Dal “nido” familiare alla comunità

Intervista alla ricercatrice Mariacristina Picchio sullo sviluppo cognitivo dei bambini

Introduzione di Sara Gaudenzi alle tappe evolutive dello sviluppo infantile 

Le tappe evolutive dello sviluppo infantile sono oggetto di interesse scientifico da molteplici punti vista e, da quelli psicologico, sociale e antropologico, molti studi hanno approfondito linfluenza del rapporto con lAltro fin dai primissimi stadi dello sviluppo infantile. Lev Semenovic Vygotskij, psicologo e pedagogista sovietico nei primi anni del Novecento aveva enfatizzato limportanza dellambiente nello sviluppo evolutivo del bambino, considerando fondamentali gli stimoli provenienti dal contesto in cui il supporto dellAltro favorisce lapprendimento di concetti e informazioni per lui nuovi. In anni più recenti, le teorie socio-costruttiviste, che sostengono linfluenza del contesto socioculturale nella costruzione della conoscenza, hanno ampliato e sviluppato i concetti già introdotti da Vygotskij, confermando e sottolineando come le interazioni e le relazioni, che il bambino instaura fin dai primi mesi di vita, siano necessarie e determinanti ai fini di un sano sviluppo emotivo e cognitivo. Anche lepigenetica, che studia linfluenza dellambiente sullespressione genica, ha confermato che alcuni cambiamenti a tal riguardo si verificano durante la vita intrauterina; la psicologia prenatale considera lambiente intrauterino capace di influenzare lo sviluppo cognitivo, sensoriale ed emotivo. Lambiente e la relazione con lAltro dunque, come spazio e fonte di esperienza per avere accesso a Sé e al mondo fin dalle primissime fasi dellesistenza.  

Le fasi dello sviluppo infantile risentono indubbiamente degli stimoli ambientali e relazionali, e contribuiscono a offrire una varietà di tali stimoli al piccolo adulto, che arricchirà la sua esperienza giorno dopo giorno e il suo modo di dare un senso al mondo. Soprattutto negli ultimi anni, la ricerca ha dimostrato, in modo sempre più convincente, come le esperienze del bambino debbano potergli consentire di sperimentare relazioni eterogenee e diversificate, evidenziando come sia una competenza naturale, fin dai primi mesi di vita, quella di stabilire relazioni con chi si occupa di lui, ma anche con i suoi pari e con persone esterne al nucleo familiare. 

Recenti studi hanno puntato lattenzione sullimportanza di favorire fin da subito le interazioni sociali dei piccoli con i pari e in questo periodo storico, in cui la pandemia ha costretto il mondo a una drastica restrizione dei contatti sociali, ci siamo chiesti quale impatto tutto questo possa avere sui bimbi in età prescolare. Abbiamo avuto il piacere e lopportunità di parlarne con la dott.ssa Picchio, ricercatrice in ambito dello sviluppo dellinfanzia, presso lIstituto Scienza e Tecnologie della Cognizione del CNR, alla quale abbiamo potuto rivolgere alcune domande per noi di grande curiosità e interesse. 

 

È preferibile che il bambino abbia contatti con i propri pari il prima possibile o è necessario che resti con i genitori prima della scuola materna? 

Per i bambini, avere contatti con i propri pari è una grande opportunità. Facendo proprio riferimento ai dati, ai risultati della ricerca scientifica nelletà dello sviluppo dei bambini, si è visto che i più piccoli, fin da quando sono in tenerissima età, hanno delle grandi competenze sociali, che non si esprimono solo nella relazione che i bambini stabiliscono con la mamma (come si pensava una volta), ma anche proprio con i loro pari. Infatti se vi capita di osservare i bambini quando hanno ancora pochi mesi, emerge in maniera molto chiara questo forte interesse che hanno per il proprio simile. Naturalmente, quando sono molto piccoli, questo si manifesta per esempio attraverso il linguaggio non verbale, ovvero attraverso gli sguardi, i sorrisi, il protendersi verso laltro. Ecco, queste sono tutte manifestazioni che esprimono questa curiosità verso i propri pari e unintenzione di comunicare con laltro. Una intenzione che, man mano che i bambini crescono, diventa una capacità di costruire amicizie tra di loro, di giocare insieme e di collaborare. E a rendere tutto questo evidente, visibile, è stata proprio lesperienza nei nidi. 

 

Cosa si è potuto osservare nei nidi? 

