Fino al burnout: ci si ammala anche dietro una cattedra

Le conseguenze sulla salute mentale degli insegnanti 

Ci sono lavori che non possono essere considerati come una mera professione. L’insegnamento è uno di questi. Non si diventa insegnanti per caso. Un docente dovrebbe istruire con passione, e grazie a quest’ultima trasmettere i valori. Platone affermava addirittura che per insegnare c’è bisogno dell’Eros, ossia dell’amore. Come definire questo mestiere se non una missione? Bisogna sentire dentro una vocazione educativa per fare una scelta tale. A maggior ragione che questo lavoro non è un granché tutelato dallo Stato, il Ministero dell’Istruzione nel corso degli anni avrebbe potuto fare di più. Novità degna di nota che si spera possa cambiare qualcosa, è l’arrivo dei fondi del Recovery Plan. Verranno messi a disposizione dall’Europa poco meno di 3 miliardi per l’istruzione e la ricerca in Italia. Potrebbe essere un’opportunità per migliorare le scuole e modernizzare la burocrazia, che a volte sembra perseguitare la didattica e in particolare i professori. 

Insegnare non è facile, l’ambiente scolastico spesso non è sano. Si dà molta attenzione agli alunni, come è giusto che sia, ma troppo poca a chi si dedica a loro a livello professionale. Lo scarso riconoscimento sociale; le continue riforme scolastiche considerate non idonee; il basso salario; gli alunni stranieri che rimangono indietro col programma; gli alunni disabili abbandonati a se stessi; le famiglie problematiche sempre pronte a contestare l’operato scolastico; i colleghi aggressivi; il dirigente ostile; ecco i problemi principali che un insegnante si trova ad affrontare sul posto di lavoro. Se non affrontati nella giusta maniera, tali difficoltà possono tradursi in psicopatologie conclamate, anche gravi. 

Secondo uno studio riguardante l’inidoneità dei docenti condotto dal dott. Vittorio Lodolo D’Oria, che si occupa del Disagio Mentale Professionale (DMP), l’inidoneità degli insegnanti è causata da patologie psichiatriche in oltre il 60% dei casi. Un dato come questo è da considerarsi oltremodo preoccupante, e di conseguenza è d’obbligo ragionare sui piani di prevenzione e cura nel rispetto del dettato normativo sulla tutela della salute dei lavoratori. Lo scopo è quello di richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica, nella quale spesso aleggiano stereotipi fuori luogo riguardo questo disagio alquanto imperante. Dalle seguenti ricerche emerge chiaramente che meno dell’1% dei dirigenti scolastici sa affrontare il DMP. Ne consegue che: 

  •  il docente ammalato si aggrava mentalmente e la sua prognosi peggiora; 
  •  l’utenza (alunni, colleghi, dirigenti ecc…) soffre di un pessimo funzionamento (per es. un’aggressione verbale o fisica); 
  •  l’ambiente lavorativo diviene impossibile, poiché il docente è devastato dai propri conflitti interni, che coinvolgono in dinamiche distruttive tutto l’ambiente esterno. 

Oltre che sollecitare le Istituzioni a intervenire tempestivamente su questi fenomeni, è importante riconoscere il grido d’aiuto dell’insegnante che comincia ad arrivare al burnout. La figura dello psicologo scolastico qui in Italia, riconosciuta a livello “teorico” come elemento significativo, di fatto non è un ruolo professionale presente nelle scuole. Adesso, in conseguenza al Covid-19, le cose si stanno movendo in alcune regioni italiane, anche se molto a rilento. L’aspetto preoccupante delle dinamiche complesse che portano un insegnante alla sindrome da burnout è che esse tendono a ripetersi. Sono molte le persone che si sono ammalate a causa di uno stress psico-emotivo portato alle stelle raggiungendo la malattia mentale propriamente detta come psicosi, o nei casi peggiori il suicidio. Tuttavia queste notizie non escono sui giornali. Allora perché non svolgere nessuna formazione in tal senso? La classe dirigente ha il dovere di fare qualcosa, trasferire l’insegnante che ha dato segni di cedimento mentale in un altro istituto non è una soluzione, non lo è né per il bene del docente né per la scuola. Anzi, non si salvaguardano gli alunni e si rischia il peggioramento della prognosi e le condizioni generali del docente. Leggendo alcune testimonianze si può apprendere che molti dirigenti scolastici hanno finto di non vedere i problemi dei docenti, hanno lasciato correre o licenziando illegittimamente, violando lo Statuto dei Lavoratori. 

È necessario che anche la medicina faccia un passo in avanti, riconoscendo alla scuola i rischi professionali per la salute degli insegnanti, e che la scuola chieda alla medicina il giusto supporto per far fronte a tutto questo. Va creato un collegamento tra scuola e sanità, anche per evitare la carenza di professionisti esperti nel momento del bisogno. 

Un altro esempio in cui la salute psicofisica dell’insegnante viene messa a dura prova si ha con il mobbing, un fenomeno in continuo aumento in ambiente scolastico. Per mobbing si intendono tutti quegli atteggiamenti molesti, aggressivi, violenti e vessatori assunti da un gruppo di persone sul posto di lavoro nei confronti di un proprio collega, a cui viene impedito di lavorare o gli vengono poste insopportabili costrizioni nello svolgimento del suo lavoro. Sono condotte reiterate nel tempo, con lo scopo di emarginare la vittima fino a che essa decida a licenziarsi. Questo fenomeno va denunciato. Si può procedere con una diffida, e se le cose non cambiano si può chiedere il risarcimento dei danni o presentare una denuncia-querela. A ogni modo il docente vittima di mobbing subisce delle conseguenze mentali e necessita di sedute di psicoterapia. E qui, oltre alle difficoltà descritte prima, subentra anche un problema di stigma: la paura di “passare per matti” non risparmia nemmeno chi è dietro la cattedra. 

Per ovviare al DMP sarebbe fondamentale fare prevenzione nelle scuole: tutti gli insegnanti dovrebbero essere chiamati per seguire una formazione e conoscere i rischi a cui vanno incontro nell’esercizio della loro professione, come la sindrome del burnout. Infine deve essere garantita la cura e la ricerca a favore dei docenti e del personale ATA. Se crediamo nell’insegnamento e in coloro a cui abbiamo affidato la nostra conoscenza, o quella dei nostri figli, allora vale la pena cambiare il modo di concepire la scuola.