Pietro Acciarito, la vendetta del fabbro ferraio

La storia del secondo mancato regicida originario di Artena che il 22 aprile del 1897, a Roma, tentò di accoltellare Umberto I mentre si recava all’ippodromo di Capannelle. 

Era il 22 aprile del 1897, giovedì in albis, e al Quirinale si festeggiavano i ventinove anni di matrimonio fra i sovrani. Dopo un lauto ricevimento, Umberto I lasciò nelle prime ore del pomeriggio il palazzo per recarsi in carrozza scoperta, una Milord n.4, all’ippodromo delle Capannelle dove era in programma il Gran derby reale. (…) Sulla via Appia, fuori porta San Giovanni, l’Acciarito sbucò da una siepe e si avventò sulla carrozza di Umberto brandendo un coltello che teneva avvolto in un panno rosso. Ma il colpo non gli riuscì, e la lama dell’arma forò il mantice della carrozza”. Così Antonio Spinosa, nel suo libro “Il potere, il destino e la gloria”, ricostruisce la dinamica dell’attentato di Roma. Pietro Acciarito, giovane fabbro di ventisei anni, venne arrestato e condotto nel carcere di San Michele, a Ripa Grande. 

Da Artena alla Capitale. Nonostante l’aggressione della via Appia non avesse avuto gravi conseguenze, tanto che il “re buono” poté proseguire il suo tragitto in carrozza per andare ad assistere alle corse, il caso destò molto clamore. “Dopo Passanante, Acciarito; dopo un esaltato e un fanatico, un altro esaltato, un altro fanatico: dopo un cuoco colla testa rimpinzata di letture mal capite e peggio digerite, un fabbro ferrajo disoccupato colle fisime più perverse della vendetta anarchica pel capo. Così recitò pochi giorni dopo “L’Illustrazione italiana”. Ma chi era Pietro Acciarito? Di umili origini, nacque il 27 giugno del 1871 nell’antico borgo di Artena, già all’epoca stigmatizzato come territorio di briganti e malfattori. Emblematica la definizione che ne diede il criminologo Scipio Sighele alla fine dell’800: “In Artena il mestiere di delinquente ha messo radice, si è allargato, e noi abbiamo qui un esempio di quella forma di criminalità che io chiamerei il delitto per tendenza congenita della collettività”. Nel 1889 Acciarito si trasferì nella Capitale per esercitare il mestiere di fabbro, aprendosi una bottega in via Machiavelli, nei pressi di piazza Vittorio. Ben presto si trovò sul lastrico e a vivere di espedienti. Una volta abbracciate le idee anarchiche, si convinse a compiere un gesto estremo e simbolico: “Vedevo che le cose andavano di male in peggio, e se avessi avuto da vivere non avrei commesso l’attentato; certo avrei potuto anche suicidarmi, ma un uomo che si trova avvilito, strapazzato e si suicida, è un vile, perché prima di gettarla la vita, bisogna combatterla” dichiarò nel 1902 nel carcere di Portolongone. 

La condanna, il “caso Frezzi”. Il processo ebbe luogo appena un mese dopo, il 28 maggio, avanti la Corte d’Assise di Roma, in piazza della Chiesa Nuova. Gli avvocati di Acciarito, tali Ravignani e Ascoli, impostarono la difesa sul presunto “vizio genetico” del loro assistito, che aveva in famiglia diversi casi di persone affette da disturbi mentali. Ma, com’era avvenuto vent’anni prima con Passannante, si volle punire politicamente il gesto di Acciarito in modo esemplare: ergastolo, lavori forzati a vita, sette anni di segregazione cellulare continua. “Per l’operaio ci vuole il lavoro, non l’elemosina. Il Governo ci deve pensare, specie pei giovanotti che come me abbiamo fantasia di lavorare. Noi vogliamo lavoro. Ci sono in Italia terre incolte e si deve andare in Africa! In Italia c’è tanta terra che basterebbe a noi e ad altre nazioni” gridò l’imputato alla Corte per spiegare il suo gesto. Mentre Acciarito veniva trasferito nell’isola di Ventotene, nella Capitale si scatenò la caccia tra i possibili complici dell’attentatore. A farne le spese fu un amico del fabbro, l’anarchico Romeo Frezzi, “incastrato” da una semplice fotografia che lo ritraeva col mancato regicida. Torturato nelle celle del San Michele, Frezzi morì il 2 maggio per le percosse subìte, al terzo giorno di interrogatori. Le autorità cercarono invano di insabbiare la verità, dapprima parlando di suicidio, poi di un improvviso aneurisma. Il 22 agosto più di quindicimila persone sfilarono in corteo a Campo de’ Fiori in solidarietà del Frezzi, risultato poi completamente estraneo ai fatti. 

