L’aumento dei casi di femminicidio e altre conseguenze psicologiche legate alla pandemia

Ora che il 2020 è quasi giunto al termine, è possibile fare un bilancio di questo anno drammatico. Ancora una volta, a soffrire maggiormente le conseguenze della pandemia, sono le persone più svantaggiate già in partenza, sotto tutti i punti di vista: sociale, economico, sanitario e psicologico. Durante i due mesi primaverili di lockdown i mass media non hanno neanche sfiorato la problematica delle conseguenze psicologiche relative allattuazione delle misure anti-covid. Solo con larrivo dellautunno, e della seconda ondata di contagi, ancora in corso, forse anche in virtù della giornata mondiale per la salute mentale (10 ottobre), si è cominciato a dare il giusto peso ai disturbi mentali, acuiti e sorti a causa della pandemia. 

 

I numeri del femminicidio nel 2020 

Tutta la situazione legata allemergenza coronavirus, e non solamente i due mesi di lockdown, ha alimentato e continua a farlo i casi di violenza domestica. Di questo si era accennato durante il lockdown. Il 25 novembre è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, allora i media hanno dato voce alla situazione tragica dei femminicidi in Italia. Va chiarito innanzitutto che il femminicidio non è solamente lomicidio di una donna da parte di un uomo. Il termine, in realtà, possiede un significato più ampio, che vede nellatto omicida solo il culmine di una violenza verbale e fisica perpetrata nel tempo da un uomo nei confronti di una donna, con lintenzione di annientare la persona in quanto soggetto attivo e oggettivarla. Questultimo aspetto è fondamentale per comprendere una situazione che non ha niente a che fare con una sana gelosia di coppia, ma che è radicata nella cultura del patriarcato (si pensi al delitto donore, le cui disposizioni sono state abrogate solo nel 1981 con la legge n. 442). 

Ora, i dati del rapporto dellistituto di ricerca Eures sul femminicidio in Italia attestano che, nei primi 10 mesi del 2020, sono state 91 le donne vittime di omicidio (una ogni tre giorni), di cui 81 hanno trovato il loro carnefice in ambito familiare. Rispetto allo stesso periodo del 2019 si verifica una leggera diminuzione degli omicidi (da 99 a 91), che però riguarda le vittime della criminalità comune, mentre aumenta da 49 a 54 (+10,2%) il numero delle donne uccise dai loro compagni. 

A tal riguardo, nel corso di un incontro sui centri antiviolenza tenutosi al Senato, il premier Conte ha dichiarato che i femminicidi sono «triplicati durante il lockdown [] un caso ogni due giorni», riconoscendo la responsabilità del governo che, con lattuazione delle misure restrittive, ha «involontariamente creato profondo disagio». 

Nello Speciale Emergenza Covid-19 dellIstat si legge che «le disposizioni normative in materia di distanziamento sociale introdotte al fine di contenere il contagio si sono rivelate, inoltre, un elemento che ostacola laccoglienza delle vittime». 

 

«Viviamo tutto lanno in lockdown, siamo abituati alla distanza della società» 

Da focolare domestico, la casa diventa una trappola, una prigione, un luogo in cui si è prima costretti, poi raccomandati, a restare reclusi. E questo vale per tutti. Ma non solo la casa. «Migliaia di persone sono state confinate in strutture ospedaliere o residenziali neo-manicomiali con obiettivi terapeutico-riabilitativi scarsi o nulli, che sono presto divenute focolai epidemici. Si è scoperto allora che queste residenze erano luoghi chiusi, separati dalla società e invisibili anche ai piani di protezione dalle pandemie» scrive Fabrizio Starace, Presidente della Società italiana di Epidemiologia Psichiatrica, in un articolo pubblicato su Il Foglio in data 7 novembre 2020. 

Ancora una volta Starace mette in luce le contraddizioni interne al sistema della sanità pubblica e lancia un appello per migliorare la situazione della salute mentale a partire da «un approccio basato sui diritti delle persone». In linea con il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani delle persone con problemi di salute mentale che invita a «ridurre radicalmente luso dellistituzionalizzazione in materia di salute mentale». 

Bisogna partire dalla «consapevolezza che i problemi di salute mentale sono determinati in larga misura dal contesto sociale, economico, e ambientale in cui le persone vivono e che le disuguaglianze sociali sono associate a un aumento del rischio per molti disturbi mentali» scrive Starace. Le proteste contro le misure restrittive esprimono il disagio legato a un repentino cambiamento nello stile di vita, di difficile gestione da parte delle persone, è indice del «venir meno degli ordinari meccanismi di adattamento». 

Adattamento reso ancora più difficile dalla digitalizzazione di alcuni servizi, che ha sostituito solo in parte, e non sempre in maniera efficace (si pensi anche al settore dellistruzione con tutte le problematiche della didattica a distanza) le attività in presenza, come i progetti laboratoriali, più o meno personalizzati, finalizzati allinclusione sociale. 

Durante i mesi di lockdown, alla riduzione di attività e servizi territoriali non si è verificato un aumento di accessi né al pronto soccorso, né di ricoveri nei reparti psichiatrici ospedalieri, neanche per TSO. La chiave di lettura del fenomeno, afferma Starace, si trova nelle parole di un utente che racconta «noi viviamo tutto lanno in lockdown. Alla distanza della società, purtroppo, siamo abituati». E come lui tanti altri.