Don’t look up: la lotta delle narrazioni

Il trionfo della soggettività rivolta solo a se stessa 

Mettendo da parte ogni valutazione artistica, quello su cui vorrei coinvolgervi riguarda la  rappresentazione che Don’t look up fornisce dei comportamenti dell’umanità di fronte a una crisi  collettiva. La globalizzazione, attraverso l’intensificarsi degli scambi commerciali tra paesi, ha  ridisegnato un mondo dove tutto ciò che è locale può diventare globale, che si tratti di pandemie,  dell’impatto delle attività umane sul clima o del livellamento di pensieri, gusti e culture, laddove per sentirsi cittadini dei social, bisogna condividerne codici e valori in modo più o meno acritico.  Attraverso il pretesto di una cometa, che in sei mesi di tempo arriverebbe a schiantarsi sulla terra,  Don’t look up mette in scena le reazioni collettive ai tempi dell’Homo Social. Come ci ricorda Luca Caleada, nel 2011 attraverso il film Contagion che racconta gli effetti di una pandemia globale, era ancora possibile immaginare un lieto fine con gli abitanti del pianeta che una volta trovata la cura si mettevano in fila per ricevere il vaccino. Il presente svela quanto questa rappresentazione di un lieto fine guidato dalla razionalità risulti inverosimile, e Don’t look up si incarica di raccontare quest’attualità.  

Il film parla di una questione che, pur essendo attualissima, è antica quanto l’uomo stesso. L’eterna difficoltà con cui ci confrontiamo ogni volta che la realtà ci chiede di riorganizzare la nostra  descrizione del mondo. C’è una cometa che sta per abbattersi sulla Terra. Far fronte a questo evento richiede di rimettere in discussione tutta una serie di assunti, stili di vita, credenze, identità. Questa operazione, lungi dall’essere scontata, può comportare delle difficoltà tali che assai spesso l’individuo, i gruppi o i popoli, nel corso della storia hanno scelto più o meno consapevolmente, la  morte.  

Piaget proponeva che l’adattamento all’ambiente dipendesse da due processi: Assimilazione e  Accomodamento. Intendendo per Assimilazione quel processo mentale che ci porta a ricondurre un nuovo stimolo entro i parametri del già noto. L’Accomodamento, al contrario, prevede che lo stimolo in virtù delle differenze che gli vengono riconosciute, arrivi a modificare gli schemi di  interpretazione della realtà di cui siamo portatori. 

Assimilazione e Accomodamento sono le due modalità di rapporto con i dati di realtà. Il modo in  cui utilizziamo i processi di Assimilazione a Accomodamento, il modo in cui interpretiamo la realtà, dipende a sua volta dalle culture di cui facciamo parte, dai riferimenti che abbiamo o scegliamo per occuparci della nostra identità. L’identità è un artificio complesso che risponde a vari bisogni soggettivi e relazionali. Allo scopo di mantenere stabili tutte le varie sfaccettature della nostra identità assimiliamo la realtà a determinate letture presenti nelle culture in cui ci riconosciamo, e  questo, nella migliore delle ipotesi, può produrre un nostro contributo creativo alla rappresentazione di una certa parte del mondo, anche se spesso ciò si traduce nella reificazione di stereotipi derivanti dalle culture di riferimento.  

La lotta delle narrazioni sulla realtà al giorno d’oggi è diventata molto violenta. Ogni possibile  scontro viene disinnescato riducendo il dibattito alla conta di chi è “pro” e di chi è “contro” un  certo tema, diventando così una lotta di identità senza termini di verifica, senza riscontri né veri argomenti, che per essere tali richiederebbero la possibilità di essere falsificabili. Quando i più  svariati argomenti vengono sistematicamente utilizzati da ambo le parti per confermare i propri opposti assunti, sono gli argomenti stessi a sparire, a diventare inconsistenti. Tutto è destinato a  diventare irrecuperabilmente soggettivo, fatto su misura dei propri valori invece che dei feedback provenienti dalla realtà, e questo crea il presupposto per l’impossibilità di intendersi. Ma determinati problemi globali non possono essere affrontati in un’ottica individualista, richiedono una risposta  collettiva. 