L’affaire Acciarito. La condanna all’ergastolo e il clamore suscitato dalla morte del Frezzi non placarono la smania di “stanare” eventuali complici e mandanti di Acciarito. Per montare il caso del “complotto anarchico” Alessandro Doria, all’epoca capo di gabinetto del direttore generale delle carceri, mise in atto un piano crudele e abominevole. In combutta con un tal Alfredo Angelelli, direttore carcerario in missione all’istituto di Santo Stefano (dove il fabbro di Artena era stato trasferito), e un ergastolano di nome Petito, Doria fece credere ad Acciarito di essere diventato padre di un bambino dato alla luce dalla sua compagna Pasqua Venaruba. “Urgemi bambino macilento di circa un anno d’età. Esso agevolerà onorevole conclusione del mio servizio” recitava il telegramma partito da Santo Stefano, riportato dal giornalista Arrigo Petacco nella biografia dedicata a Gaetano Bresci (“L’anarchico che venne dall’America”). L’intento era chiaro: costringere Acciarito a fare i nomi di altri anarchici. Riprendendo Petacco: “L’anarchico di Artena ha tenuto duro finché ha potuto, poi si è lasciato convincere”. Era il 17 novembre 1898. Con il benestare del capo della polizia e del direttore delle carceri del Regno, venne escogitata una lettera firmata dalla compagna Pasqua che lo esortava alla confessione per amore paterno e per una richiesta di grazia da indirizzare al buon Umberto I. Tutto falso. Pochi giorni dopo, cinque amici di Acciarito vennero arrestati e il processo venne fissato a Teramo, il 5 gennaio 1899. “Le cose non vanno come previsto – si legge ancora in Petacco – i difensori degli imputati, fra i quali figura Saverio Merlino, danno battaglia e ottengono la convocazione in aula di Pietro Acciarito. Questi arriva, constata il tranello, scopre di non essere padre e si scatena raccontando ai giudici esterrefatti la sua incredibile vicenda. Naturalmente tutti gli imputati sono assolti”. A parte il trasferimento di Angelelli in Sardegna, nessuno pagò per quel vile inganno, anzi: l’ergastolano Petito, compagno di cella che aveva “recitato la parte”, ottenne la grazia l’anno seguente; Doria continuò a fare carriera, divenendo ispettore generale delle carceri del Regno. Acciarito fu spedito a scontare l’ergastolo all’isola d’Elba. 

Da Portolongone a Montelupo Fiorentino. Nonostante in sede processuale non fosse stata disposta alcuna perizia psichiatrica nei confronti dell’imputato, gli alienisti continuarono a seguire il caso Acciarito. Nel 1902, cinque anni dopo i fatti di via Appia, il medico Salvatore Ottolenghi e il suo allievo Romolo Ribolla si recarono presso le carceri di Portoferraio e Portolongone, all’Isola d’Elba. Tra i detenuti esaminati, fra cui il brigante filo-borbonico Carmine Crocco e l’assassino Domenico Rossignol, nella loro opera intitolata “Voci dall’ergastolo” risulta anche un colloquio con Acciarito. “Le troppe oppressioni a cui ero soggetto, come tutti i poveri, mi spinsero al passo che ora deploro; lo deploro perché l’uomo che offende un altro, certo non è uomo. Ma ci furono delle circostanze per cui io, se non mi rovinavo in questo modo, mi sarei rovinato in qualche altro, forse anche più disonorante”. Nonostante quasi quattro anni di segregazione cellulare, Acciarito si presentava ancora lucido, in parte pentito anche se ancora fermo sulle proprie idee. Alla domanda di Ottolenghi circa i motivi che lo avevano spinto all’associazionismo politico di stampo anarchico, il fabbro rispose così: “Perché ho idea che le associazioni abbiano un nobile sentimento: quello della propaganda delle idee giuste; però per quanto i partiti politici possano far conoscere agli individui i diritti che spettano loro, per attuarli, ci vuole immancabilmente la rivoluzione sociale. I capitalisti, ora, invece di sollevare i sofferenti se li mangerebbero…”. Nei due anni che seguirono, la salute mentale di Acciarito, sottoposto a un regime carcerario durissimo, peggiorò fino a raggiungere uno stato di follia. Si attesta la sua presenza nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino a partire dal 1904: ci rimase per quasi quarant’anni, fino al 1943, quando morì all’età di settantadue anni. Per quanto riguarda Umberto I, la storia è abbastanza nota. In quel pomeriggio primaverile del 1897, mentre Acciarito veniva ammanettato e condotto a Ripa Grande, fu proprio il re a pronunciare la frase premonitrice: “Finora l’ho scampata perché hanno adoperato il pugnale. Se useranno un’arma da fuoco sarà finita per me”. Tre anni dopo, infatti, sarà la mano di Gaetano Bresci a premere il grilletto a Monza, chiudendo così la sanguinosa stagione della “propaganda del fatto” che, da Passannante in poi, segnò il primo trentennio dell’Italia unificata. 

 

Matteo Picconi