I personaggi del Festival

foto Francesca Ruggieri

Interviste a Maia Cornacchia e Marisa Dalai Emiliani.

Il secondo giorno di “Tracce” ha ospitato diversi personaggi, che contribuiscono alla definizione del concetto di Altrove, introdotto dal regista teatrale Gustavo Giacosa e dallo psichiatra d’oltralpe Denis Parviz nell’apertura del Festival. Entrare nelle esperienze artistiche di Maria Lai, nel teatro organico di Maia Cornacchia, come nella performance “Questo non è il mio corpo” di Giacosa, Carano e Ferraiolo  ci permette di avvicinarci al tema portante  de “Il corpo ricorda”, la mostra allestita alla galleria Sic12 dell’Ostiense, che è stata il filo conduttore del percorso di scoperta dei territori poco noti, considerati altro dal conforme, rappresentando in questo modo una differente declinazione del concetto di follia.

Marisa Dalai Emiliani  

La figura di Maria Lai è entrata dalla porta principale di Villa Lais  col suo laboratorio di tessitura, grazie al rapporto pluriennale dell’artista sarda con la professoressa di storia dell’arte Marisa Dalai Emiliani e la scoperta del direttore artistico Gustavo Giacosa.

Maria Lai aveva un rapporto ambivalente con la Sardegna, la sua isola natale, che definiva “isola dei miei naufragi”; infatti se da una parte era consapevole di essere l’erede di una cultura millenaria e preistorica dei nuraghi e dei tessuti antichi, dall’altra voleva essere un’artista senza confini. E quelli della Sardegna erano troppo stretti per lei. Da qui il rapporto travagliato con le sue origini, fatto di continui ritorni ed evasioni, mosse dal desiderio di non essere limitata, che l’hanno portata a vivere a Roma e le hanno concesso di viaggiare moltissimo nel corso della sua vita.

Possiamo sicuramente dire che Maria Lai ha avuto un impatto nel linguaggio di altre artiste contemporanee, ma tra tutte è stata in assoluto la prima a distinguersi per le sue opere tessili. Ed è proprio dalla biennale del ‘78 di Venezia, dove esponevano 80 artiste di tutto il mondo, che non solo in Italia ma anche all’estero si è iniziato a valorizzare la produzione artistica femminile, tra cui  il cucito e ancor di più la tessitura per via del suo forte valore simbolico.

Ma l’opera di Maria Lai nella seconda fase della sua vita, ha trasceso la funzionalità e l’artigianalità del suo lavoro, per diventare pura opera d’arte destrutturando il telaio e la precisione del cucito.

Maia Cornacchia

Nella terza giornata è stata intervistata la filosofa Maia Cornacchia che ha condotto un laboratorio “Tracce di un altrove”, in cui mette in opera la “Pratica di lavoro organico e clown” di sua creazione. Maria Cornacchia viene dall’animazione teatrale e dalla formazione filosofica, insieme a Marco Baliani e Remo Rostagno, nel 1990 hanno costituito un manifesto: “Morte dell’animazione teatrale”, secondo il quale il teatro aveva perso la spinta alla ricerca. Quindi il lavoro proposto da Maia necessitava di un altro nome. Grazie all’architetto Carlo Orsini ha capito che invece di un “metodo” si trattava di una “pratica” perché imprevedibile, l’azione che va incontro all’esperienza. La parola “organico” viene, invece dal teatro di Jerzy Grotowsky, in cui si parla del concetto di origine del teatro come tecniche personali, invece che tecniche teatrali. Grotowsky si considerava un allievo di Stanislawsij che parlava, appunto, di lavoro organico.