Epidemia da Covid e aumento del rischio suicidario tra i giovani

Il biennio 2020-2021 è stato caratterizzato, com’è noto, dall’ evento straordinario, e nuovo in questa epoca, della pandemia e le restrizioni che ne sono conseguite hanno determinato un aumento delle situazioni di disagio psichico, non solo in Italia. Le fasce più colpite sono state senz’altro quelle delle categorie più fragili, vale a dire quelle degli adolescenti e dei giovani adulti, nei quali la situazione di incertezza ha intercettato un percorso evolutivo non ancora concluso. Ne sono una riprova l’aumento esponenziale dei fenomeni di stress e di autolesionismo, ma anche, purtroppo, l’incremento dei suicidi: durante la pandemia questi sono diventati la seconda causa di morte nei giovani compresi tra i 15 e i 24 anni, mentre la prima causa, da sempre, sono gli incidenti stradali. 

Un dato già di per sé fortemente preoccupante, a cui si affianca l’esito di studi longitudinali pregressi che hanno documentato come il 10% degli adolescenti che hanno tentato il suicidio lo ritenterà entro tre mesi. Il fenomeno ha già delle sue caratteristiche intrinseche. Il carattere paradossale dell’adolescente, infatti, che lo porta a contemplare contemporaneamente indipendenza/dipendenza, onnipotenza/impotenza, euforia/depressione, ben si presta al pensiero dicotomico nel quale il range delle opzioni si restringe a: vivere o morire. Allo stesso tempo, vi è il desiderio del ragazzo di sperimentare, di saggiare i propri limiti, sia sul piano delle emozioni che su quello corporeo.  

Un ruolo basilare, soprattutto in questi casi, lo gioca ovviamente l’ambiente sociale e quello familiare: nel 50% dei casi, infatti, sono presenti un assetto familiare disfunzionale e disturbi psicopatologici con suicidalità familiare (Gould M. S. et al., “The epidemiology of youth suicide” , 2003). Allo stesso tempo, è importante rilevare che un ambiente psicosociale difficile spiega solo in parte la suicidalità: non spiega, infatti, perché solo alcuni ragazzi della stessa famiglia o comunità di appartenenza siano a rischio, mentre altri si adattino e superino le difficoltà 

Studi longitudinali hanno confermato come, spesso, atteggiamenti patologici verso la morte riguardino soprattutto soggetti che soffrano di depressione maggiore, problemi legati al corpo e abusi sessuali infantili. Il suicidio, dunque, non può essere compreso alla luce del solo evento scatenante, ma è il risultato di un insieme di fattori genetici, biologici, psicologici, sociali, culturali e ambientali; degli effetti cumulativi e interattivi dei fattori di rischio stessi e della crisi dei fattori protettivi, che variano in funzione del momento, delle situazioni e degli individui. E le statistiche di questi giorni ne sono una conferma. Ma già i dati delle ricerche precedenti evidenziano che eventi stressanti esistenziali precedono il suicidio degli adolescenti nel 70%-90% dei casi (lite col partner, con i genitori, perdita di una persona cara, insuccessi scolastici ecc.). 

Occorre adottare un approccio corretto, una particolare attenzione nel riconoscere il rischio di suicidio: a differenza di quanto solitamente avviene, infatti, può essere fondamentale da parte di sanitari, familiari ecc. chiedere al soggetto in difficoltà se abbia mai pensato di voler morire. E’ importante che si parli apertamente col soggetto riguardo all’ideazione suicidaria, senza temere che ciò possa aumentarne il rischio, potendo, al contrario, essere d’aiuto per esplorare l’ Hopelessness, vale a dire quello stato di disperazione che si traduce nell’incapacità di guardare al futuro.  

Infatti, il suicidio si può prevenire, ma ad una condizione: che si sappia riconoscere il “cry for help”, le richieste d’aiuto ed i segnali che la maggior parte di questi ragazzi esprime, più o meno implicitamente, alle persone circostanti.  

Nei giovani adulti con tendenze suicidarie, invece, è molto frequente la presenza di disturbi psicopatologici non diagnosticati: numerose ricerche (precedenti a questi anni di pandemia) hanno sottolineato infatti l’esistenza di una correlazione del rischio di suicidio con il Disturbo di Personalità Borderline e con il Disturbo Bipolare, seguiti dai Disturbi Depressivi e dai Disturbi Psicotici (questi ultimi, in particolare la Schizofrenia), che sono tra i fattori di rischio più preoccupanti. 

