizione momentanea di benessere entro un determinato limite e sotto un determinato rispetto. Si è contenti quando non si ha necessità di qualcosa, quando ciò che si ha momentaneamente basta, quando si è in uno stato di tranquillità, equilibrio, serenità con sé stessi. Quando ci si sente bene insomma, si sta lì, buoni, nel proprio limite di appagamento fisico ed emotivo. La contentezza potrebbe essere definita, in ultima istanza, una condizione caratterizzata da un benessere statico, temporaneo, finito. Ma la contentezza è una condizione in cui forse, per meglio dire, più che una presenza di benessere, vi è uno stato atarassico determinato dallassenza, dalla mancanza di problemi, turbamenti. 

Spostiamoci ora sul concetto di felicità. Mai parola ha racchiuso più mistero, assunto sfumature più diverse ed è stata più desiderata e ineffabile. La ricerca della felicità è stata e continua a essere uno dei temi più affascinanti della storia delluomo e del pensiero. Ognuno, nel corso dei millenni, ha cercato di trovare il cammino più giusto, il cammino a proprio avviso migliore e più diretto verso la felicità. Tentiamo di tornare anche in questo caso allorigine del termine, elemento prezioso per svelare il significato più intimo e, insieme, più dimenticato. 

Feliceviene infatti dallaggettivo latino felix. Felix era solitamente utilizzato con un significato afferente allambito agricolo, più che psicologico, esistenziale. Laggettivo era attribuito, infatti, a un campo di terra, a un albero, a una pianta e aveva il significato di fertile. Un arbor felix, un albero felice, era inteso nel suo senso più arcaico e vero, quando produceva, quando dava molto frutto al momento della raccolta. La felicità era pensata, quindi, come dare, fare, produrre. Non unassenza, una mancanza, ma una presenza, unattività. Nella felicità non vi è nulla di statico: non vi sono limiti né confini, non vi è nulla di confortevole, non vi è benessere inteso come assenza di problemi circostanziali. La felicità è come un albero che dando frutto esprime qualcosa della propria peculiare e unica essenza. Si è felici quando si è alla ricerca, in movimento, si sviluppa il sé più autentico, si fa. E si fa – questo è il bello – secondo la propria natura. La felicità è il cammino verso il compimento della propria e singolare esistenza. La fertilità del nostro albero, la nostra felicità, viene realizzata nel momento in cui avviene lo sviluppo libero e personale della nostra esistenza. 

Allora laugurio rivolto a ogni lettore è quello che ognuno fa per sé stessi: essere felici. Non accontentandocidella temporanea contentezza, ma volgendoci a passo lento e costante sulla strada della felicità. Guardiamoci dentro cercando di capire chi siamo veramente e cercando di portarlo a frutto con pazienza e dedizione, come una pianta di cui aver cura. Innaffiamo sapientemente il nostro io, custodiamo la nostra essenza in modo che, con il tempo, la nostra pianta possa fiorire e dare il suo peculiare, unico frutto, divenendo una pianta felice.  

 

Martina Buccilli