Declinando la logica quantitativa pro vs contro, il titolo del film nasce in risposta all’hashtag che  gli scienziati usano per richiamare l’attenzione pubblica sul dato di realtà, “guardate in alto!”  prendete atto della cometa. A questo hashtag viene contrapposto #Don’tLookUp. Questo è un “non  guardare in alto” che diventa un “non guardare in altro”. Un non guardare in altro che non confermi la tua visione del mondo e l’identità su di essa costruita. Ma questo, appunto, porta alla morte.  L’identità ha bisogno dell’estraneità (Remotti 1996); il problema dell’identità è quindi il problema  del rapporto con l’alterità, tanto interna quanto esterna. L’identità, attraverso il riconoscimento di  corrispondenze, ci inscrive in uno o più insiemi, appartenenze; così facendo contemporaneamente ci individualizza. A tal riguardo Carli propone la “continuità” e la “discontinuità” dell’identità come dinamiche di adattamento al contesto. Il venir meno di una di queste due componenti può  comportare problematiche importanti. Nel caso in cui non si riesca a elaborare la componente di  “continuità”, si può vivere conformando se stessi a ogni diversa proposta che si incontra attraverso  i contesti oppure è possibile sentire la propria autostima come totalmente dipendente dal riscontro  degli altri. Viceversa, senza lo sviluppo di una competenza alla discontinuità dell’identità, si finisce  per impersonare un ruolo rigido, violento nella sua incapacità di rapportarsi all’alterità (2012).  

Al giorno d’oggi, nella misura in cui si è sempre meno attrezzati per stare in rapporto con l’alterità,  tutti corriamo il rischio di parlarci soltanto addosso. Per chi scrive, questo è uno degli aspetti più  dolorosi dell’attualità. Gli algoritmi su cui funzionano i social, selezionano contenuti e contatti che  vengono ritenuti in accordo coi nostri punti di vista, e su questa scia non è raro assistere a qualcuno  che periodicamente annuncia “pulizie” tra i propri contatti, riducendo le proprie bacheche a un  semplice specchio della propria descrizione del mondo. Questa incompetenza all’alterità è così  efficacemente raccontata nel film che essa finisce per dimostrarsi anche nella discussione pubblica  relativa al film stesso. Come rilevano Pierluigi Battista o Lorenzo Marone, esso piace (o viene in egual misura criticato) sia da negazionisti che dagli scientisti, dagli odiatori delle elites quanto dei  populismi, in un trionfo della soggettività rivolta solo a se stessa. 

Tutto ciò non fa che svelare l’attualità. In questo momento se un “Si Vax” incontra un “No Vax” nella maggioranza dei casi o si ignorano facendo finta di niente, o si insultano. Confrontarsi o al limite  scontrarsi, viene vissuto come insostenibile. 

Ma questa difesa ossessiva della propria identità la depaupera fino al punto di lasciarla morire. La  rassicurazione a tutti i costi fa sparire la realtà, che però non si lascia mettere da parte. Allora  rimettere in discussione il proprio rapporto con la realtà può essere un’operazione dolorosa. La  sostenibilità del cambiamento della propria descrizione del mondo è un problema molto serio, che quotidianamente ci interpella come psicologi e, prima ancora, come abitanti di un pianeta  profondamente minacciato dai cambiamenti climatici indotti. 

Vengono alla mente i miti: Narciso, che si specchia in se stesso fino a morire, e prima ancora la  vicenda di Ulisse e Polifemo. Una delle principali etimologie del nome Polifemo corrisponde a  “Colui che parla tanto”, verrebbe da pensare che parla tanto di se stesso e che lo fa utilizzando un  solo “occhio”, incapace di visione stereoscopica, di meta-pensiero, solidificando così la propria  identità fino al punto da finire accecato da essa. Ulisse per evitare di venire divorato da “Colui che  parla tanto” dovrà muoversi in direzione contraria: mettere da parte la propria nomea di eroe della  guerra di Troia, di regnante di Itaca, di capo della spedizione e non ultimo di colui che si è reso  responsabile della morte dei compagni, fino a ritornare momentaneamente “nessuno”, facendosi  carico dello spaesamento e del tradimento delle proprie immagini di sé, positive o negative che  siano. Ulisse e Polifemo come possibilità entrambe ripetutamente conosciute nell’esperienza  quotidiana: l’identità intesa come fine a se stessa o come strumento. L’identità intesa come  strumento è al servizio del pensiero emozionato, alla costruzione di “cose terze” entro i rapporti. Il rapporto psicoterapeutico può essere il luogo ove sperimentare la relatività delle proprie  identificazioni, dove ciò che si ritiene di se stessi passa in secondo piano rispetto al come questa  conoscenza viene utilizzata nei contesti. 

L’identità può essere allora valorizzata per la sua componente di artificio; la costruzione creativa di  una cosa che riguarda sé pur essendo altro da sé e che proprio in virtù di questo permette di non  identificarsi in pieno con quanto vissuto, di poter vivere ironicamente i riscontri ricevuti dal  contesto, senza sentirne distrutta o glorificata la propria totalità; di riconoscere l’altro nella sua  alterità. L’identità come interfaccia facilitante la propria partecipazione a contesti e appartenenze.  Idea questa ben espressa dall’etimologia di un gruppo di parole semanticamente contigue con  l’identità, come “persona”, “personalità”, “personaggio”, che rimandano al parlare attraverso una  maschera, uno strumento.   

 

Daniele Faro – Psicologi in Ascolto

 

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