La tendenza di un adolescente all’aggressività e all’impulsività deve essere sempre interpretata come un fattore di rischio, soprattutto quando il soggetto non dimostra alcuna capacità di autocontrollo.  Tornando ai fattori di tipo ambientale che hanno un forte impatto sul pensiero e sui comportamenti degli adolescenti va considerato, in particolare, il gruppo dei pari: secondo alcuni studi, infatti, all’origine di numerose forme di disagio adolescenziale è possibile rintracciare un rifiuto da parte del gruppo dei coetanei in periodi precedenti.  

Lo stesso Shneidman, padre della suicidologia, afferma che le fonti principali di dolore psicologico (disperazione, vergogna, colpa, rabbia, solitudine) prendono origine da bisogni vitali negati: come l’essere affiliato ad un gruppo di persone, essere autonomi, essere assertivi, essere confortati ecc. che, se negati, portano la persona ad un tormento della mente insopportabile. E’ la frustrazione di questi bisogni a diventare devastante per il soggetto, (Tatarelli R. e Pompili M., “La prevenzione del suicidio in adolescenza”, Alpes Ed., 2009). Le costrizioni determinate dalla pandemia non hanno fatto altro che massimizzare queste condizioni.  

Il suicidio in questa accezione non è tanto un movimento verso la morte, dunque, ma un allontanamento da un angoscia inaccettabile: facendo sparire quest’angoscia, il soggetto deciderà di vivere, in quanto non sperimenterà più quel sentimento di disperazione, quella “visione tunnel” e quel restringimento delle opzioni realmente disponibili che sono alla base dell’atto suicidario.  

Non sono da trascurare, inoltre, i fattori fisiologici. È stato accertato, ad esempio, che bassi livelli di serotonina sono presenti con alta significatività nei suicidi (in particolare si riscontra un rapporto alterato tra serotonina e noradrenalina, due neurotrasmettitori che svolgono fondamentali funzioni nel cervello per la regolazione dell’umore). 

Infine, da un punto di vista “sociologico” è stata sottolineata da tempo la “mancanza di integrazione degli individui nella società, come una delle cause principali del suicidio” (Durkheim E., “Il suicidio”, Rizzoli Editore 1987). La forte solitudine determinata dalle restrizioni pandemiche, ha portato ad un incremento nell’abuso di alcol e stupefacenti, abuso che è da sempre tra i principali fattori di sfida all’autoconservazione e alla morte.  

Molto però si può fare. Parlando di fattori di protezione, ci si riferisce a quelle condizioni che riducono la probabilità che un individuo possa mettere in atto comportamenti suicidari: questi fattori si dividono in interni ed esterni. Quelli interni includono l’abilità di far fronte allo stress, le credenze religiose ed un buon livello di coping, mentre quelli esterni fanno riferimento ai rapporti sociali, ad una relazione terapeutica positiva, alla responsabilità verso gli altri; profondi legami familiari e genitori attenti che favoriscono forti legami d’amicizia con i coetanei sono considerati, ad esempio, tra i più importanti fattori protettivi tra i giovani (Kidd K. Et al., “The Social Context of Adolescents Suicide Attempts: Interactive Effects of Parent, Peer and School Social Relations”, 2006 pp.386-395). 

Alcuni autori, inoltre, si spingono oltre e ritengono che il genitore debba avvalersi della possibilità di discutere del suicidio e di fornire ai propri figli delle spiegazioni adeguate sul fenomeno, evitandone, così, la stigmatizzazione e promuovendo una riflessione e una corretta visione del problema. L’intervento degli insegnanti, in generale si può collocare su di un livello di prevenzione primaria, tenuto conto del prolungato e costante contatto con gli studenti.  

È, dunque, importante saper riconoscere i segnali d’allarme, prestare attenzione ad eventuali comportamenti atipici, tra i quali rilevano l’isolamento sociale da parte del soggetto, improvvisi cambi d’umore, la trascuratezza nell’aspetto fisico, nell’igiene, le attività quotidiane, l’apparire di sintomi depressivi, fenomeni di autolesionismo, notare se il soggetto mette da parte farmaci o comincia a disfarsi di oggetti cari.  

La più specifica forma d’intervento nella gestione del rischio di suicidio è senz’altro la psicoterapia: tutti coloro che sono a rischio di suicidio, ma anche coloro che hanno perso o rischiato di perdere una persona cara per suicidio o tentativo del medesimo (i cosiddetti survivor) necessitano di un sostegno emotivo e di un aiuto nell’elaborazione di un evento così traumatico e così lontano dalle esperienze comuni, in un ambiente protetto. Parlare del proprio dolore significa cominciare a liberarsene. 

 

Claudia De Angelis – Psicologi in Ascolto

 

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