Un’infanzia che profuma di pane

“Giugno, che sei maturità dell’anno, di te ringrazio Dio: 

In un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io… 

E con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoro, 

Con le tue spighe doni all’uomo il pane, alle femmine l’oro, alle femmine l’oro…” 

Ho sempre provato una profonda emozione nel sentire questi versi di Francesco Guccini  (Canzone dei dodici mesi). Mi piace immaginare la trasformazione del grano in farina, della farina in pane. Il frutto del duro lavoro nei campi che si trasforma in nutrimento. Ancora più forte l’immagine del pane come fondamentale nella vita degli uomini mi è arrivata dal lockdown dell’anno scorso, quando c’era una vera e propria caccia a farine e lieviti di ogni genere. È stato in quel periodo che ho deciso di dar vita al mio lievito madre, una necessità che nasceva non dal solo desiderio di avere del pane in tavola, ma dal desiderio di prendermi cura della persona amata, nutrendola con il frutto del mio lavoro. Credo che tutta la cucina significhi prendersi cura di qualcuno, ma il pane è qualcosa di più forte, di più profondo. 

Sono cresciuta nella farina, tra l’odore di pane in lievitazione e quello della cenere del forno. Passavo le ore ad affondare le mani in quei sacchi di farina più grandi di me. Le corse con i cugini e le sorelle, mentre nel forno comune dove viveva mia nonna gli adulti lo allestivano per la cottura del sabato. L’aria profumava ed era piena delle nostre voci, che allegre e impazienti di ricevere qualche moneta, quando l’odore di legna arsa cedeva il posto all’avvolgente odore del pane appena sfornato, per andare a comprare la mortadella da metterci dentro. Per noi era una vera festa.  Era un vero e proprio rituale anche impastare e mettere a lievitare il pane. Ai bambini venivano dati incarichi fondamentali, mentre gli adulti svuotavano la farina in una grande vasca in legno grezzo per mescolarla con acqua tiepida, sale e lievito madre. Noi dovevamo preparare correttamente i cesti dove una volta impastato e pesato, il pane avrebbe riposato per circa sei o otto ore. Sistemavamo in fila dei cesti in vimini all’interno dei quali mettevamo dei pezzi di sacchi di farina vuoti che servivano a tirar via l’umidità dal pane, poi si metteva all’interno di ogni cesto un canovaccio aperto e si spolverava della farina per evitare che il pane lievitando si attaccasse al canovaccio stesso. Ultimo importante compito era quello di mettere un pizzico di farina su ogni pezzo di pane che “i grandi” mettevano nel cesto, e chiudere il canovaccio per coprirlo. Il nostro gioco finiva lì, perché poi spettava agli adulti la benedizione del pane e appoggiare la coperta per la lievitazione. 

I racconti personali di un’infanzia ricca di tradizioni risalgono a trent’anni fa. Ho avuto un brusco distacco da quella felicità e da quei profumi così familiari di cui mi sono riappropriata da qualche anno, avvicinandomi timidamente a forno e fornelli. Ogni volta che preparo gli ingredienti per fare il pane non posso non tornare a quei tempi dove era ancora facile e necessario condividere e tramandare, notando con tristezza che non avremo nulla da tramandare ai nostri figli o ai nostri nipoti perché il tempo che abbiamo scelto di vivere e condividere con gli altri è dosato diversamente. Ricordo il passaggio, per me traumatico, dall’impastare a mano, sporcandosi di farina e spaccandosi la schiena, all’uso delle macchine impastatrici che hanno tolto fatica all’uomo ma hanno anche tolto la magia e l’emozione di vedere un prodotto interamente lavorato dall’uomo. Mi direte che in questo modo si recupera tempo perché mentre la macchina impasta si preparano cesti e canovacci. Ma vi dico che la magia della tradizione sta nell’opportunità di prenderne ripetutamente parte e che non sia solo un passatempo come altri, bensì un continuo condividere e comunicare le nostre autentiche radici. 

 

Sonia Gioia