Lockdown e Sindrome della Capanna

L’epidemia di Coronavirus ha apportato, per chi ha affrontato la “fase lockdown”, profondi cambiamenti nella realtà quotidiana. Una realtà, già prima dell’epidemia, caotica e spesso preoccupante per noi italiani, tutto d’un tratto si è capovolta, lasciando spazio alla cosiddetta “quarantena di massa”. 

Tra i tanti programmi televisivi che si sono occupati e si occupano del tema, spesso contraddicenti tra loro, negli ultimi giorni è spuntato anche il termine “Sindrome della Capanna” per descrivere gli effetti psicologici del confinamento sulla popolazione. 

Innanzitutto, bisognerebbe dire che la Sindrome della capanna non è una reale definizione medica, non al giorno d’oggi: in passato ci furono effettivamente diagnosi di Cabin Fever (“febbre della capanna” in inglese), per descrivere disturbi psichiatrici e psicologici causati da stili di vita volutamente o forzatamente in isolamento. Marinai, esploratori, ma anche prigionieri, da qui il secondo nome “Sindrome del prigioniero”, avrebbero sofferto di questo disturbo. 

Tornando all’attualità, con Sindrome della capanna vengono elencati gli stati mentali più comuni derivati dal lungo periodo di inattività, sociale e lavorativa, entro le mura delle nostre abitazioni o comunque al di fuori dagli spazi di aggregazione abitualmente frequentati. 

Si tratta però di un termine utilizzato con una connotazione puramente mediatica, che non rappresenta realmente la presunta diagnosi di “cabin fever” data in passato a chi ha subito traumi derivati da un lungo allontanamento dalla società. 

Il motivo è che nel nostro caso l’isolamento è stato collettivo e non indivuale. È un’intera società che è stata messa in quarantena. Questo ha apportato anche un cambiamento allo stile di vita di ognuno di noi e apparentemente un allontanamento dai vari fattori di stress che conoscevamo prima. Ma se ci si abitua troppo a ciò si rischia di incorrere nella“sindrome”della capanna che ha come sintomi: tristezza, frustrazione e/o angoscia, demotivazione, ansia sociale. 

 

Cause e rischi 

Esiste un concetto che costituisce parte del vocabolario psicologico, ma è anche spesso associato al mondo del marketing e del coaching ovvero la cosiddetta “Comfort Zone”. 

Uno dei detti più famosi nel mondo dei corsi motivazionali è: “Le grandi cose non arrivano mai dalle zone di comfort”. Con questo si intende che c’è il costante bisogno di espandere i propri orizzonti sociali per raggiungere obiettivi altrimenti irraggiungibili. E quindi guadagni, se vogliamo rimanere in tema marketing. 

Questa volta però il marketing c’entra poco, ma il concetto sembra tornare: siamo stati lontani dalla nostra vita e adesso sentiamo il bisogno di riprendercela come prima. Eppure, ci sembra quasi una novità. 

Ciò non può che produrre un senso di malinconia, tristezza e nei peggiori casi angoscia e frustrazione. 

D’altro canto, lo stare confinati dentro casa senza troppi obblighi, porta con sé anche il rischio di impigrirsi, soprattutto in persone già predisposte o amanti della vita riservata e tranquilla. 

Poi bisogna aggiungere l’ambiente nel quale viviamo al momento. Vero che i locali sono nuovamente aperti, ma molti di noi sono ancora colpiti dalle conseguenze del Coronavirus – mascherine (obbligatorie!), distanziamento e persino le famose barriere in plexiglass, prima proposte sulle spiagge e ora sui banchi di scuola. 

L’epidemia di COVID non è stata una cosa positiva, ed è normale che nonostante i piani di ripartenza è ancora complicato tornare a vivere come prima. 

In pratica abbiamo voglia di uscire, ma ciò che ci aspetta fuori ci sembra deludente e demotivante. E tutto ciò genera un circolo vizioso – la famosa Sindrome della Capanna. 

I rischi però sono reali. Questa epidemia infatti ha comportato anche un aumento dei pazienti che soffrono di ansia e depressione e la quarantena di fatto forzata ha favorito l’emergere di questo tipo di disagio. 

 

Facciamo attenzione! 

Prima però ricordiamoci che il Coronavirus, o più scientificamente il virus conosciuto come COVID-19, ha tutt’ora la capacità di farci passare bruttissimi momenti, a noi e la nostra famiglia. 

Il virus del COVID-19 infatti, pur essendo meno letale che agli albori dell’epidemia, rimane ancora un grave pericolo per la nostra vita se non curato, e ovviamente diagnosticato, in tempo – ad esempio danni permanenti al sistema respiratorio che in un caso hanno portato persino al trapianto polmonare per un neomaggiorenne, presso l’Ospedale San Raffaele di Milano. 

E ancora non vi è né cura né un vaccino: è fondamentale quindi indossare la mascherina in luoghi chiusi, preferire uscite all’aperto, in luoghi nei quali c’è distanza tra una persona e l’altra e pulirsi spesso le mani con il gel antibatterico. 

Data questa fondamentale premessa, vediamo quindi come non subire gli effetti della Sindrome della capanna o come uscirne. 

 

Sindrome o fobia? Alcuni consigli utili 

Innanzitutto bisogna specificare che la Sindrome della Capanna non è uguale all’agorafobia, prima di farsi un’autodiagnosi o nascondersi dietro un’etichetta di ‘malattia’ o ‘fobia sociale’ è opportuno considerare la situazione in maniera più oggettiva possibile. Non si è trattato di un trauma che ci ha fatto ammalare, ma di uno stato mentale dovuto alla ‘pandemia’ e al lockdown, che ci ha costretto a rimanere a casa, a volte ‘accomodati’ passivamente in attesa di notizie. 

La cosidetta Fase 2, che ha aperto la possibilità di uscire e tornare pur con limitazioni alla normalità, ha portato due reazione diverse tra le persone: alcuni sono tornati forse troppo velocemente alla vita mondana, mentre altri ancora ricordano quella sorta di ‘coprifuoco’ applicato nelle nostre città e hanno paura o non hanno voglia di uscire. 

Per chi ancora è diviso tra queste due reazioni abbiamo qualche consiglio: prima di tutto preferire uscite all’aperto per una passeggiata, piuttosto che un aperitivo in un luogo chiuso. Se si ha difficoltà a stare fuori, prediligere uscite brevi, varie volte a settimana. Programmare un passo alla volte le proprie attività, e affrontare un problema alla volta. Non si può pretendere di far finta di nulla o che tutto torni subito come prima. 

Se c’è ansia o angoscia, mettere a fuoco cosa ci fa paura anche attraverso esercizi di rilassamento, che permettono di prendere le distanze dai pensieri e osservarli in modo più distaccato, la pratica della ‘mindfulness’ o meditazione, per esempio, o dello yoga possono aiutare. 

Condividere le proprie sensazioni, anche di tristezza o demotivazione, con le persone vicine, o nel caso se ne sentisse la necessità anche con uno specialista. 

Trovare un angolo tranquillo in un parco vicino casa, con un buon libro, può essere un primo passo per godersi un’estate all’aperto, magari evitando le ore più calde della giornata. 

 

Emanuele Giuliani