Con Due donne – Passing Rebecca Hall omaggia Bergman e Hitchcock

Applaudito alla Festa del Cinema di Roma, il film arriva su Netflix il 10 novembre 

Due donnePassing segna l’esordio alla regia dell’attrice inglese Rebecca Hall. In bianco e nero e in 4:3, con la grana della pellicola che rimanda ai film d’epoca, Passing (tratto dall’omonimo romanzo di Nella Larsen) si apre con un’immagine fuori fuoco: l’inquadratura è stretta e fissa su un marciapiede che ne registra il viavai, filmando i dettagli di piedi e caviglie che lo attraversano. Gradualmente a fuoco, la macchina da presa si muove, cominciando a pedinare due paia di gambe femminili. La sequenza appena descritta è straniante e, a partire dai passi e dal brusio di sottofondo, ci pone di fronte a un tipo di cinema sperimentale, dove l’ambiente sonoro si fa portavoce del silente mondo interiore delle due protagoniste. 

Ci troviamo nella New York degli anni ’20, in pieno Rinascimento di Harlem. Qui Irene (Tessa Thompson) e Clare (Ruth Negga), due afroamericane amiche d’infanzia si incontrano per caso, dopo essersi perse di vista per 12 anni. Tale incontro è reso con un linguaggio esplicito: la camera segue in soggettiva lo sguardo nervoso di Irene, componendo rapide panoramiche a destra e a sinistra, fino a bloccarsi improvvisamente sulla bionda Clare, che la sta fissando. 

È subito chiaro come le due donne siano gli opposti di una stessa medaglia, come una sorta di tao che le unisce in un destino segnato dall’appartenenza alla stessa comunità. Clare però, come ci dice anche il nome, ha una carnagione piuttosto chiara, che le consente di poter vivere nella menzogna fingendosi bianca; persino il ricco marito razzista (Alexander Skarsgård), naturalmente all’oscuro delle sue origini. Tale rivelazione turba Irene, la quale, pur tacendo “all’occorrenza” la sua etnia, si batte per i diritti degli afroamericani nel comitato La lega per il benessere dei neri, fondato da lei stessa. Sul piano stilistico tale opposizione è resa con inquadrature decentrare, che isolano con insistenza ora Irene, ora Clare dal contesto, restituendo dei meravigliosi ritratti delle loro solitudini. 

Passing, dunque, sta per “passare per bianca”, frase pronunciata più volte nel corso del film. Si pensi a quando Hugh (Bill Camp) dice a Irene «Tu potresti passare per bianca», la risposta di lei è «Tutti passano per qualcosa». Ecco che il titolo assume una nuova accezione, ma le sfumature di Passing sono molteplici, rimandando, di volta in volta, al viavai di passi che attraversano la strada, al tempo che scorre, alle maschere che indossiamo, una continua mise en abyme che passa dal verbale al visivo. Il film, infatti, utilizza diversi espedienti visivi che, spesso uniti al fuori fuoco e alla regia, filtrano e separano la protagonista dagli altri personaggi, cristallizzandola in una dimensione simulacrale dentro specchi, vetri, finestre, e dietro veli e tende che si pongono tra Irene e Clare come tra Irene e il marito (André Hollande). Il conflitto è reso magnificamente dalla fotografia di Eduard Grau: in esterni regnano i giochi di luce e un’immagine sovraesposta, mentre gli interni sono dominati da contrasti e ombre, nella perfetta schietta opposizione del bianco e nero, correlativo oggettivo del dissidio interiore. 

Il suono contribuisce a creare una dimensione temporale straniante, scandita dalla circolarità. L’impronta sonora di Passing è caratterizzata dai rumori della quotidianità, dai già citati passi all’insistente ticchettio dell’orologio al din-don del pendolo, e ancora i campanelli e gli squilli del telefono. Ogni rumore sembra amplificare il senso di alienazione e irrequietezza di Irene, sempre più scossa dall’incontro con Clare 

Il rimando a Ingmar Bergman non è solo evidente, ma assiduo. In Passing si respira la malinconia de Il posto delle fragole, nel fruscio di foglie e rami mossi dal vento; la sperimentazione di Persona, nella fotografia rarefatta, le dissolvenze sul bianco, i fuori fuoco deformanti, il dilemma dell’identità (“Persona” significa “maschera” in latino); la sofferenza di Sussurri e grida, con il continuo ticchettio dell’orologio che scandisce gli irrequieti moti d’animo di Irene. Ma Due donne – Passing è anche un omaggio ad Alfred Hitchcock, nello specifico a Vertigo – La donna che visse due volte (è interessante che entrambi i titolo italiani pongano l’attenzione sul doppio, appiattendo il valore simbolico degli originali e azzerandone la polivalenza intrinseca). Di Vertigo Rebecca Hall cita la famosa inquadratura dall’alto verso la tromba delle scale, mettendo in scena il discorso sulla circolarità, il cui simbolo per eccellenza è la spirale. Impossibile non pensare a Lo specchio della vita di Dounglas Sirk, melodramma familiare degli anni ’50, remake dell’omonimo film di John M. Stahl. Infine, Passing è un nostalgico atto d’amore verso il cinema d’altri tempi, quello di Bergman e Hitchcock, ma anche di Resnais e Antonioni, che la regista tenta di preservare, cristallizzare, forse con eccessivi rimandi. Tuttavia esso svanisce come un sogno al risveglio, come la regia che si libera in volo, abbandonando tutto ciò di terreno, slegandosi dal quadro, in un processo di astrazione che si conclude con l’ultima dissolvenza sul bianco. 

 

Voto: 7 ½  

 

Dal 10 novembre su Netflix!