Nomadland: un inno alla natura e alle piccole cose

Il viaggio di Fem (Frances McDormand) attraverso scenari ancestrali 

In seguito al calo della domanda di cartongesso la US Gypsum chiuse la sua fabbrica di Empire, Nevada, dopo 88 anni. Nel mese di luglio veniva dismesso il codice postale 89405 di Empire, costringendo tutti i suoi abitanti a emigrare altrove. 

Comincia così il viaggio di Fem (Frances McDormand), a bordo del suo camper, attraverso lande deserte e scenari tanto suggestivi quanto inabitabili. Immersa in una natura quasi incontaminata, dove lunico stile di vita possibile è quello di arrangiarsi” tra lavori precari e stagionali, nel suo cammino alla continua ricerca di accampamenti provvisori, Fem incontra persone come lei, con cui stringe relazioni sincere, forti, solidali. Analogamente a Tre manifesti a Ebbing, Missouri, troviamo una protagonista (in entrambi i casi interpretata da McDormand) afflitta da una perdita, una combattente che vaga in continua ricerca di pace interiore, tra climi rigidi e paesaggi rurali. In Nomadland non c’è la sete di giustizia di una madre, ma la sofferenza di una donna, prima rimasta vedova e poi costretta all’esodo. 

Il chiasso interiore, come una pila di piatti infranti, tace quando Fem comincia a risanare i pezzi, accettando che il passato non abita nelle cose materiali, ma nei luoghi invisibili e fertili del ricordo e dell’interiorità. Cesura emblematica è la scena del tour nel Badlands National Park, dove la protagonista si perde spaventata tra i labirinti rocciosi (e psichici), per poi tirare un sospiro di sollievo al richiamo della guida. Scenari western, ora sconfinati, ora labirintici, si fanno luoghi dell’anima, di tarkovskijana reminiscenza. Dal Nevada al South Dakota, dal Nebraska alla California, sono questi i territori ancestrali di Nomadland – resi magnificamente dalla fotografia di Joshua James Richards – dove Fem lavora, si perde, arranca, vive. 

Road movie nei meandri più nascosti degli Stati Uniti, Nomadland denuncia drammatiche realtà sociali: il fenomeno delle città fantasma, con tutte le conseguenze sugli abitanti; ma su un altro livello il film di Chloé Zhao – un po’ come Stalker di Tarkovskij – contiene un significato più profondo, esistenziale: l’essenza del viaggio risiede nell’esperienza stessa, e non nella meta. Il vagabondare di Fem, inizialmente dettato da necessità e messo in moto dal caos interiore, diventa poi uno stato d’animo permanente, indissolubilmente connesso alla sua identità. Non più sintomo di “attaccamento”, ma indice di saper “lasciare andare”, muovendosi in direzione di nuove mete, mai definitive. 

Nomadland è un inno alla natura e alle piccole cose, che si contrappone al consumismo di una umanità sempre più materialista. Una nota dolente è data dalle musiche di Ludovico Einaudi, che più che dare voce ai sentimenti, risultano un’eco debole di immagini di per sé eloquenti. 

Miglior film agli Oscar 2021, Nomadland si aggiudica anche le statuette per la miglior regia (Chloé Zhao, anche montatrice) e la migliore attrice protagonista (Frances McDormand). Zhao è la seconda donna a essere insignita dell’Oscar per la miglior regia, prima di lei Kathryn Bigelow per The Hurt Locker, nel 2010. Dopo Fargo dei fratelli Coen e a distanza di soli tre anni da Tre manifesti a Ebbing, Missouri, McDormand si riconferma vincente, dando dimostrazione di saper destreggiarsi sapientemente tra dramma e grottesco. 

 

Voto: 8 

 

Martina Cancellieri