I nidi sono servizi educativi che accolgono i bambini da zero a tre anni. Quindi, vedendo tanti bambini insieme e passare tante ore tra di loro, si è potuto osservare che i piccoli sono capaci di empatia nei confronti dei compagni, sono capaci di comprendere i loro bisogni, i loro sentimenti e di provare a darvi riposta. Per esempio, spesso capita di vedere un bambino che porta il ciuccio o il peluche preferito a un altro che ha un momento di nostalgia della mamma, o un bambino che aiuta il compagno a indossare le scarpine, se lo vede in difficoltà. È importante, però, dire che tutto questo accade ed è visibile nel momento in cui ci si ritrova in un contesto educativo di qualità, proprio organizzato e pensato per i bambini. 

 

Come si svolge una giornata tipo allasilo nido? 

Innanzitutto è importante ricordare che i nidi sono luoghi di vita quotidiana, e come tali sono contesti in cui si ritrovano ogni giorno un gruppo di bambini e di adulti, che condividono un tempo consistente. Un tempo che ha una sua scansione stabile, quindi la giornata è organizzata attorno a dei momenti routinari, che si ripetono, in questo si potrebbe dire che è un po come è organizzata la vita familiare. Questo aspetto della routinarietà è importante perché dà ai bambini sicurezza, gli permette di prevedere la successione dei diversi momenti, quello che accadrà. Perché sono proprio la ripetizione e la regolarità che aiutano il bambino a stabilire un rapporto di familiarità con il contesto in cui si trova, inoltre lo aiutano a trovare un proprio posto, a essere partecipe, attore in quella situazione. Pensiamo a cosa potrebbe significare anche per noi adulti trovarci in un luogo che trasuda disorganizzazione, e in cui non sappiamo perché siamo lì assieme agli altri e cosa potrà accadere da un momento allaltro. Ecco, sicuramente sarebbe unesperienza molto disorientante, ci metterebbe a disagio e in uno stato di costante allerta. 

Ora provo a dirvi quali sono i momenti in cui si articola una giornata tipo al nido. La mattina c’è un tempo dedicato allaccoglienza dei bambini e dei loro genitori, al quale viene riservata molta importanza da parte degli educatori, perché è proprio il momento in cui avviene la transizione dalla famiglia al servizio. Quindi il bambino si separa dal genitore, e soprattutto nei primi mesi, è un momento piuttosto delicato, che richiede particolare cura e attenzione, perché questa separazione va accompagnata, proponendo un inserimento graduale nel nido. Una volta che i bambini sono arrivati, c’è il momento in cui si ritrovano intorno a un tavolo e fanno merenda tutti insieme. Dopo la merenda c’è un tempo dedicato al gioco, che in genere avviene in piccoli gruppi, e in cui i bambini giocano in autonomia con i materiali e i giochi che sono presenti nellambiente. Il gioco autonomo viene molto incoraggiato, cioè la possibilità che i bambini possano scegliere con cosa giocare e a cosa dedicarsi. In un altro momento, può capitare che ladulto proponga anche delle specifiche attività. Dopo ci si prepara al pranzo, si va in bagno e si provvede al lavaggio delle manine e al cambio del pannolino. Anche a questi momenti viene dedicata attenzione al fatto che i bambini imparino a lavarsi le mani da soli. Affinché tutto questo avvenga, è richiesto un tempo un podisteso. Quindi si mangia e dopo pranzo i bimbi vanno a dormire. Anche qui, viene incoraggiato il fatto che i bambini possano imparare a vestirsi da soli, ad andare in autonomia nel proprio lettino, dove ritrovano il proprio peluche o la propria copertina. Al risveglio fanno merenda e infine condividono nuovi momenti di gioco fino allarrivo dei genitori. 

Una cosa che ci tengo a sottolineare è che tutte queste sono considerate attività educative. Il pranzo  stesso non ha solo la funzione di far nutrire i bambini, ma è proprio un momento in cui i bambini possono mettere in gioco le competenze, acquisiscono le loro autonomie, imparano a giocare da soli, a usare la forchetta, ad apparecchiare la tavola. Bisogna dire che nei nidi c’è una grande attenzione a garantire al bambino una tavola ben curata e ben apparecchiata. Ma c’è anche il fatto che si mangia insieme ad altri bambini e alleducatore, quindi il pranzo è anche un momento di convivialità, di scambio, di chiacchiera, di relazione. Anche noi adulti sappiamo bene quanto questo sia gradevole e importante, a maggior ragione oggi che un po siamo privati della possibilità di fare questa esperienza. 

 

Quali sono le pratiche virtuose per lo sviluppo cognitivo del singolo bambino? 

C’è una premessa da fare quando si parla di sviluppo cognitivo: bisogna ricordare che la mente del bambino non è un contenitore vuoto che ladulto deve riempire, e neanche che lo sviluppo cognitivo avviene indipendentemente dai contesti di vita in cui il bambino vive e dalle relazioni che ha con gli altri. Le pratiche virtuose sono quelle che riconoscono le capacità e le competenze dei bambini e che li incoraggiano a essere protagonisti del proprio apprendimento. Sono quelle pratiche che danno valore agli interessi, alle curiosità che il bambino manifesta e quindi lasciano spazio e il tempo di esplorare il mondo, di sperimentare e di costruirsi delle proprie conoscenze. Naturalmente, bisogna creare delle occasioni favorevoli affinché questo possa avvenire. Per esempio, nei nidi, a questo proposito, viene riservata particolare attenzione alla scelta dei materiali di gioco da mettere a disposizione dei bambini, sono meno strutturati rispetto ai giocattoli commerciali preconfezionati. Questi materiali sostengono esperienze di gioco e di esplorazione sempre più complesse e ricche, potendo essere utilizzati dal bambino in diversi modi, sulla base delle proprie idee e della propria fantasia. Inoltre conta molto latteggiamento delleducatore, è importante che non si imponga, che non si metta nel ruolo di trasmettere nozioni, rendendo così il bambino passivo. Ma un bravo educatore deve sostenere innanzitutto il piacere e il desiderio di conoscere il mondo. 

È importante avere una visione dello sviluppo del bambino a tutto tondo, perché lo sviluppo cognitivo, lo sviluppo sociale e quello affettivo non sono indipendenti luno dallaltro, sono strettamente integrati, in genere è ladulto che tende a pensarli come separati. Un altro aspetto è che lo sviluppo del bambino non segue un percorso lineare, ma ci sono battute darresto, sbalzi improvvisi in avanti, ritorni indietro. La cosa importante è che anche questo va rispettato soprattutto nei bambini piccoli in cui i ritmi di crescita sono molto variegati. 

 

Come si differenzia il ruolo educativo dellasilo nido dal ruolo dei genitori rispetto al bambino? 

Il nido, come la scuola, è unistituzione che ha un esplicito mandato educativo. In particolare, il nido ha quello di offrire ai bambini esperienze di socializzazione e di gioco fuori dal contesto domestico, e quindi diverse da quelle che si possono fare in famiglia. Inoltre bisogna dire che il nido è un luogo completamente pensato e organizzato per accogliere dei bambini. Nel nido operano delle professioniste delleducazione, che hanno un ruolo diverso da quello dei genitori, un ruolo sì complementare che si integra, ma non sostitutivo. Genitori ed educatori non si sovrappongono rispetto allintervento con il bambino, e poi i genitori non sono dei professionisti delleducazione, né secondo me devono esserlo. Direi che un aspetto importante dellesperienza del nido è che esso offre ai bambini, oltre alla possibilità di fare esperienze di gioco, anche lopportunità di vivere unesperienza di comunità, di far esperienza dellincontro con laltro, di stabilire relazioni con gli altri bambini, di apprendere le regole del vivere insieme e come si possono risolvere i conflitti, come collaborare con gli altri, e questo è molto importante. Tutto questo è anche riconosciuto e valorizzato dagli stessi genitori, che quando iscrivono il bambino a un nido non lo fanno solo per risolvere il problema della custodia, ma lo fanno proprio con lintento di offrirgli unesperienza educativa e unesperienza di socialità. Spesso mi è capitato di intervistare dei genitori, e spesso usano questa espressione la casa al bambino sta stretta. Ciò non toglie, chiaramente, che è importante che la famiglia e la scuola collaborino e che condividano la responsabilità di educare un bambino. 

 

Ci sono delle differenze per lo sviluppo del bambino tra figli di coppie omosessuali e eterosessuali? 

Su questo rispondo in maniera molto decisa. No, non ci sono differenze. E anche qui faccio riferimento ai risultati delle ricerche condotte oramai da tanti anni. Queste ricerche hanno dimostrato bene che non ci sono differenze nel processo di crescita e non ci sono differenze neanche nel determinare gli orientamenti sessuali dei figli di coppie di omosessuali o anche nel definire la loro identità di genere, cosa che è sempre stata una delle principali preoccupazioni. Questo perché? Perché in realtà essere genitori non corrisponde allessere genitori biologici, ciò che conta è come gli adulti si prendono cura del bambino, come esercitano la funzione genitore. È la funzione genitoriale che è importante. Ciò che conta è come il genitore sa rispondere ai bisogni dei figli, a prescindere dallorientamento sessuale della coppia. Il problema casomai è quando i figli di genitori omosessuali crescono in un contesto sociale in cui sono vittime di pregiudizi e in cui la loro condizione viene stigmatizzata. Allora sì che il bambino ne risente. Oppure il problema è quando i genitori omosessuali sono sempre chiamati a dimostrare di essere dei bravi genitori, quando invece agli altri genitori non viene mai richiesto. Fortunatamente, però, posso dire che negli ultimi decenni le famiglie con genitori omosessuali sono sempre più visibili nella nostra società e sempre più fanno sentire la loro voce nella lotta contro i pregiudizi, per il riconoscimento di alcuni loro diritti fondamentali. Che piaccia o no, nella nostra società non esiste un unico modello di famiglia, in cui ci sono due genitori eterosessuali, possibilmente sposati e felici con figli. Nella nostra società ci sono tante famiglie: ci sono le famiglie costituite da una sola figura genitoriale, per scelta del genitore o perché il genitore si è separato e vive con il bambino; ci sono coppie di fatto con figli; ci sono le famiglie ricostituite. Le famiglie con genitori omosessuali sono unaltra tipologia. È per questo che oggi si parla di famiglie e non più di famiglia. Dunque, lobiezione che i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre oggi in realtà è solo uno slogan politico, che non corrisponde ai fatti, ed è unobiezione del tutto infondata. 

 

Quali sono i pregiudizi più frequenti sui genitori e come incidono sullo sviluppo dei bambini? 

Più che pregiudizi a volte si ha una rappresentazione di una genitorialità debole, i genitori in realtà rifiutano i modelli autoritari che hanno vissuto loro come figli e quindi cercano dei modelli alternativi, non sempre facili da trovare. Oggi i genitori, molto più che in passato, investono di più sui figli, oggi essere genitori è frutto di una scelta consapevole, si decide il momento giusto per avere un figlio, perché si tiene conte delle condizioni per crescerlo al meglio. I genitori sono più consapevoli che in passato di quanto contino le loro scelte nel processo di crescita dei loro figli. Questo li rende più insicuri, gli fa sentire tutto il peso e spesso li porta a cercare ricette precostituite, ricorrendo per esempio a specialisti o ad altri strumenti che possano aiutarli, ma che invece spesso contribuiscono a creare disorientamento. Pensiamo, per esempio alla quantità di libri che si trovano su come si cresce un figlio fin da quando è neonato, si trova tutto e il contrario di tutto. Sicuramente, i servizi educativi dellinfanzia rappresentano dei luoghi privilegiati in cui i genitori possono trovare uno spazio di accoglienza, di ascolto delle proprie paure e preoccupazioni. Ma sono anche un luogo dove gli educatori possono aiutarli a individuare, da un lato, le risorse nei propri figli, dallaltro, anche le proprie risorse come genitori, e a metterle in gioco nella relazione con i figli. Perché poi chi meglio di un genitore conosce il proprio figlio? E quindi può trovare da solo il modo migliore per sostenerlo nel suo processo di crescita. Inoltre, i servizi educativi sono importanti, perché offrono lopportunità ai genitori di conoscersi tra loro. Penso che questo scambio tra genitori valga molto di più del consiglio di mille esperti. 

 

Come la pandemia ha influito sullo sviluppo e la socialità dei bambini? 

Li ha privati di un pezzo di vita importante. Vi leggo la testimonianza di un padre: «Io non ce la faccio più ad aspettare domani voglio andare a scuola adesso, è bellissima la mia nuova classe dice Adele, 7 anni, sedendosi a cena la sera del secondo giorno di seconda elementare dopo un cambio di sessione. Fabrizio, 3 anni a novembre, oggi aveva il primo giorno alla scuola dellinfanzia. Ci accoglie Anna della multiservizi, con mascherina e plexiglass fino al mento, ma col sorriso sotto, e lui ricambia. Passiamo alla trafila del termo scanner e Fabrizio entra, Vincenzo mi ha incuriosito insieme al maestro, mai visto prima che alluscita non vorrebbe andarsene. Dopo mesi terribili, mi viene da piangere di gioia, per me stare chiusi due mesi in casa, con le scuole ferme ha avuto un solo aspetto positivo: poter vedere tanto i bambini, starci insieme così non mi era mai capitato! Con tutte le fatiche, gli incastri con il lavoro, le cose da inventarsi per rendere tollerabile la clausura, io ero quasi felice. Loro però no, lespressione apatica che ho visto a maggio sulla faccia di Adele, di solito un ciclone con un sorriso indistruttibile, non me la dimenticherò, avere le scuole chiuse così a lungo ha privato i bambini di un diritto e di un pezzo di vita». 

 

Quali problemi ha provocato la pandemia? Reversibili o irreversibili? 

Qui ha giocato tanto la capacità e la possibilità di ciascuna famiglia di far fronte alla situazione. Durante il lockdown, per alcuni è stato possibile creare un contesto e unorganizzazione della vita quotidiana. Alcune famiglie hanno potuto creare un contesto tale da offrire serenità. I problemi più complessi invece hanno riguardato i bambini che vivono in famiglie socialmente ed economicamente fragili, quindi la pandemia ha amplificato e reso ancora più visibile il tema delle diseguaglianze, che oggi si chiama povertà educativa e isolamento sociale. Molti dei bambini appartenenti a queste famiglie fragili, durante il lockdown sono proprio scomparsi, sono diventati invisibili, perché la scuola a distanza non è più riuscita a raggiungere questi bambini, a seguirli nel percorso educativo. Poiché questi bambini non avevano gli strumenti per potersi collegare agli incontri a distanza o perché questo modo di fare scuola li ha ancora più portati ad allontanarsi. E poi  consideriamo che in Italia c’è anche un numero di famiglie che vive in povertà assoluta e per i bambini di queste famiglie è proprio la scuola a garantire i loro bisogni, a volte anche di base. Per esempio, a volte il pasto che la scuola offre a questi bambini è lunico pasto vero che i bambini hanno durante la giornata. Allora, diciamo che per rispondere alla domanda sui possibili problemi reversibili, la risposta è si, sono reversibili ma a patto che si mettano in campo strategie per superarli. Altrimenti diventano irreversibili. 

 

Quali sono gli effetti della pandemia sui genitori? 

Anche qui, come per i bambini, dipende dalle condizioni in cui vivono le famiglie. Potremmo dire che in alcuni casi la pandemia ha portato anche degli effetti positivi, come una redistribuzione dei ruoli tra genitori nella gestione della casa, nella gestione della cura dei figli, poiché si dovevano un poalternare. Per alcuni genitori, in particolare per i padri, poter stare più vicino ai figli e scoprire il piacere, la ricchezza della relazione con loro è stato positivo. Però, nella maggioranza dei casi, la situazione non è stata sempre così rosea. E chi ne ha fatto più le spese? Ovviamente le donne, perché la reclusione forzata ha fatto sì che le donne che, per esempio, lavoravano in smart working si sono trovate a gestire contemporaneamente il lavoro, la gestione della casa, la cura dei figli, il seguirli nei compiti, magari anche la cura dei genitori anziani. Tutte cose di cui le donne si sono sempre occupate e continuano a occuparsi primariamente. Però, in questo caso, tutto avveniva contemporaneamente, diventando fonte di grande stress. I casi più gravi sono stati quelli in cui cera, già da prima, una situazione di forte conflittualità o di violenza, non è un caso che in questo periodo si è registrato un forte incremento delle donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza. Insomma, il peso ricade molto sulle madri che, nella maggior parte dei casi, sono quelle che si ritrovano a trovare le soluzioni. 

 

Come si possono prevenire questi disagi? 

Da pedagogista, non posso che rispondere che per prevenire questi problemi è importante garantire gli spazi fondamentali, sia per i bambini che per le famiglie. Mi riferisco innanzitutto alle scuole. È importante tenerle aperte nel rispetto delle norme di sicurezza e igienico sanitarie, non tanto perché c’è bisogno di seguire un programma didattico evitando di restare indietro, ma perché le scuole sono innanzitutto socialità, la quale è un bisogno primario di ogni essere umano, è fonte di benessere. Lo è per gli adulti, ma lo è soprattutto per i bambini e per i ragazzi che sono nel pieno della loro crescita. E questo ce lo hanno espresso molto esplicitamente i bambini piccoli, che a settembre sono tornati finalmente nel loro nido con dei sorrisi che partivano da una parte allaltra delle orecchie, lanciandosi verso i loro amichetti che non vedevano da tempo. Ce lo hanno espresso anche i ragazzi delle scuole superiori, che se vogliamo sono quelli che più hanno patito e stanno patendo questa situazione con la didattica a distanza. Loro hanno espresso chiaramente il desiderio di tornare a scuola proprio perché per loro la scuola è luogo luogo di incontro. Credo che questa richiesta così esplicita, da parte dei ragazzi più grandi, serva anche un poagli insegnanti, per capire cosa ci sia dietro, dato che spesso latteggiamento dei ragazzi è “no, non ci voglio andare a scuola. Qui invece chiedono di tornarci e lo chiedono innanzitutto perché per loro la scuola è un luogo di socialità.